Ampliare le strade in Italia o anche fare complanari accanto ad alcune di esse ad uso piste ciclabili, è pressoché impossibile. Quando vengono previsti questi allargamenti di carreggiata, al momento, è per far spazio a corsie in più per le auto (vedi A14 o SS16 adriatica, per citare due esempi), e ci sono voluti anni e anni con espropri, battaglie legali, ricorsi, etc. Probabilmente con i tempi italiani sarebbero pronte quando le auto saranno ormai scomparse, o saranno scomparse le bici...Dopo aver visto le foto dell’incidente, mi sono chiesto anch’io “ma perché hanno scelto di passare proprio lì?”
Però attenzione, questo non vuol dire cercare colpe o puntare il dito. Anzi, dovremmo farcela tutti questo tipo di domanda, da noi, a chi fa i rilievi dell'incidente e soprattutto chi progetta e realizza le strade e chi ci amministra.
La risposta che mi sono dato è che in Italia nessuna strada è pensata per i ciclisti. Non lo sono le ciclabili, figurarsi se può esserlo una strada provinciale o una statale. Chi progetta e realizza le strade lo fa con lo sguardo e l’esperienza dell’automobilista quindi tutto viene progettato in funzione e a misura di automobile. E proprio per questo motivo avvengono tragedie come questa: si cerca di agevolare il più possibile il flusso di automobili, sacrificando la sicurezza di tutti gli utenti deboli.
Quindi secondo me responsabilizzare gli automobilisti è sacrosanto e fondamentale, e pure insegnargli il rispetto fin da bambini nelle scuole. Però alla fine, se ti metti al volante in un contesto dove tutto è fatto per spingere a correre e andare veloce, quel rispetto rischia di non servire a nulla.
Stiamo parlando di una strada a doppia corsia per senso di marcia, con complanari laterali, una per latoa doppia corsia anche loro, per un totale di otto (OTTO!) corsie dedicate solo alle automobili. Il problema è tutto qui.
Con tutti quei metri a disposizione, almeno una trentina da un ciglio all’altro, se quella strada fosse stata progettata con criterio, guardando anche ai ciclisti, si poteva creare uno spazio dove potessero convivere tutti senza rischiare la vita. Ma niente, da noi si pensa solo alle auto.
Noi ciclisti dobbiamo smettere di batterci soltanto per il rispetto — che è sacrosanto — e iniziare a lottare anche per gli spazi. E questa non deve essere una semplice parola d’ordine, ma la versione moderna del nostro “Cogito, ergo sum”. La nostra identità di ciclisti, la nostra presenza sulle strade, passa attraverso lo spazio che occupiamo. Se non abbiamo spazio, siamo invisibili. Se siamo invisibili, siamo a rischio. Se siamo a rischio, non esistiamo.
Rivendicare il nostro spazio significa affermare che esistiamo, che siamo parte integrante della strada, non intrusi da tollerare o impedimenti da scavalcare. Proprio come succede nel in posti come Germania o Belgi dove spesso accanto a statali, provinciali e strade a scorrimento veloce ci sono complanari vere, dedicate solo alle bici. Non quelle ciclabili italiane larghe 50 cm, rattoppate alla meno peggio e interrotte, ma corsie asfaltate a regola d’arte, larghe il giusto, pensate per sia allenarsi ma soprattutto per andare dal punto A al punto B in bici, in modo rapido, sicuro ed efficiente.
Ed è proprio perché ai ciclisti è riconosciuto uno spazio proprio, fisico, visibile, istituzionalizzato, che gli automobilisti li rispettano di più. Perché in quei contesti il ciclista non è un corpo estraneo, ma un soggetto legittimato a stare su quella strada. E dove gli spazi si condividono, questa legittimazione fa tutta la differenza: cambia lo sguardo, cambia l’atteggiamento, cambia la convivenza.
Da noi invece è tutto pensato per far correre le auto ogni scelta fatta in bici è un compromesso: passi di lì perché l’alternativa è peggio, o non esiste. E finché continueremo a costruire spazi pubblici con questa logica, continueremo a interrogarci su “perché erano lì” solo dopo che succede l’irreparabile.
Al momento battersi per gli spazi è un bel ideale, ma nulla più: richiederebbe tempo, risorse ed un futuro incerto ed improbabile. A mio avviso si otterrebbe molto di più, se non altro in tempi più umani, battendosi contro le categorie che sono più pericolose. Ho sentito l'altro giorno un po' di statistiche sulle zona 30 nate in alcune città, e sono incoraggianti in termini di calo del numero degli incidenti. So che hanno creato malumori, e che molti automobilisti l'hanno presa come una cosa personale, compreso il fatto che non sono state adeguatamente supportate da un servizio di controllo sul territorio (vero tasto dolente di ogni norma messa a regime), eppure gli incidenti sono calati.
Questo è un buon inizio, ed è una cosa fattibile da subito: lavorare sulla velocità e sul rispetto delle norme con ogni mezzo possibile. Almeno finché gli spazi saranno tali, perché con quelli e gli automobilisti che fanno troppo spesso ciò che vogliono convinti di avere solo dei diritti, noi siamo decisamente svantaggiati.




