La pratica di sport di endurance è, secondo me, certamente logorante: le articolazioni compioni migliaia di cicli in ogni allenamento, i vasi sanguigni subiscono sovrappressioni, l'ossigeno utilizzato nei processi metabolici connessi all'attività incrementa la produzione di radicali liberi (con conseguente precoce invecchiamento cellulare).
Il vantaggio del corpo umano è che si rigenera in tempi ragionevoli e che si adatta al livello di sforzo, quindi forzandolo correttamente lo si può portare a sopportare sollecitazioni sempre più importanti senza indurre adattamenti patologici. In più, operando correttamente in termini di alimentazione e tempi di recupero, gli effetti negativi possono essere fortemente limitati.
Definire correttamente quale sia "il limite" diventa difficile se si pedala con i paraocchi, ovvero prestando poca attenzione ai segnali del proprio fisico, oppure facendosi prendere dalla smania di fare sempre di più, e quindi trascurando volutamente questi riscontri. Con il rischio di esagerare, anche pesantemente... molti atleti professionisti hanno visto interrompere la loro carriera per forme molto pesanti e prolungate di sovrallenamento. Ritengo molto valida, in proposito, la rappresentazione riportata in alcune pubblicazioni: assimilando l'atleta ad un'asta in equilibrio su un appoggio (come se fosse un'altalena) ed applicando un carico (allenamento) ad una estremità è possibile raggiungere l'equilibrio con un adeguato carico all'altra estremità (recupero). Tuttavia l'asta può rompersi in corrispondenza dell'appoggio, per un certo carico, anche se con la sola condizione di equilibrio si continuerebbe ad individuare una situazione di adattamento del sistema.
Sono comunque estremamente convinto che con corretta gradualità ed adeguato recupero per noi amatori l'attività sportiva di endurance non possa che indurre effetti positivi, sia sul fisico che sulla mente.
Tutto questo IMHO
