«Appena ho ricevuto la comunicazione del Coni, mi sono chiuso in camera e per due ore ho pianto come un bambino. Mi sono visto crollare il mondo addosso. Tutti i sacrifici di una vita andati in fumo, pensavo... Poi mi sono aggrappato alla fede che grazie a Dio non mi ha mai abbandonato e con laiuto di don Marco Pozza ho deciso che la mia Olimpiade la correrò in Kenya».
Cè un giro del Kenya al quale può gareggiare ugualmente, nonostante la sospensione?
«Macché, nelle due settimane olimpiche andrò a prestare soccorso ai bambini dei centri di accoglienza alla periferia di Nairobi. Il mio sogno, quando smetterò con il ciclismo, è di dedicarmi agli ultimi, alle persone che hanno più bisogno daiuto. E poi vorrei tanto aprire una scuola pubblica, ma sul modello dei college, per i giovani atleti, in cui la crescita culturale vada di pari passo con quella sportiva. Perché è questo che da noi manca, ed è ancora la causa dei tanti piccoli drammi dello sport».
Se è tutto vero, questo gli fa onore...