Dalla pubblicazione riportata dal dott. Morelli si evince che la tecnica di pedalata "con trazione" unisce una maggior efficienza meccanica ad una minore efficienza metabolica. Il che alla fine porta a dubitare della sua effettiva utilità, almeno nel ciclismo su strada, caratterizzato da tempi lunghi e quindi molto condizionato dall'efficienza metabolica. O no?
Quindi, mi chiedo, che vantaggio può avere raffinare in allenamento una tecnica di pedalata più dispendiosa, visto che poi comunque, a rigor di logica, in gara non dovrei utilizzarla?
Estremizzando molto il concetto, è noto che gli atleti della RAAM pedalano ad una frequenza abbastanza bassa (mi pare 70-75 rpm) proprio per minimizzare il consumo energetico.
D'altra parte, la metodologia di allenamento classica per questo tipo di abilità (la pedalata "rotonda") è quella del pignone fisso a frequenza elevata, ove però, a causa dell'elevata inerzia, più che "tirare" il ritorno si deve cercare di agevolarlo, decontraendo il muscolo non direttamente impegnato nell'azione di spinta.
Mi pare che la tecnica nella quale i muscoli del "ritorno" siano molto più sollecitati siano al contrario le SFR, ove la bassa frequenza di pedalata porta ad una inerzia limitata e quindi alla necessità di "recuperare" dal punto morto inferiore con una aziona attiva di trazione.
Personalmente non mi posso permettere nessuna delle due cose, per svariati problemi muscolo-tendineo-legamento-scheletrici. Però, alla luce di quanto ho osservato, faccio anche fatica a vedere l'effettiva utilità di allenare e utilizzare questa benedetta "trazione".