Mi spieghi cortesemente i casi in cui ha fatto comodo la delocalizzazione ai consumatori finali?
Alhoa
credo che intenda che i consumatori hanno usufruito dei prezzi assai piu vantaggiosi oltre che ad un veloce sviluppo tecnologico
I prezzi più vantaggiosi il consumatore li ha trovati comprando direttamente dalla ditta cinesi, quando la ditta è italiana (occidentale) i prezzi sono rimasti uguali.
Alhoa
credo, sempre che intendesse dire che in fondo se oggi prendiamo un televisore 40 pollici a 359 e' grazie alla cina....cosi come un telaio che un made in EU lo paghi 4000 mentre un made in china 3000 sempre top di gamma. queste in grandi numeri poi se ne puo discutere
Sepica ha inteso bene quello che intendevo dire. Pensa ai cellulari che ormai compri con 20, ad aziende come Zara, Ikea, ecc.. che rendono accessibili prodotti ad un prezzo molto basso rispetto a qualche anno fa.
Per noi consumatori finali è stata una bella convenienza fino a quando come ha spiegato bene anche Perseo Navy l'economia girava...
Per questo insisto nel dire che siamo noi consumatori nel nostro piccolo a dover indirizzare le scelte delle aziende nella produzione piuttosto che subire passivamente le loro decisioni continuando ad acquistare prodotti che sono convenienti solo alle loro tasche...
Ma so che purtroppo parlo al vento perchè
c'è gente che si è già accampata fuori da gli apple store per il prossimo iphone 5!!! E per questo si fa anche sponsorizzare...
Dall'altro lato bisogna anche dire che la delocalizzazione da un lato brucia posti di lavoro (quelli che esporta all'estero) ma da l'altro ne salva anche degli altri.
Mi spiego: se l'azienda XYZ che ha 200 dipendenti che produce tutto in Italia è in crisi a causa della concorrenza decide di delocalizzare e per questo licenzia 50 dipendenti.
Con lo stabilimento all'estero però riesce anch'essa ad offrire prodotti convenienti e riguadagna quote di mercato perse in precedenza.
Sta quindi sul mercato e riesce a difendere quei 150 dipendenti che se non avesse delocalizzato parte della produzione avrebbe dovuto licenziare perchè sarebbe fallita in poco tempo. Qui (
1,
2 e
3) trovate 3 articoli che lo spiegano meglio di me...
In secondo la delocalizzazione crea anche dei posti di lavoro. Pensate solo al settore dei trasporti. Dal cargo al fattorino che vi consegna la forcella comprata a Taiwan.
Comunque non vi preoccupate...come ha previsto anche Roberto Massa nel suo ultimo
post non tarderà ad arrivare il giorno in cui le fabbriche torneranno indietro dalla Cina perchè non è più conveniente produrre lì... (anche nel suo piccolo l'operaio cinese si inca**a...
e vuole più soldi!)
Roma - (
Adnkronos, 19 ago) - Investire in Cina al giorno doggi sembra non essere più tanto conveniente. Laumento dei salari, le impennate dellinflazione in corsa al 6,5%, accanto allandamento dei mercati valutari e ai rincari dei beni stanno spingendo numerose aziende straniere ad abbandonare il delta del Pear River. Al quartier generale di Shenzhen della Foxconn, la multinazionale dellalta tecnologia che produce gli
Iphone e Ipad della Apple, gli stipendi sono raddoppiati. Ma si tratta di un fenomeno che non interessa solo il leader della produzione elettronica. Secondo gli analisti di Oxstone Capital Management, i salari minimi in Cina sono cresciuti del 20% in alcune regioni, del 30% in altre, con casi di picchi oltre il 40%. Nella provincia di Guangdong lazienda che fornisce lHonda, Hmc, ha aumentato i salari del 47%. In media dal 1990 gli stipendi sono cresciuti del 13% lanno, dal 2005 al 2010 del 19%, circa 260 dollari mensili per impiegato. ma il livello di partenza era basso.
Se continuasse questa tendenza di crescita a doppia cifra, secondo le stime di Boston Consulting Group, la busta-paga mensile salirebbe a 623 dollari al mese, riducendo amopiamente il risparmio di produrre in Cina. Ma un altro motivo che rende il colosso asiatico meno appetibile per gli investitori stranieri è inoltre la
concorrenza spietata delle aziende locali, foraggiate dagi incentivi pubblici. È per questo motivo che le aziende europee e americane si stanno indirizzando verso altri lidi, come il Vietnam, lIndia, lIndonesia e il Brasile.
Ma altri gruppi hanno invece optato per mercati più vicini ai propri consumatori. È il caso delle società Usa che hanno delocalizzato nel più vicino Messico o in stati nordamericani low-cost. Allo stesso modo, osservano gli analisti, i gruppi europei che riforniscono i mercati di Germania, Italia o Francia, dovrebbero pensare a delocalizzare nellEst Europa.
Ed anche:
Da
LA STAMPA -
Marco Alfieri
Qualche mese fa il colosso dei giocattoli Wham-O, che produce frisbee e Hula Hoop per i ragazzini di mezzo mondo, ha riportato metà delle sue fabbriche dalla Cina in California e Michigan. Caterpillar, racconta il Sole 24Ore , per produrre la sua nuova escavatrice non ha scelto i costi bassi dell'Asia ma una cittadina della Carolina del Nord, che ha messo sul tavolo un pacchetto di incentivi da 14 milioni di dollari. La stessa Flextronics, che fornisce Cisco e Hewlett-Packard, sta pensando di ridurre la base cinese per puntare su un paese come il Messico. Poi c'è Ikea, che presidia coi megastore il mercato asiatico ma ha ormai ridotto sotto il 20% del totale acquisti le sue forniture cinesi.
Da qualche tempo la Cina sembra un po' meno la fabbrica del mondo conosciuta e temuta negli ultimi 15 anni. Chi dava per morta la produzione nel vecchio Occidente affossato dalla crisi del debito, almeno su questo potrebbe ricredersi.
E' una specie di delocalizzazione di ritorno. «In Cina sta aumentando tutto», spiega Alberto Forchielli, presidente di Osservatorio Asia. L'inflazione è schizzata al 6,5%. I prezzi alla produzione sono cresciuti del 7% in pochi mesi, gli alimentari del 15, la terra del 20. Anche lo yuan è apprezzatissimo tanto che il vice di Obama, Joe Biden, in visita in Cina, ha chiesto alle autorità di Pechino di rivalutarlo.
Ma è soprattutto l'habitat produttivo a rincarare. «I 34 governi provinciali, indebitati fino al collo dopo il grande ciclo delle opere pubbliche, devono fronteggiare la stretta bancaria e immobiliare», dunque
raschiano soldi dove possono torchiando le imprese: «sicurezza sul lavoro, norme antincendio, ambientali, tutte cose su cui prima sorvolavano»*, prosegue Forchielli. Nel frattempo «il costo del lavoro lievita del 20% l'anno, ben oltre una produttività frenata dai pochi investimenti in tecnologia e formazione.
Ogni giorno ci sono operai e fornitori che chiedono l'aumento*», raccontano i manager del fondo Mandarin.
Secondo le stime di Boston Consulting Group,
un salario medio cinese nel delta dello Yangtze fermo a 0,72 dollari l'ora nel 2000, salirà a 8,16 nel 2015. Vuol dire che il risparmio sui costi occidentali ormai non vale più del 15 per cento. Così sempre più aziende europee o americane si fanno un giro ma decidono di non aprire. E' successo ad una grossa azienda chimica tedesca che ha appena disdetto un pre-contratto per andarsi a basare in Arkansas. Chi concepisce la Cina come pura base di esportazione, ormai ci pensa bene prima di venire.
Naturalmente Pechino resta la locomotiva del mondo. La produzione industriale tiene (+17% sul 2010), i consumi girano (+16%) e il Pil crescerà anche quest'anno all'8%, nonostante i tentativi di raffreddarlo per evitare di importare inflazione dagli Usa. Ma la transizione verso un modello meno centrato sul tridente «investimenti-produzione-export» e più attento alla domanda interna e ai servizi, sarà lungo e doloroso anche per gli scaltri timonieri del partito comunista.
A Dongguan, metropoli da 10 milioni di abitanti incastrata tra Shenzhen e Guangzhou, in pratica la principale base export del tessile e dei giocattoli made in China, se ne vedono i segni. Molte imprese stanno chiudendo per il calo della domanda estera e i costi fuori mercato: nel primo semestre dell'anno se ne contano già 265. Compresi due colossi da migliaia di posti di lavoro come il South Korean Suyi Toy Factory e la Chinese Dingjia Textile Factory.
La catena è infernale e apre veri e propri crateri sociali: i clienti europei e americani riducono gli ordinativi, le scorte si fermano in magazzino, il costo del lavoro e delle materie prime schizza e le banche non concedono i mutui necessari a pagare i fornitori. Tanto più su produzioni dove i margini non vanno oltre il 5% sempre più appannaggio di paesi low cost come Vietnam, Cambogia e Indonesia, scelte dalle grandi catene occidentali attentissime a limare i costi davanti a scenari di consumi deboli.
Paradossale, no?
I paesi cintura stanno facendo quel che i cinesi fecero ai nostri distretti a metà anni 90: la concorrenza sul prezzo! Nel settore del pellame, ci sono aziende di Pechino che per difendersi stanno a loro volta delocalizzando in Africa...
Su prodotti più alti pesa invece la maturazione del consumatore occidentale. «La Cina può soddisfare alcune esigenze di base, ma ha sempre più difficoltà con i prodotti top», raccontano dalla Confindustria europea a Bruxelles. «Molti grandi buyer americani o tedeschi lamentano la scarsa fattura delle partite cinesi, e questo ci rimette in pista», rilancia un imprenditore tessile comasco. «Alcuni colleghi francesi che avevano venduto stanno riattando vecchie tessiture per tornare a produrre in casa».
Buon segno. «I cinesi non sono in grado di consegnare 30mila mq di piastrelle di buona qualità in due settimane dall'altra parte del globo, noi sì», s'inorgogliscono da Sassuolo. Il resto lo fanno i costi logistici e la scarsa tutela dei contratti. E' la globalizzazione che si rimette in moto. Un'altra volta.
*= come vedete tutto il mondo è paese e si trova sempre qualcuno più cinese di te disposto a farsi pagare meno fino a quando non capisce che con quei 4 soldi non ci tira avanti e vuole l'aumento. così si riparte a delocalizzare e via di nuovo all'infinito...
Chissà quando finirà questa guerra tra poveri???
Ciclisti di tutto il mondo: unitevi!