Non cogli il punto.
Sto dicendo che non è cosi scontato che uno abbia mentito, il che implicherebbe l'intenzione,
è ben piu probabile che non sia passata una comunicazione perché nessuno dei due aveva in mente il problema. E se questo per il paziente è lecito lo è un po meno per il personale sanitario.
In caso di reticenza/informazioni non correte/chiare dovrebbe intervenire la professionalità che dovrebbe consentire di andare oltre i ben noti limiti dell'anamnesi.
Specialmente in un momento in cui la sensibilizzazione del personale sanitario sarebbe dovuta essere alta.
Un quadro clinico come quello riportato su di un individuo sportivo e di giovane età avrebbe dovuto far accendere un campanello d'allarme al professionista più che al paziente. Le domande da porre al paziente servono a guidare una diagnosi. Ma è un lavoro da svolgere in modo attivo e deve esserci dietro un'ipotesi da parte del medico. Se viene invece svolta come un dovere burocratico il rischio è quello che abbiamo visto. Poi certo che mediaticamente ha più presa la storia del paziente che mente per ovvie ragioni.
eventuale menzogna che tra l'altro non ha alcun impatto sulla vicenda perché:
- il contagio non è avvenuto in seguito a quel contatto come è stato appurato
- il famoso amico di ritorno dalla Cina non ha contagiato nessuno
- il vero problema è quindi stato il non diagnosticare correttamente il contagio all'interno dell'ospedale
certamente se il poveretto fosse stato in grado di autodiagnosticarsi sarebbe stato meglio, ma allora ancora meglio se fosse stato in grado di individuare il paziente 0. A questo punto si potrebbe anche chiedergli di creare un vacino già che ci siamo