Visto che siamo in tema, consiglio un libro: John Foot - Pedalare.
http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/4972_pedalare_pedalare!_foot.html
La storia del ciclismo dovrebbe finire nel gennaio del 1984, con i preparati chimici assunti da Francesco Moser e con la squadra di medici al suo seguito per il tentativo di record dellora a Città del Messico. Così scrive John Foot, professore di storia contemporanea presso lUniversity College di Londra, nonché autore dellapprezzabilissimo libro Pedalare! (pgg 410, Rizzoli editore) che riassume in modo molto concreto e realistico la storia del pedale dagli albori ai nostri giorni. Una storia che dovrebbe finire attorno a quegli anni (fine 80 e primi 90) che hanno segnato lingresso della cosiddetta scienza nel mondo dello sport. Una scienza che, alla luce della storia, si è rivelata ben povera cosa e cioè, semplice amministrazione di pratiche dopanti in prima istanza (come lautotrasfusione ematica) e di somministrazione di un ormone, lepo, ovvero la famigerata eritropoietina, che ha sconvolto gli equilibri del ciclismo e di quasi tutte le discipline sportive. Una scienza che ha trasformato uno sport basato soprattutto sulla fatica, le scalate, le imprese, gli sprint, in un mondo morboso di trasfusioni di sangue, ormoni, testosterone, cocaina, arresti, proteste, agenti mascheranti, retate di polizia e sacche di sangue nei frigoriferi spagnoli. Una disciplina snaturata come tante dalla corsa frenetica verso le medaglie da raggiungere a tutti i costi che, soprattutto nel corso di quegli anni, giustificassero lesistenza di una organizzazione sportiva, con al centro il Coni e le federazioni sportive, capace di divorare miliardi per lustri e lustri senza far crescere minimamente la cultura sportiva del Paese. Foot scrive che a partire da quegli anni: Non cè praticamente nessuno che non sia stato preso con le mani nel sacco, presto o tardi. A questo tardi appartiene anche la notizia, rilanciata dal sito Cyclingnews che riprende unintervista ad una giornale olandese di Sandro Donati, uno dei più validi esperti mondiali nella lotta al doping, ex dirigente Coni, oggi consulente della Wada e collaboratore prezioso di Libera, lassociazione di Don Ciotti che lotta contro le mafie. Donati sostiene che la Banesto di Indurain allepoca si appoggiava al famigerato gruppo di Ferrara guidato dal professor Conconi, lo stesso che aveva introdotto assieme ad un test di valutazione funzione (molto discutibile dal punto di vista tecnico secondo gli esperti) rapidamente diffuso nel mondo sportivo luso di pratiche come la trasfusione. Non è una novità assoluta: nelle more del processo al professore di Ferrara, erano emersi come clienti di Conconi tanti nomi di ciclisti illustri: da Bugno, a Chiappucci, da Fondriest a Gotti, Ugrumov; per non parlare dei fondisti, dei maratoneti, ecc.; praticamente tutto il gotha dello sport italiano di primo livello. Ora il riferimento alla Banesto getta ombre anche su Miguel Indurain, vincitore di 5 Tour de France proprio negli anni che vanno dal 1991 al 1995. Gli anni, appunto, dellera Conconi. Dalla Banesto sarebbero arrivate a Ferrara, secondo quanto riferisce lintervista, notevoli cifre. E da allora è cominciato il declino del mondo del pedale. Dopo gli anni 80 scrive ancora Foot quasi nessun risultato è mai stato definitivo; perché un gruppo di sportivi, protagonisti di uno degli sport più popolari del mondo ha sistematicamente fatto ricorso a unintera gamma di sostanze chimiche e di pratiche per migliorare la propria performance. Nella loro impresa gli atleti sono stati aiutati e spalleggiati da medici, aziende farmaceutiche, manager, allenatori e altri ciclisti, nonché dalle autorità tecnicamente incaricate di gestire lo sport (comprese quelle che avrebbero dovuto smascherare queste truffe. Insomma il quadro, peraltro più volte denunciato da pochi ed isolatissimi media, è quello di uno sport diventato piuttosto una farsa grottesca in cui i ciclisti si pompavano con ogni sorta di sostanza pericolosa per vincere o semplicemente per non cedere. Foot sostiene cono forti basi storiche che a contribuire alla rovina del mondo del pedale è stata soprattutto la questione denaro.
I passi che seguono sono illuminanti e motivo ancora attuale di riflessione, specie per un ciclismo che vorrebbe cambiare. Per anni è stato più comodo e più sicuro semplicemente ignorare largomento (doping, n.d.r.) lasciando che le casse si rimpinguassero ( ) quello che ciclismo professionistico è un ambiente circoscritto ( )La lealtà verso il gruppo ha quasi sempre la precedenza rispetto alletica individuale e il plotone è unentità difficile da penetrare e riformare. E parola più parola meno il ritratto di un mondo con connotazioni che fanno pensare alla mafia e alla camorra. I delatori erano (e sono) malvisti e spesso sono stati costretti a ritrattare le loro confessioni o a ritirarsi del tutto dallo sport. Squadre e sponsor erano assetati di vittoria, e il fine giustificava qualunque mezzo. Il perdono era rapito: i ciclisti dopati ritornavano in pista come se niente fosse e i tifosi sembravano condividere questa omertà. E furono i ciclisti stessi a soffrire più di tutti gli altri. Alcuni si suicidarono, altri ripiegarono su droghe più ricreative. Gli effetti collaterali dellepo e di altri agenti dopanti sembrarono provocare anche una serie di morti sospette. Altri abbandonarono del tutto lo sport, nauseati dai danni che stavano arrecando al loro corpo. Di solito i ciclisti negavano di avere assunto alcunché (da Merckx in avanti) preferendo rifugiarsi nel vittimismo. Pochissimi ne sono usciti puliti o hanno ammesso le proprie responsabilità. Molti hanno continuato ad usare sostanze persino dopo essere stati riammessi in gara e questo ha fatto alimentare le maldicenze sullintera categoria. Così il libro. Se qualcuno poi si lamenta della credibilità a zero e degli sponsor che scappano trova in queste pagine risposte molto chiare. Parla uno storico, non un tifoso o un giornalista.
dal blog di Capodacqua.
http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/4972_pedalare_pedalare!_foot.html
La storia del ciclismo dovrebbe finire nel gennaio del 1984, con i preparati chimici assunti da Francesco Moser e con la squadra di medici al suo seguito per il tentativo di record dellora a Città del Messico. Così scrive John Foot, professore di storia contemporanea presso lUniversity College di Londra, nonché autore dellapprezzabilissimo libro Pedalare! (pgg 410, Rizzoli editore) che riassume in modo molto concreto e realistico la storia del pedale dagli albori ai nostri giorni. Una storia che dovrebbe finire attorno a quegli anni (fine 80 e primi 90) che hanno segnato lingresso della cosiddetta scienza nel mondo dello sport. Una scienza che, alla luce della storia, si è rivelata ben povera cosa e cioè, semplice amministrazione di pratiche dopanti in prima istanza (come lautotrasfusione ematica) e di somministrazione di un ormone, lepo, ovvero la famigerata eritropoietina, che ha sconvolto gli equilibri del ciclismo e di quasi tutte le discipline sportive. Una scienza che ha trasformato uno sport basato soprattutto sulla fatica, le scalate, le imprese, gli sprint, in un mondo morboso di trasfusioni di sangue, ormoni, testosterone, cocaina, arresti, proteste, agenti mascheranti, retate di polizia e sacche di sangue nei frigoriferi spagnoli. Una disciplina snaturata come tante dalla corsa frenetica verso le medaglie da raggiungere a tutti i costi che, soprattutto nel corso di quegli anni, giustificassero lesistenza di una organizzazione sportiva, con al centro il Coni e le federazioni sportive, capace di divorare miliardi per lustri e lustri senza far crescere minimamente la cultura sportiva del Paese. Foot scrive che a partire da quegli anni: Non cè praticamente nessuno che non sia stato preso con le mani nel sacco, presto o tardi. A questo tardi appartiene anche la notizia, rilanciata dal sito Cyclingnews che riprende unintervista ad una giornale olandese di Sandro Donati, uno dei più validi esperti mondiali nella lotta al doping, ex dirigente Coni, oggi consulente della Wada e collaboratore prezioso di Libera, lassociazione di Don Ciotti che lotta contro le mafie. Donati sostiene che la Banesto di Indurain allepoca si appoggiava al famigerato gruppo di Ferrara guidato dal professor Conconi, lo stesso che aveva introdotto assieme ad un test di valutazione funzione (molto discutibile dal punto di vista tecnico secondo gli esperti) rapidamente diffuso nel mondo sportivo luso di pratiche come la trasfusione. Non è una novità assoluta: nelle more del processo al professore di Ferrara, erano emersi come clienti di Conconi tanti nomi di ciclisti illustri: da Bugno, a Chiappucci, da Fondriest a Gotti, Ugrumov; per non parlare dei fondisti, dei maratoneti, ecc.; praticamente tutto il gotha dello sport italiano di primo livello. Ora il riferimento alla Banesto getta ombre anche su Miguel Indurain, vincitore di 5 Tour de France proprio negli anni che vanno dal 1991 al 1995. Gli anni, appunto, dellera Conconi. Dalla Banesto sarebbero arrivate a Ferrara, secondo quanto riferisce lintervista, notevoli cifre. E da allora è cominciato il declino del mondo del pedale. Dopo gli anni 80 scrive ancora Foot quasi nessun risultato è mai stato definitivo; perché un gruppo di sportivi, protagonisti di uno degli sport più popolari del mondo ha sistematicamente fatto ricorso a unintera gamma di sostanze chimiche e di pratiche per migliorare la propria performance. Nella loro impresa gli atleti sono stati aiutati e spalleggiati da medici, aziende farmaceutiche, manager, allenatori e altri ciclisti, nonché dalle autorità tecnicamente incaricate di gestire lo sport (comprese quelle che avrebbero dovuto smascherare queste truffe. Insomma il quadro, peraltro più volte denunciato da pochi ed isolatissimi media, è quello di uno sport diventato piuttosto una farsa grottesca in cui i ciclisti si pompavano con ogni sorta di sostanza pericolosa per vincere o semplicemente per non cedere. Foot sostiene cono forti basi storiche che a contribuire alla rovina del mondo del pedale è stata soprattutto la questione denaro.
I passi che seguono sono illuminanti e motivo ancora attuale di riflessione, specie per un ciclismo che vorrebbe cambiare. Per anni è stato più comodo e più sicuro semplicemente ignorare largomento (doping, n.d.r.) lasciando che le casse si rimpinguassero ( ) quello che ciclismo professionistico è un ambiente circoscritto ( )La lealtà verso il gruppo ha quasi sempre la precedenza rispetto alletica individuale e il plotone è unentità difficile da penetrare e riformare. E parola più parola meno il ritratto di un mondo con connotazioni che fanno pensare alla mafia e alla camorra. I delatori erano (e sono) malvisti e spesso sono stati costretti a ritrattare le loro confessioni o a ritirarsi del tutto dallo sport. Squadre e sponsor erano assetati di vittoria, e il fine giustificava qualunque mezzo. Il perdono era rapito: i ciclisti dopati ritornavano in pista come se niente fosse e i tifosi sembravano condividere questa omertà. E furono i ciclisti stessi a soffrire più di tutti gli altri. Alcuni si suicidarono, altri ripiegarono su droghe più ricreative. Gli effetti collaterali dellepo e di altri agenti dopanti sembrarono provocare anche una serie di morti sospette. Altri abbandonarono del tutto lo sport, nauseati dai danni che stavano arrecando al loro corpo. Di solito i ciclisti negavano di avere assunto alcunché (da Merckx in avanti) preferendo rifugiarsi nel vittimismo. Pochissimi ne sono usciti puliti o hanno ammesso le proprie responsabilità. Molti hanno continuato ad usare sostanze persino dopo essere stati riammessi in gara e questo ha fatto alimentare le maldicenze sullintera categoria. Così il libro. Se qualcuno poi si lamenta della credibilità a zero e degli sponsor che scappano trova in queste pagine risposte molto chiare. Parla uno storico, non un tifoso o un giornalista.
dal blog di Capodacqua.
