CASO SONNIFERI. Simonetto: il medico è declassato
«Manca una fugura di coordinamento all'interno dei team»
PROFESSIONISTI | La confessione di Luca Paolini e le rivelazioni del dottor Massimo Besnati hanno sollevato il coperchio su un caso molto complesso, quello dell'uso e dell'abuso di sonniferi, non vietati dalle norme antidoping, per regolare il riposo.
Abbiamo chiesto chiarimenti al dottor Luigi Simonetto, presidente della Commissione Tutela Salute della Federazione Ciclistica Italiana: queste le sue profonde riflessioni che mettono in risalto un altro aspetto del problema, quello del ruolo del medico all'interno della squadra.
Il ricorso ai tranquillanti, o agli induttori del sonno, così come quello dellassunzione di analgesici, rappresenta oggettivamente un problema e costituisce un chiaro segno della attuale complessità che caratterizza la gestione di un atleta, soprattutto se di categoria
elite o professionista.
Infatti lesigenza di individuare che cosa mi fa andare più forte, senza necessariamente far riferimento a sostanze proibite, è sempre più superata dalla esasperazione del concetto che ogni aspetto del profilo fisico e psichico dellatleta di alto livello deve essere governato e controllato; allenamento, pianificazione del calendario, motivazione, alimentazione, recupero dello sforzo, sopportazione della fatica e del dolore, gestione dellansia di gara o di prestazione, qualità del sonno, ecc. rappresentano sempre di più specifici ambiti di attenzione e supporto allatleta.
Per certi versi il problema del doping costituisce una scorciatoia nella soluzione di tutte queste esigenze; se risolvo il problema di come andare più forte posso non essere così rigoroso nel gestire tutte le altre esigenze.
Il contrasto al doping e loggettiva regressione, almeno in ambito professionistico, del ricorso a tale pratica sta amplificando queste esigenze o abitudini correlate peraltro ad elementi di estrema pericolosità, soprattutto quando la gestione di alcuni problemi è affidata allassunzione di farmaci, ancorchè non facenti parte della lista delle sostanze proibite. Ma un farmaco non proibito per aspetti di doping non significa che non sia dannoso o pericoloso per la salute e lintegrità psicofisica di un atleta.
Il caso in questione (caso Paolini) è rilevatore anche di quanto, in ambito ciclistico, sia oggi labile il rapporto medico-atleta. Il medico dovrebbe essere il referente indiscusso per la gestione di ogni aspetto relativo a problematiche fisiche, ed anche psichiche, di un atleta di alto livello; non vi è dubbio che lassunzione di ogni tipo di farmaco, ancorchè lecito, dovrebbe avvenire non solo mettendone a conoscenza il medico ma anche unicamente sotto la sua autorizzazione.
Ma molti aspetti, in questi ultimi anni, anche in ambito professionistico, hanno contribuito a indebolire la figura del medico nel contesto ciclistico e sportivo in genere. Fino a non molto tempo fa, esaurita la fase storica del massaggiatore factotum, nel bene e nel male latleta vedeva nel medico il referente unico al quale far riferimento per i suoi problemi fisici, e non solo.
Oggi una moltitudine di soggetti, dalle competenze più svariate, ruotano attorno ad un atleta di alto livello e non sempre costoro hanno realmente specifiche competenze e, se le hanno, non sempre sono accompagnate da rigore professionale , dal momento che spesso non hanno realizzato alcun percorso professionale.
Nutrizionisti, psicologi, motivatori, biomeccanici, preparatori atletici, ecc formano oggi il pool di assistenza allatleta, senza che vi sia un reale e serio coordinamento.
Tale ruolo non appartiene più da tempo al direttore sportivo e non appartiene più, ammesso che lo sia stato in passato, neppure al medico.
Se nel ciclismo professionistico attuale un medico dice ad un suo atleta che non deve assumere certi farmaci e non viene ascoltato, significa che il problema non si risolve attendendo quellatleta al varco dei controlli antidoping, ma affrontando con criteri più adeguati il problema della governance della salute nella pratica sportiva. Non basta avere in squadra un medico se poi tale figura non ha ruolo reale ma spesso solo di facciata o il suo ruolo è solo confinato alla cura degli acciacchi perché altri consigliano e, sia pure informalmente, prescrivono.
Sempre più sta prendendo piede un modello a compartimenti stagni, frutto dellentrata in gioco di profili nuovi e diversi, che delimita le varie sfere di competenza ma troppo spesso senza un necessario coordinamento.
Questo modello è un modello perdente, per latleta ma anche per tutto il movimento ciclistico; perdente culturalmente prima ancora che organizzativamente e operativamente.
Luigi Simonetto