Bani, colpevole di negligenza - Repubblica.it EUGENIO CAPODACQUA
Ancora polemiche attorno al caso Bani, il giovane junior positivo all'antidoping nella scorsa stagione e squalificato due anni dal Tribunale Nazionale Antidoping del Coni (fino al 16 giugno 2011). Sono state rese note, infatti, le motivazione dell'ultima sentenza, quella che non ha concesso all'atleta toscano neppure un solo giorno ulteriore di sconto, nonostante la collaborazione "fattiva", come la definisce lo stesso TNA. Il tribunale del Coni, infatti, ritiene "molto probabile che l'atleta non abbia assunto consapevolmente la sostanza (gonadotropina corionica, un ormone femminile che stimola la produzione di testosterone, n. d. r.) rinvenuta nei suoi liquidi organici", dunque ammette indirettamente che nella vicenda ci siano anche altre responsabilità. Ma si guarda bene da precisare quali e, tanto meno stabilire per esse le doverose sanzioni.
Il colpevole per adesso è solo il giovane corridore recentemente messo sotto contratto "pro" da Ivano Fanini, uno dei pochissimi manager del ciclismo nostrano (Amore&Vita Conad) schierato da anni ormai sul fronte di una serratissima lotta al doping nel ciclismo. "Colpevole di evidente negligenza perché pur nutrendo sospetti sulla liceità delle sostanze che i responsabili gli somministravano non si era mai preoccupato di accertare la natura di tali sostanze, assumendole passivamente". Così recitano le motivazioni rese note recentissimamente. Bani, dunque paga la negligenza con due anni di squalifica o poco meno. La sua richiesta di sospensiva della sanzione, dopo aver ulteriormente ed estesamente collaborato nelle indagini fornendo nomi, cognomi, descrizione di circostanze precise è comunque respinta. Nessuno sconto in più, neppure un giorno, che sarebbe costato nulla, ma avrebbe comunque avuto il valore simbolico di "premiare" chi collabora. Un segnale preciso per il discusso e contraddittorio mondo del ciclismo giovanile. E qui passa un primo messaggio che non è certo il miglior viatico per la lotta al doping: non è detto che se parli, confessi, racconti ciò che ti è capitato fornendo particolari riscontrati tu debba comunque aver e un trattamento di favore.
Bani è colpevole non tanto per aver assunto la sostanza; il TNA riconosce la possibile assunzione involontaria che, però, a norma di regolamento Wada non costituisce uno scarico di responsabilità individuale (art. 2.2.1), ma lo accusa di "evidente negligenza". E viene da domandarsi cosa avrebbe dovuto e/o potuto fare l'atleta, sottoposto ad un autentico tour de force di somministrazioni, quasi quotidiane, fra iniezioni, endovene, pasticche, ecc. ecc. per non essere negligente. Rubare una siringa pronta dal frigorifero, o una pasticca, o altro, farla analizzare da un laboratorio ed eventualmente denunciare a chi di dovere i risultati di tali analisi? A quale atleta che ripone piena fiducia nei propri dirigenti societari, ai quali si affida in toto, verrebbe mai in mente una tale eventualità? Le pratiche farmacologiche sono prassi comune, ahimè in questo sport. Da decenni. Anche, purtroppo, ai primissimi livelli di attività. Un'abitudine mai abbastanza contrastata (per non dire spesso giustificata, e in passato addirittura incoraggiata) dai massimi dirigenti federali. Si potrebbero citare testimonianze personali non più "antiche" di qualche giorno fa. E allora dov'è la negligenza? Cosa mai dovrebbe fare un atleta a cui hanno insegnato per anni che "reintegrare" con i farmaci è non solo lecito, ma addirittura indispensabile per poter migliorare e ripetere la prestazione? Mettere in dubbio l'operato dei propri dirigenti? E, magari, come accaduto in passato, essere emarginato. Ricordate il caso di Francesco Cascini, il giovane 15enne che denunciò su Repubblica addirittura l'abuso di farmaci nella sua squadra già nel lontano 2003?
Sentite cosa ci scrive Mauro Cascini, il padre di Francesco, a sette anni di distanza: "Denunciammo l'uso illegale di medicinali da parte di ragazzi di appena quattordici anni, per arrivare all'uso di sostanze dopanti già da juniores.La squadra chiedeva loro non di divertirsi e far divertire, ma di vincere a tutti i costi , per essere poi buon oggetto di contratto nel passaggio al mondo dei professionisti. Il compianto Ballerini, mi disse un giorno "riusciremo a togliere le mele marce", ma non sono bastate neppure le sue buone intenzioni.Lo schiacciasassi di questo sistema, è andato avanti senza alcuna pietà . I manovratori sembrano più forti che mai. I controllati sembrano essere anche controllori. Nessuno di quel sistema corrotto oggi come allora , sceglie di stare a fianco di chi denuncia. Noi denunciammo ciò che avevamo visto, e fummo dal Coni , dalla Federazione, indagati per danno all'immagine del ciclismo. Francesco fu allontanato , di fatto, da quello che era il suo sport preferito, nessuno delle istituzioni, dei genitori ci fu vicino. Ma avevamo comunque vinto, la più grande delle gare. Aver alzato la testa al momento giusto , per far sapere che la nostra dignità, e la nostra onestà vale molto di più di un buon contratto".
In sette anni poco o nulla è cambiato se il TNA riconosce e apprezza la "fattiva collaborazione" dell'atleta, ma più in là di un minimo sconto di pena (3 mesi) già accordato non si va; anche dopo la seconda audizione in cui - a detta degli interessati - fu consigliato addirittura di fare appello per la sospensione. In nome di cosa se non delle "novità" apportate? Altrimenti perché consigliare l'appello? Non sarebbero emersi "fatti nuovi sia in sede sportiva che in sede giudiziaria", dunque il TNA "rigetta l'stanza, fermo restando il diritto dell'atleta di riproporla qualora emergano fatti nuovi". Ma fatti nuovi erano emersi, come l'episodio del compagno di Eugenio Bani che si era sentito male, circostanza avvalorata anche dalla testimonianza di un altro atleta della formazione toscana. Ora, è vero che fra quel malore ed eventuali pratiche doping è difficilissimo se non impossibile stabilire un nesso causa-effetto, ma l'accanimento farmacologico, quanto meno, risultava evidente. E comunque l'ulteriore "collaborazione fattiva" era evidente. Ora ci si domanda se di fronte ad una società sportiva che - pur volendo rimanere nel campo del lecito - sottopone ragazzi di 17-18 anni a terapie di "reintegrazione" che sanno di vero e proprio accanimento terapeutico, non sarebbe stato opportuno dare un segnale diverso.
Non solo. Se dunque l'atleta deve necessariamente esse sanzionato (il regolamento non concede margini: ciascun atleta è responsabile di quello che viene ritrovato nei suoi campioni biologici prelevati), si attende ancora che qualcosa venga fatto nei confronti di una società che somministrava farmaci e trattamenti ai propri atleti come polli da batteria. Al solo scopo (come emerge dai documenti della Procura Coni) di migliorare la prestazione e/o accelerare il recupero per ottenere lo stesso obbiettivo. Anche se - ad esempio - le infusioni endovenose, largamente praticate - erano proibite "tranne che nell'ambito della gestione di trattamenti chirurgici, di emergenze mediche o di specifiche indagini cliniche" ( paragrafo M manipolazione chimica e fisica). Dovevano essere sottoposti tutti a intervento chirurgico quei ragazzi? Oppure si trovavano tutti in una situazione di "emergenza sanitaria"? O, ancora, dovevano tutti essere sottoposti a indagini cliniche e - combinazione - spesso tutti insieme? E' chiaro l'uso "off label" di queste pratiche, eppure al Coni aspettano ancora per prendere una decisione. Per ora paga solo l'atleta. Come sempre.
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