Esatto, come risulta abbastanza evidente che l'articolista quando parla di "strage" e "spazzate via intere fascie" in India lo fa' senza essersi documentato giusto per riempire qualche riga.
E non facciamo nemmeno un minimo accenno alle condizioni igienico/sanitarie, di mangiare, di affollamento, di pulizia in cui vivono la rispetto a noi.
Difficile anche documentare quando si parla di villaggi rurali. Sempre che, come per l'altro articolo, qualcuno scriva tanto per fare notizia.
È propaganda: in India i morti di Coronavirus non si contano
di Côme Bastin | 30 NOVEMBRE 2020
Nel centro di controllo Covid-19 del Jharkhand, i numeri sono scritti a pennarello su una lavagna. In orizzontale sono indicati i 24 distretti di questo Stato del’est dell’India. In verticale il numero di casi e di morti recenti. Nell’ultima colonna figurano solo degli zero. “Il virus è sotto controllo – afferma Praveen Kumar Karn, epidemiologo del ministero della Salute del Jharkhand –. Solo 900 persone sono morte di Covid da marzo”. 900 morti per 30 milioni di abitanti: i dati sono credibili? Nel Jharkhand, molto povero, il sistema sanitario è in condizioni disastrose: si contano un medico ogni 18 mila abitanti e un letto d’ospedale ogni 6 mila abitanti. Secondo il ministero indiano dell’Interno, inoltre, lo Stato si colloca all’ultimo posto del Medical Certification of Cause of Death (Mccd): a solo il 4,6% dei decessi viene data una spiegazione medica.
“È uno stato rurale dove vivono delle popolazioni tribali – spiega Samir Daas, responsabile locale del network mondiale di attivisti People Health Movement –. Nei villaggi, le persone muoiono a casa, senza essere ricoverate e senza certificato. La loro morte viene segnalata solo più tardi, al momento del censimento”. Pare difficile allora immaginare che tutte le vittime di Covid siano state registrate da marzo. “900 morti? È impossibile! Ce ne saranno dieci volte di più”, secondo Samir Daas. Pubblicato a fine settembre, un vasto studio del Consiglio indiano per la ricerca medica, portato avanti in 70 distretti di 21 Stati, permette di immaginare l’entità del divario tra le statistiche e la realtà: nello Stato del Jharkhand, il 10% dei 900 mila abitanti del distretto povero e rurale di Pakur sarebbe stato esposto al virus, ovvero 90 mila persone. I dati ufficiali parlano invece di due soli morti di Covid in questo distretto. Il tasso di mortalità sarebbe cioè di 0,002%, 1.300 volte inferiore rispetto al resto del mondo.
Il governo insiste: “Non ci è sfuggito nessun morto di Covid – assicura Ravi Shankar Shukla, direttore della National Health Mission del Jharkhand –. I capi villaggio, gli operatori sanitari e gli abitanti sono stati tutti informati correttamente sul Covid. Ogni morte sospetta ci è stata comunicata a tutti i livelli della catena medica”. Malgrado la buona volontà avanzata dal governo, Samir Daas ritiene che sia “impossibile aver contato tutti i morti”. Per capire come sono andate le cose bisogna tornare al 24 marzo, giorno in cui il primo ministro Narendra Modi ha annunciato il più grande lockdown del mondo. Da un giorno all’altro, milioni di lavoratori giornalieri delle grandi città si sono ritrovati senza attività e si sono dunque riversati sulle strade con tutti i mezzi possibili per rientrare nella campagne natale. “Centinaia di migliaia di persone sono tornate nel Jharkhand – spiega Samir Daas –. Tutti questi lavoratori bloccati nelle grandi città erano stati ampiamente esposti al virus, ma chi li ha controllati al loro ritorno? È così che il Covid ha contaminato i villaggi”. Johnson Topno, il direttore della Phia Foundation, una Ong con sede nei pressi della capitale Ranchi, ha tentato di contenere la propagazione del virus: “Abbiamo identificato i lavoratori in arrivo dalle grandi città. In collaborazione con il governo, abbiamo distribuito loro del cibo e abbiamo fatto del nostro meglio per metterli in quarantena”.
Ma ammette che il compito è stato arduo: “Queste persone erano sotto choc, volevano solo ritrovare i loro cari. Isolarle significava farle soffrire due volte. Molte persone devono essere morte di Covid nei villaggi senza che nessuno se ne sia accorto”. Da aprile a giugno, solo una decina di morti per Covid sono state registrate nel Jharkhand secondo il sito covid19india.org, che riporta i bollettini ufficiali. “Ma ad aprile non avevamo nemmeno i termometri! Figuriamo i tamponi”, racconta Shyamal Santra della fondazione Transforming Rural India Foundation. Al di là della logistica, la barriera è anche culturale: “Per i più poveri, la morte è un tabù. Quando qualcuno muore in un villaggio, nessuno fa domande. È morto e basta”. L’epidemiologo Praveen Kumar Karn conferma: “È vero che all’epoca non avevamo nessuna capacità di testare la popolazione. Abbiamo dovuto inviare i campioni ai laboratori di Delhi o Calcutta. Ma oggi – aggiunge – abbiamo realizzato quasi 3 milioni tamponi, vuol dire che abbiamo testato il 10% della nostra popolazione!”. L’aumento del numero di tamponi processati, a partire da agosto, corrisponde, logicamente, a un aumento del numero di casi positivi e dei decessi registrati. Da ottobre si registra un notevole calo. Per il capo della National Health Mission, Ravi Shankar Shukla, dunque, “il peggio è passato”. Ma non sono solo i morti nei villaggi a sfuggire ai conteggi. Secondo Ravi Shankar Shukla, il Jharkhand segue rigorosamente le regole dell’Oms e del governo indiano: ogni persona che muore risultando positiva al virus viene considerata come morta di Covid. Nei fatti molte persone morte dopo l’aggravamento di patologie cardiocircolatorie o polmonari non sono state contabilizzate. Un medico, che desidera restare anonimo, confida: “Ci viene chiesto di escludere dai conteggi i decessi per Covid legati a malattie come il diabete o la tubercolosi”. Lo conferma Samir Daas: “Sono soprattutto i responsabili locali a chiederlo perché vogliono poter mostrare risultati positivi”. Più della metà dei test effettuati sono inoltre di tipo antigenico: rapidi, economici, ma inaffidabili. Si aggiunge che molti pazienti chiedono ai medici di non inserire il Covid nel certificato di morte per timore di essere stigmatizzati. La stampa locale riporta episodi in cui delle famiglie sono state respinte perché volevano far seppellire un caro morto di Covid. Anche per i vivi l’esperienza può trasformarsi in incubo: “Ho seguito una quarantena rigorosa – riferisce Sharat Pandey –. Ma da allora nessuno mi ha più rivolto la parola in famiglia”. Ecco perché i pazienti evitano a tutti i costi di sottoporsi al tampone: “Ho contratto il Covid da un paziente, ma un collega mi ha consigliato di non fare il test – racconta il direttore di un ospedale –. Mi sono curato da solo per evitare che la mia famiglia venisse messa in quarantena”.