Articolo interessante, certe cose già dovremmo saperle.. un pò lunghetto ma se ne avete voglia:
Cosa determina la prestazione nell’endurance: focus sulla resilienza fisiologica (durabilità).
La prestazione nelle discipline di ultra-endurance è determinata da tre pilastri fisiologici classici: il massimo consumo di ossigeno (VO2max), la soglia anaerobica e l'economia del movimento.
Il VO2max stabilisce il limite superiore della potenza aerobica, dipendendo in modo critico dalla capacità di trasporto dell'ossigeno ai muscoli e dalla gittata cardiaca.
La soglia anaerobica definisce la frazione di VO2max che un atleta può sostenere per periodi prolungati senza accumulare lattato in modo incontrollato, fattore che correla fortemente con il successo nelle gare di lunga durata.
L'economia del movimento rappresenta l'efficienza energetica, ovvero la quantità di ossigeno o energia richiesta per mantenere una specifica velocità submassimale.
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Oltre a questi pilastri, la ricerca moderna ha identificato la resilienza fisiologica (o durabilità) come una quarta dimensione essenziale, descritta come la capacità di resistere al deterioramento dei parametri fisiologici e mantenere l'efficienza nonostante l'accumulo di fatica. Un fattore metabolico cruciale per la velocità sostenibile è la flessibilità metabolica, che permette all'atleta di utilizzare i grassi come combustibile primario anche ad alte intensità, preservando le limitate riserve di glicogeno muscolare ed epatico. Atleti adattati possono raggiungere tassi di ossidazione lipidica (FATMAX) superiori a 1,5 g/min, spostando il punto di equilibrio metabolico (crossover) oltre l'80-85% del VO2max.
La capacità di sostenere la velocità è influenzata anche dalla gestione del bilancio energetico, poiché le gare di ultra-endurance comportano deficit calorici massicci che devono essere mitigati dall'assunzione di carboidrati esogeni. L'efficienza di questo processo dipende dalla capacità del sistema gastrointestinale di assorbire nutrienti sotto stress, un parametro che può essere migliorato tramite il "gut training" per tollerare introiti di 90-120 g/h di miscele di glucosio e fruttosio.
Infine, intervengono fattori neuromuscolari e cognitivi, tra cui la resistenza alla fatica centrale, che agisce come un meccanismo di protezione cerebrale per ridurre il reclutamento motorio e preservare l'omeostasi. Il mantenimento dell'integrità strutturale muscolare, limitando il rilascio di biomarcatori di danno come la creatina chinasi (CKM), è fondamentale per prevenire il calo della forza contrattile e mantenere la velocità nelle fasi finali della gara. In eventi di durata estrema, come il Tor des Géants, si è osservato che il corpo può persino migliorare la propria efficienza meccanica attraverso adattamenti del controllo neurale del movimento per compensare la fatica accumulata.
La durabilità, nota anche come resilienza fisiologica, influenza la prestazione degli ultra-atleti agendo come una "quarta dimensione" che determina la capacità di mantenere l'efficienza fisiologica nonostante l'accumulo di fatica. Mentre i tre pilastri classici (VO2max, soglia anaerobica ed economia del movimento) definiscono il potenziale iniziale, la durabilità stabilisce quanto a lungo tali parametri possano resistere al deterioramento durante gare estreme.
In particolare, la durabilità influenza la prestazione attraverso i seguenti meccanismi:
• Ottimizzazione dell'efficienza meccanica e metabolica: Contrariamente a quanto accade in sforzi più brevi, negli ultra-atleti la durabilità può portare a un sorprendente miglioramento dell'economia del movimento nelle fasi avanzate della gara. Ad esempio, dopo circa 130 ore di locomozione in salita (come nel Tor des Géants), è stato osservato che gli atleti riducono il costo energetico della camminata (-11,5%) e della corsa (-7,0%) grazie ad adattamenti nel controllo neurale del movimento che ottimizzano i pattern di attivazione muscolare nonostante la fatica.
• Flessibilità metabolica e risparmio di glicogeno: Gli atleti con elevata durabilità mostrano una capacità superiore di ossidare i grassi ad alte intensità (anche oltre l'85% del VO2max), riducendo la dipendenza dal glicogeno muscolare ed epatico. Questo adattamento permette di evitare il fenomeno del "muro" e di mantenere la velocità metabolica per 50-100 ore di corsa continua. Nelle donne, questa efficienza metabolica è spesso superiore, traducendosi in una maggiore resistenza alla fatica periferica e in un passo più costante nelle fasi finali.
• Resilienza neuromuscolare e genetica: La durabilità è modulata da fattori genetici che influenzano la neuroplasticità e la riparazione dei tessuti. Varianti nel gene BDNF sono associate alla capacità di sviluppare un sistema neuromuscolare più resiliente, capace di tollerare carichi di lavoro estremi e ridurre la fatica percepita.
• Resistenza alla fatica centrale: La durabilità include una dimensione mentale e neurochimica; la capacità di regolare i livelli di dopamina nel cervello (influenzata dal gene COMT) permette di mantenere un elevato "drive" motorio e una resilienza psicologica superiore sotto stress prolungato, prevenendo cali motivazionali che potrebbero compromettere la prestazione.
In sintesi, la durabilità permette all'atleta di preservare l'integrità strutturale e funzionale dell'organismo, garantendo che i sistemi energetici e neuromuscolari continuino a operare in modo coordinato ben oltre i limiti delle riserve di carboidrati standard.