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Gippo Panna

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29 Luglio 2024
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I ciclisti professionisti si sopravvalutano?
L'altro ieri, mentre mi stavo dedicando alla compilazione del mio solito cruciverba del pomeriggio, l'unico momento della giornata in cui la mia mente può davvero spaziare libero da ogni vincolo terreno, ho sentito alla televisione che c'era una tappa del Tour de France. Non ho seguito tutta la faccenda nei minimi dettagli perché, ve l'ho detto, ero bloccato su un cruciverba. C'era una definizione che recitava più o meno "Fa battere il cuore a chi la insegue", e io ero fermo alle lettere F_GA, incapace di decidere quale fosse la vocale mancante, e questo dilemma morale mi stava tenendo in scacco. Ma, seppur concentrato, ho captato comunque l'essenza della tappa, e da quel che ho capito, mi si è confermato un sospetto che covavo da tempo: i ciclisti professionisti si sopravvalutano in modo drammatico.

Mi spiego. A quanto pare, un certo Pogacar ha vinto ancora, staccando tutti di un tempo tale che, applicato alla mia vita, coprirebbe comodamente l'intervallo che intercorre tra il momento in cui mia moglie mi chiede di sparecchiare e il momento in cui io decido di farlo davvero, ma solo per il fastidioso fatto che non posso apparecchiare per il nuovo pasto con le vettovaglie del pasto precedente ancora sulla tavola. Ed è qui che sorge il dubbio amletico: se esiste un individuo capace di andarsene in giro per la Francia da solo, come se stesse facendo una passeggiata domenicale per andare a prendere il pane da Cecco il fornaio mentre tutti gli altri arrancano come bradipi esausti, cosa ci fanno per strada con le tutine aderenti e un codazzo di veicoli al seguito che nemmeno un matrimonio calabrese? Perché si presentano alla partenza millantando future vittorie e gloria? A me sembra semplicemente un esercizio di vanità che sfiora il comico, tipo le signore con pelliccia e chihuahua a passeggio per il centro città. E qui la domanda che mi tormenta, quella che dà il titolo a queste righe, si fa pressante: si sopravvalutano davvero, o è piuttosto un caso conclamato di dissonanza cognitiva di massa?

E poi, dico io, si lamentano pure. Pretendono di avere stipendi, vitto e alloggio, e che gli vengano fornite biciclette e completini aderenti dalla testa ai piedi. Io ieri sera, al bar sotto casa, ci ragionavo sopra con il mio collega Gianni. Gianni l'anno scorso si è comprato la bici da solo, pagandola col suo duro lavoro da impiegato comunale, e si è pure comprato il completo con i suoi soldi, soffrendo le pene dell'inferno davanti alla moglie per giustificare la spesa sul conto corrente che avrebbe permesso di comprare un trilocale a Saint Tropez, per restare in tema Francia, e invece no, Gianni ha preferito investire quei soldi nella bici. Ebbene, se andiamo a contare le vittorie al Tour de France, Gianni ne ha esattamente quante ne ha la stragrande maggioranza di questi professionisti sponsorizzati. Ovvero zero. Eppure Gianni non ha uno staff che gli prepara le borracce, e soprattutto non va in televisione a scalciare perché qualcuno non lo aspetta in discesa, anzi Gianni ha una moglie telepatica che appena lui inizia a pensare di fare un giro in bici lei si inventa le faccende più assurde pur di farlo desistere, giorni indietro, per esempio, lo ha visto infilarsi la tutina e candidamente gli ha chiesto "Ti stai preparando per andare in bici?" come se la cosa non fosse evidente, e poi "Prima di partire non ce la fai a risolvere il problema della fame del mondo o, almeno, a far terminare la guerra tra Russia ed Ucraina?" .

E se questo non bastasse a farmi maturare seri dubbi sulla categoria, c'è un altro dettaglio che ancora oggi non riesco a spiegarmi, e cioè che questi signori sono costretti a fare su e giù per la Francia per tre settimane intere, dormendo ogni sera in un albergo diverso, e che, a quanto mi risulta, in molti di questi alberghi non hanno nemmeno il bidet. Il che, converrete, è già di per sé un sacrificio non da poco per chi sta seduto otto ore al giorno su un sellino, ma la cosa che davvero mi manda in confusione è che il bidet si chiama con un nome francese, e i francesi, sul loro stesso territorio nazionale, non lo usano. Io questa cosa ancora la devo capire, e sospetto che nemmeno un dottorato in filosofia basterebbe a spiegarmela: un popolo che dà il nome a un oggetto e poi si rifiuta sistematicamente di installarlo nelle proprie case, salvo poi pretendere che tre settimane all'anno passino ciclisti di tutto il mondo a soffrire silenziosamente le conseguenze di questa loro scelta filosofica.

Questo mi porta al punto centrale della mia riflessione di ieri. Oltre a Pogacar che se ne andava per conto suo, mi pare di aver capito che ci fosse di mezzo anche Evenepoel. Un ragazzo che, da quello che dicono, è un fuoriclasse, ma che ieri ha preso una paga tale sul Tourmalet da rimanere indietro. Ora, leggendo i giornali ho scoperto che il Tourmalet viene classificato come "fuori categoria". E qui, se mi concedete una piccola digressione, devo dire che trovo questa etichetta di una disonestà quasi commovente. È come se un medico, invece di dirti chiaramente la diagnosi, si limitasse a scrivere sulla cartella clinica "caso complesso" e poi se ne andasse tranquillamente a pranzo senza darti ulteriori spiegazioni. Fuori categoria. Ma fuori da quale categoria, esattamente? Se è una categoria a sé, perché non crearne una nuova apposta e chiamarla per nome, magari "salita che non si dovrebbe fare"? No, preferiscono lasciarla in un limbo burocratico, costringendo poveri cristi come questo Evenepoel a faticare su un sentiero che ufficialmente nemmeno esiste. Fin qui, comunque, nulla di strano. Capita a tutti di avere una giornata no. Anche a me, la settimana scorsa, mentre cercavo di aprire un vasetto di maionese, il coperchio è volato via e mi ha sporcato la camicia bianca nuova. Giornate storte, appunto.

Ma la parte davvero interessante della storia, quella che mi ha fatto riflettere sui costumi umani, è successa dopo. Mi hanno detto che questo Evenepoel, nella discesa successiva, si è riportato sugli altri, i quali nel frattempo avevano continuato a pedalare come se niente fosse. E qui è scoppiato il dramma. Pare che Evenepoel si fosse aspettato che gli altri si fermassero ad aspettarlo, o quantomeno che lo aiutassero a ripartire per inseguire il primo. Insomma, voleva collaborazione.
E siccome nessuno si è scomodato, giustamente, a pensarci bene, ognuno ha i suoi problemi e se io scivolo sul pavimento del bagno non pretendo che il mio vicino di casa venga a sollevarmi, pare che Evenepoel abbia perso la pazienza. Ha iniziato a scalciare, a gesticolare, a tirare pugni in aria guardando il cielo.

E lì, davanti a quel gesto di rabbia impotente, ho avuto una rivelazione. Ho provato una pena immensa per lui, perché quella scena me l'ero già vista da qualche parte. L'ho vissuta sulla mia pelle, nei panni del torturato.

Mi è tornato in mente, con la nitidezza cruda di un ricordo doloroso, il pomeriggio del funerale di mia suocera. Una donna severa, di quelle che quando entravi in casa sentivi lo sguardo pesare sulle spalle come uno zainetto pieno di mattoni. Insomma, nonostante il lutto, che rispettavo profondamente, la liturgia era stata lunga, estenuante, e io sentivo un bisogno urgente, vitale, di decomprimere l'atmosfera.

Così, finita la messa, con la scusa di andare a prendere l'acqua per le piante del cimitero, mi ero diretto con passo deciso verso il bar di fronte. Ero arrivato al quinto boccale, stavo giusto cominciando a sentirmi alleggerito dai pensieri e a fare progetti per il futuro, quando mia moglie è apparsa alla porta del bar come una furia. Mi ha proibito categoricamente di ordinare la sesta birra. Mi ha letteralmente trascinato via dal bancone, impedendomi di festeggiare in modo degno, come si conveniva, la dipartita di sua madre.

Io, in quel momento, mentre lei mi tirava per il collo della camicia verso l'auto, reagivo esattamente come questo Evenepoel sulla sua bici. Scalciavo. Tiravo pugni in aria. Guardavo il cielo, il barista, i vecchietti al tavolino, che comunque mi osservavano con compassione, come a dire loro: "Ma perché non mi aiutate? Non capite che sto subendo un'ingiustizia? Non capite che avevo bisogno del vostro supporto per raggiungere il mio traguardo personale?".

Nessuno mi ha aiutato, quel giorno. Il barista ha semplicemente continuato a pulire i bicchieri. E l'altro ieri, in Francia, nessuno ha aiutato Evenepoel.

Ed è per questo che dico che i professionisti si sopravvalutano. Si presentano a queste gare con la speranza di vincere, ma non si rendono conto che la vera gara non è contro Pogacar, che se ne va per conto suo come un treno merci. La vera gara è contro l'ingiustizia del mondo, contro i bagni francesi privi di bidet, contro i baristi che non ti versano un'altra birra, contro i compagni di squadra che non si curano della tua sofferenza.

Forse, se questo Evenepoel venisse da me, gli offrirei una birra. Gli spiegherei che a volte nella vita puoi pedalare quanto vuoi, puoi tirare pugni in aria fino a svenire, ma se il destino, o tua moglie, ha deciso che non devi bere quella sesta birra o vincere quel Tour, non c'è discesa al mondo che ti possa salvare. Bisogna semplicemente rassegnarsi, scendere dalla bici, e andare a piedi al cimitero.
 

sottopressione

Pedivella
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I ciclisti professionisti si sopravvalutano?
L'altro ieri, mentre mi stavo dedicando alla compilazione del mio solito cruciverba del pomeriggio, l'unico momento della giornata in cui la mia mente può davvero spaziare libero da ogni vincolo terreno, ho sentito alla televisione che c'era una tappa del Tour de France. Non ho seguito tutta la faccenda nei minimi dettagli perché, ve l'ho detto, ero bloccato su un cruciverba. C'era una definizione che recitava più o meno "Fa battere il cuore a chi la insegue", e io ero fermo alle lettere F_GA, incapace di decidere quale fosse la vocale mancante, e questo dilemma morale mi stava tenendo in scacco. Ma, seppur concentrato, ho captato comunque l'essenza della tappa, e da quel che ho capito, mi si è confermato un sospetto che covavo da tempo: i ciclisti professionisti si sopravvalutano in modo drammatico.

Mi spiego. A quanto pare, un certo Pogacar ha vinto ancora, staccando tutti di un tempo tale che, applicato alla mia vita, coprirebbe comodamente l'intervallo che intercorre tra il momento in cui mia moglie mi chiede di sparecchiare e il momento in cui io decido di farlo davvero, ma solo per il fastidioso fatto che non posso apparecchiare per il nuovo pasto con le vettovaglie del pasto precedente ancora sulla tavola. Ed è qui che sorge il dubbio amletico: se esiste un individuo capace di andarsene in giro per la Francia da solo, come se stesse facendo una passeggiata domenicale per andare a prendere il pane da Cecco il fornaio mentre tutti gli altri arrancano come bradipi esausti, cosa ci fanno per strada con le tutine aderenti e un codazzo di veicoli al seguito che nemmeno un matrimonio calabrese? Perché si presentano alla partenza millantando future vittorie e gloria? A me sembra semplicemente un esercizio di vanità che sfiora il comico, tipo le signore con pelliccia e chihuahua a passeggio per il centro città. E qui la domanda che mi tormenta, quella che dà il titolo a queste righe, si fa pressante: si sopravvalutano davvero, o è piuttosto un caso conclamato di dissonanza cognitiva di massa?

E poi, dico io, si lamentano pure. Pretendono di avere stipendi, vitto e alloggio, e che gli vengano fornite biciclette e completini aderenti dalla testa ai piedi. Io ieri sera, al bar sotto casa, ci ragionavo sopra con il mio collega Gianni. Gianni l'anno scorso si è comprato la bici da solo, pagandola col suo duro lavoro da impiegato comunale, e si è pure comprato il completo con i suoi soldi, soffrendo le pene dell'inferno davanti alla moglie per giustificare la spesa sul conto corrente che avrebbe permesso di comprare un trilocale a Saint Tropez, per restare in tema Francia, e invece no, Gianni ha preferito investire quei soldi nella bici. Ebbene, se andiamo a contare le vittorie al Tour de France, Gianni ne ha esattamente quante ne ha la stragrande maggioranza di questi professionisti sponsorizzati. Ovvero zero. Eppure Gianni non ha uno staff che gli prepara le borracce, e soprattutto non va in televisione a scalciare perché qualcuno non lo aspetta in discesa, anzi Gianni ha una moglie telepatica che appena lui inizia a pensare di fare un giro in bici lei si inventa le faccende più assurde pur di farlo desistere, giorni indietro, per esempio, lo ha visto infilarsi la tutina e candidamente gli ha chiesto "Ti stai preparando per andare in bici?" come se la cosa non fosse evidente, e poi "Prima di partire non ce la fai a risolvere il problema della fame del mondo o, almeno, a far terminare la guerra tra Russia ed Ucraina?" .

E se questo non bastasse a farmi maturare seri dubbi sulla categoria, c'è un altro dettaglio che ancora oggi non riesco a spiegarmi, e cioè che questi signori sono costretti a fare su e giù per la Francia per tre settimane intere, dormendo ogni sera in un albergo diverso, e che, a quanto mi risulta, in molti di questi alberghi non hanno nemmeno il bidet. Il che, converrete, è già di per sé un sacrificio non da poco per chi sta seduto otto ore al giorno su un sellino, ma la cosa che davvero mi manda in confusione è che il bidet si chiama con un nome francese, e i francesi, sul loro stesso territorio nazionale, non lo usano. Io questa cosa ancora la devo capire, e sospetto che nemmeno un dottorato in filosofia basterebbe a spiegarmela: un popolo che dà il nome a un oggetto e poi si rifiuta sistematicamente di installarlo nelle proprie case, salvo poi pretendere che tre settimane all'anno passino ciclisti di tutto il mondo a soffrire silenziosamente le conseguenze di questa loro scelta filosofica.

Questo mi porta al punto centrale della mia riflessione di ieri. Oltre a Pogacar che se ne andava per conto suo, mi pare di aver capito che ci fosse di mezzo anche Evenepoel. Un ragazzo che, da quello che dicono, è un fuoriclasse, ma che ieri ha preso una paga tale sul Tourmalet da rimanere indietro. Ora, leggendo i giornali ho scoperto che il Tourmalet viene classificato come "fuori categoria". E qui, se mi concedete una piccola digressione, devo dire che trovo questa etichetta di una disonestà quasi commovente. È come se un medico, invece di dirti chiaramente la diagnosi, si limitasse a scrivere sulla cartella clinica "caso complesso" e poi se ne andasse tranquillamente a pranzo senza darti ulteriori spiegazioni. Fuori categoria. Ma fuori da quale categoria, esattamente? Se è una categoria a sé, perché non crearne una nuova apposta e chiamarla per nome, magari "salita che non si dovrebbe fare"? No, preferiscono lasciarla in un limbo burocratico, costringendo poveri cristi come questo Evenepoel a faticare su un sentiero che ufficialmente nemmeno esiste. Fin qui, comunque, nulla di strano. Capita a tutti di avere una giornata no. Anche a me, la settimana scorsa, mentre cercavo di aprire un vasetto di maionese, il coperchio è volato via e mi ha sporcato la camicia bianca nuova. Giornate storte, appunto.

Ma la parte davvero interessante della storia, quella che mi ha fatto riflettere sui costumi umani, è successa dopo. Mi hanno detto che questo Evenepoel, nella discesa successiva, si è riportato sugli altri, i quali nel frattempo avevano continuato a pedalare come se niente fosse. E qui è scoppiato il dramma. Pare che Evenepoel si fosse aspettato che gli altri si fermassero ad aspettarlo, o quantomeno che lo aiutassero a ripartire per inseguire il primo. Insomma, voleva collaborazione.
E siccome nessuno si è scomodato, giustamente, a pensarci bene, ognuno ha i suoi problemi e se io scivolo sul pavimento del bagno non pretendo che il mio vicino di casa venga a sollevarmi, pare che Evenepoel abbia perso la pazienza. Ha iniziato a scalciare, a gesticolare, a tirare pugni in aria guardando il cielo.

E lì, davanti a quel gesto di rabbia impotente, ho avuto una rivelazione. Ho provato una pena immensa per lui, perché quella scena me l'ero già vista da qualche parte. L'ho vissuta sulla mia pelle, nei panni del torturato.

Mi è tornato in mente, con la nitidezza cruda di un ricordo doloroso, il pomeriggio del funerale di mia suocera. Una donna severa, di quelle che quando entravi in casa sentivi lo sguardo pesare sulle spalle come uno zainetto pieno di mattoni. Insomma, nonostante il lutto, che rispettavo profondamente, la liturgia era stata lunga, estenuante, e io sentivo un bisogno urgente, vitale, di decomprimere l'atmosfera.

Così, finita la messa, con la scusa di andare a prendere l'acqua per le piante del cimitero, mi ero diretto con passo deciso verso il bar di fronte. Ero arrivato al quinto boccale, stavo giusto cominciando a sentirmi alleggerito dai pensieri e a fare progetti per il futuro, quando mia moglie è apparsa alla porta del bar come una furia. Mi ha proibito categoricamente di ordinare la sesta birra. Mi ha letteralmente trascinato via dal bancone, impedendomi di festeggiare in modo degno, come si conveniva, la dipartita di sua madre.

Io, in quel momento, mentre lei mi tirava per il collo della camicia verso l'auto, reagivo esattamente come questo Evenepoel sulla sua bici. Scalciavo. Tiravo pugni in aria. Guardavo il cielo, il barista, i vecchietti al tavolino, che comunque mi osservavano con compassione, come a dire loro: "Ma perché non mi aiutate? Non capite che sto subendo un'ingiustizia? Non capite che avevo bisogno del vostro supporto per raggiungere il mio traguardo personale?".

Nessuno mi ha aiutato, quel giorno. Il barista ha semplicemente continuato a pulire i bicchieri. E l'altro ieri, in Francia, nessuno ha aiutato Evenepoel.

Ed è per questo che dico che i professionisti si sopravvalutano. Si presentano a queste gare con la speranza di vincere, ma non si rendono conto che la vera gara non è contro Pogacar, che se ne va per conto suo come un treno merci. La vera gara è contro l'ingiustizia del mondo, contro i bagni francesi privi di bidet, contro i baristi che non ti versano un'altra birra, contro i compagni di squadra che non si curano della tua sofferenza.

Forse, se questo Evenepoel venisse da me, gli offrirei una birra. Gli spiegherei che a volte nella vita puoi pedalare quanto vuoi, puoi tirare pugni in aria fino a svenire, ma se il destino, o tua moglie, ha deciso che non devi bere quella sesta birra o vincere quel Tour, non c'è discesa al mondo che ti possa salvare. Bisogna semplicemente rassegnarsi, scendere dalla bici, e andare a piedi al cimitero.
spettacolare...
Grazie
 

embolo70

Gregario
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I ciclisti professionisti si sopravvalutano?
L'altro ieri, mentre mi stavo dedicando alla compilazione del mio solito cruciverba del pomeriggio, l'unico momento della giornata in cui la mia mente può davvero spaziare libero da ogni vincolo terreno, ho sentito alla televisione che c'era una tappa del Tour de France. Non ho seguito tutta la faccenda nei minimi dettagli perché, ve l'ho detto, ero bloccato su un cruciverba. C'era una definizione che recitava più o meno "Fa battere il cuore a chi la insegue", e io ero fermo alle lettere F_GA, incapace di decidere quale fosse la vocale mancante, e questo dilemma morale mi stava tenendo in scacco. Ma, seppur concentrato, ho captato comunque l'essenza della tappa, e da quel che ho capito, mi si è confermato un sospetto che covavo da tempo: i ciclisti professionisti si sopravvalutano in modo drammatico.

Mi spiego. A quanto pare, un certo Pogacar ha vinto ancora, staccando tutti di un tempo tale che, applicato alla mia vita, coprirebbe comodamente l'intervallo che intercorre tra il momento in cui mia moglie mi chiede di sparecchiare e il momento in cui io decido di farlo davvero, ma solo per il fastidioso fatto che non posso apparecchiare per il nuovo pasto con le vettovaglie del pasto precedente ancora sulla tavola. Ed è qui che sorge il dubbio amletico: se esiste un individuo capace di andarsene in giro per la Francia da solo, come se stesse facendo una passeggiata domenicale per andare a prendere il pane da Cecco il fornaio mentre tutti gli altri arrancano come bradipi esausti, cosa ci fanno per strada con le tutine aderenti e un codazzo di veicoli al seguito che nemmeno un matrimonio calabrese? Perché si presentano alla partenza millantando future vittorie e gloria? A me sembra semplicemente un esercizio di vanità che sfiora il comico, tipo le signore con pelliccia e chihuahua a passeggio per il centro città. E qui la domanda che mi tormenta, quella che dà il titolo a queste righe, si fa pressante: si sopravvalutano davvero, o è piuttosto un caso conclamato di dissonanza cognitiva di massa?

E poi, dico io, si lamentano pure. Pretendono di avere stipendi, vitto e alloggio, e che gli vengano fornite biciclette e completini aderenti dalla testa ai piedi. Io ieri sera, al bar sotto casa, ci ragionavo sopra con il mio collega Gianni. Gianni l'anno scorso si è comprato la bici da solo, pagandola col suo duro lavoro da impiegato comunale, e si è pure comprato il completo con i suoi soldi, soffrendo le pene dell'inferno davanti alla moglie per giustificare la spesa sul conto corrente che avrebbe permesso di comprare un trilocale a Saint Tropez, per restare in tema Francia, e invece no, Gianni ha preferito investire quei soldi nella bici. Ebbene, se andiamo a contare le vittorie al Tour de France, Gianni ne ha esattamente quante ne ha la stragrande maggioranza di questi professionisti sponsorizzati. Ovvero zero. Eppure Gianni non ha uno staff che gli prepara le borracce, e soprattutto non va in televisione a scalciare perché qualcuno non lo aspetta in discesa, anzi Gianni ha una moglie telepatica che appena lui inizia a pensare di fare un giro in bici lei si inventa le faccende più assurde pur di farlo desistere, giorni indietro, per esempio, lo ha visto infilarsi la tutina e candidamente gli ha chiesto "Ti stai preparando per andare in bici?" come se la cosa non fosse evidente, e poi "Prima di partire non ce la fai a risolvere il problema della fame del mondo o, almeno, a far terminare la guerra tra Russia ed Ucraina?" .

E se questo non bastasse a farmi maturare seri dubbi sulla categoria, c'è un altro dettaglio che ancora oggi non riesco a spiegarmi, e cioè che questi signori sono costretti a fare su e giù per la Francia per tre settimane intere, dormendo ogni sera in un albergo diverso, e che, a quanto mi risulta, in molti di questi alberghi non hanno nemmeno il bidet. Il che, converrete, è già di per sé un sacrificio non da poco per chi sta seduto otto ore al giorno su un sellino, ma la cosa che davvero mi manda in confusione è che il bidet si chiama con un nome francese, e i francesi, sul loro stesso territorio nazionale, non lo usano. Io questa cosa ancora la devo capire, e sospetto che nemmeno un dottorato in filosofia basterebbe a spiegarmela: un popolo che dà il nome a un oggetto e poi si rifiuta sistematicamente di installarlo nelle proprie case, salvo poi pretendere che tre settimane all'anno passino ciclisti di tutto il mondo a soffrire silenziosamente le conseguenze di questa loro scelta filosofica.

Questo mi porta al punto centrale della mia riflessione di ieri. Oltre a Pogacar che se ne andava per conto suo, mi pare di aver capito che ci fosse di mezzo anche Evenepoel. Un ragazzo che, da quello che dicono, è un fuoriclasse, ma che ieri ha preso una paga tale sul Tourmalet da rimanere indietro. Ora, leggendo i giornali ho scoperto che il Tourmalet viene classificato come "fuori categoria". E qui, se mi concedete una piccola digressione, devo dire che trovo questa etichetta di una disonestà quasi commovente. È come se un medico, invece di dirti chiaramente la diagnosi, si limitasse a scrivere sulla cartella clinica "caso complesso" e poi se ne andasse tranquillamente a pranzo senza darti ulteriori spiegazioni. Fuori categoria. Ma fuori da quale categoria, esattamente? Se è una categoria a sé, perché non crearne una nuova apposta e chiamarla per nome, magari "salita che non si dovrebbe fare"? No, preferiscono lasciarla in un limbo burocratico, costringendo poveri cristi come questo Evenepoel a faticare su un sentiero che ufficialmente nemmeno esiste. Fin qui, comunque, nulla di strano. Capita a tutti di avere una giornata no. Anche a me, la settimana scorsa, mentre cercavo di aprire un vasetto di maionese, il coperchio è volato via e mi ha sporcato la camicia bianca nuova. Giornate storte, appunto.

Ma la parte davvero interessante della storia, quella che mi ha fatto riflettere sui costumi umani, è successa dopo. Mi hanno detto che questo Evenepoel, nella discesa successiva, si è riportato sugli altri, i quali nel frattempo avevano continuato a pedalare come se niente fosse. E qui è scoppiato il dramma. Pare che Evenepoel si fosse aspettato che gli altri si fermassero ad aspettarlo, o quantomeno che lo aiutassero a ripartire per inseguire il primo. Insomma, voleva collaborazione.
E siccome nessuno si è scomodato, giustamente, a pensarci bene, ognuno ha i suoi problemi e se io scivolo sul pavimento del bagno non pretendo che il mio vicino di casa venga a sollevarmi, pare che Evenepoel abbia perso la pazienza. Ha iniziato a scalciare, a gesticolare, a tirare pugni in aria guardando il cielo.

E lì, davanti a quel gesto di rabbia impotente, ho avuto una rivelazione. Ho provato una pena immensa per lui, perché quella scena me l'ero già vista da qualche parte. L'ho vissuta sulla mia pelle, nei panni del torturato.

Mi è tornato in mente, con la nitidezza cruda di un ricordo doloroso, il pomeriggio del funerale di mia suocera. Una donna severa, di quelle che quando entravi in casa sentivi lo sguardo pesare sulle spalle come uno zainetto pieno di mattoni. Insomma, nonostante il lutto, che rispettavo profondamente, la liturgia era stata lunga, estenuante, e io sentivo un bisogno urgente, vitale, di decomprimere l'atmosfera.

Così, finita la messa, con la scusa di andare a prendere l'acqua per le piante del cimitero, mi ero diretto con passo deciso verso il bar di fronte. Ero arrivato al quinto boccale, stavo giusto cominciando a sentirmi alleggerito dai pensieri e a fare progetti per il futuro, quando mia moglie è apparsa alla porta del bar come una furia. Mi ha proibito categoricamente di ordinare la sesta birra. Mi ha letteralmente trascinato via dal bancone, impedendomi di festeggiare in modo degno, come si conveniva, la dipartita di sua madre.

Io, in quel momento, mentre lei mi tirava per il collo della camicia verso l'auto, reagivo esattamente come questo Evenepoel sulla sua bici. Scalciavo. Tiravo pugni in aria. Guardavo il cielo, il barista, i vecchietti al tavolino, che comunque mi osservavano con compassione, come a dire loro: "Ma perché non mi aiutate? Non capite che sto subendo un'ingiustizia? Non capite che avevo bisogno del vostro supporto per raggiungere il mio traguardo personale?".

Nessuno mi ha aiutato, quel giorno. Il barista ha semplicemente continuato a pulire i bicchieri. E l'altro ieri, in Francia, nessuno ha aiutato Evenepoel.

Ed è per questo che dico che i professionisti si sopravvalutano. Si presentano a queste gare con la speranza di vincere, ma non si rendono conto che la vera gara non è contro Pogacar, che se ne va per conto suo come un treno merci. La vera gara è contro l'ingiustizia del mondo, contro i bagni francesi privi di bidet, contro i baristi che non ti versano un'altra birra, contro i compagni di squadra che non si curano della tua sofferenza.

Forse, se questo Evenepoel venisse da me, gli offrirei una birra. Gli spiegherei che a volte nella vita puoi pedalare quanto vuoi, puoi tirare pugni in aria fino a svenire, ma se il destino, o tua moglie, ha deciso che non devi bere quella sesta birra o vincere quel Tour, non c'è discesa al mondo che ti possa salvare. Bisogna semplicemente rassegnarsi, scendere dalla bici, e andare a piedi al cimitero.
Tu scrivi,sei un romaziere ,un saggista, tu campi scrivendo perchè se cosi non fosse sprechi un talento.Complimenti
 
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piripipiripipò

Pedivella
30 Dicembre 2010
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L'altro ieri, mentre mi stavo dedicando alla compilazione del mio solito cruciverba del pomeriggio, l'unico momento della giornata in cui la mia mente può davvero spaziare libero da ogni vincolo terreno, ho sentito alla televisione che c'era una tappa del Tour de France. Non ho seguito tutta la faccenda nei minimi dettagli perché, ve l'ho detto, ero bloccato su un cruciverba. C'era una definizione che recitava più o meno "Fa battere il cuore a chi la insegue", e io ero fermo alle lettere F_GA, incapace di decidere quale fosse la vocale mancante, e questo dilemma morale mi stava tenendo in scacco. Ma, seppur concentrato, ho captato comunque l'essenza della tappa, e da quel che ho capito, mi si è confermato un sospetto che covavo da tempo: i ciclisti professionisti si sopravvalutano in modo drammatico.

Mi spiego. A quanto pare, un certo Pogacar ha vinto ancora, staccando tutti di un tempo tale che, applicato alla mia vita, coprirebbe comodamente l'intervallo che intercorre tra il momento in cui mia moglie mi chiede di sparecchiare e il momento in cui io decido di farlo davvero, ma solo per il fastidioso fatto che non posso apparecchiare per il nuovo pasto con le vettovaglie del pasto precedente ancora sulla tavola. Ed è qui che sorge il dubbio amletico: se esiste un individuo capace di andarsene in giro per la Francia da solo, come se stesse facendo una passeggiata domenicale per andare a prendere il pane da Cecco il fornaio mentre tutti gli altri arrancano come bradipi esausti, cosa ci fanno per strada con le tutine aderenti e un codazzo di veicoli al seguito che nemmeno un matrimonio calabrese? Perché si presentano alla partenza millantando future vittorie e gloria? A me sembra semplicemente un esercizio di vanità che sfiora il comico, tipo le signore con pelliccia e chihuahua a passeggio per il centro città. E qui la domanda che mi tormenta, quella che dà il titolo a queste righe, si fa pressante: si sopravvalutano davvero, o è piuttosto un caso conclamato di dissonanza cognitiva di massa?

E poi, dico io, si lamentano pure. Pretendono di avere stipendi, vitto e alloggio, e che gli vengano fornite biciclette e completini aderenti dalla testa ai piedi. Io ieri sera, al bar sotto casa, ci ragionavo sopra con il mio collega Gianni. Gianni l'anno scorso si è comprato la bici da solo, pagandola col suo duro lavoro da impiegato comunale, e si è pure comprato il completo con i suoi soldi, soffrendo le pene dell'inferno davanti alla moglie per giustificare la spesa sul conto corrente che avrebbe permesso di comprare un trilocale a Saint Tropez, per restare in tema Francia, e invece no, Gianni ha preferito investire quei soldi nella bici. Ebbene, se andiamo a contare le vittorie al Tour de France, Gianni ne ha esattamente quante ne ha la stragrande maggioranza di questi professionisti sponsorizzati. Ovvero zero. Eppure Gianni non ha uno staff che gli prepara le borracce, e soprattutto non va in televisione a scalciare perché qualcuno non lo aspetta in discesa, anzi Gianni ha una moglie telepatica che appena lui inizia a pensare di fare un giro in bici lei si inventa le faccende più assurde pur di farlo desistere, giorni indietro, per esempio, lo ha visto infilarsi la tutina e candidamente gli ha chiesto "Ti stai preparando per andare in bici?" come se la cosa non fosse evidente, e poi "Prima di partire non ce la fai a risolvere il problema della fame del mondo o, almeno, a far terminare la guerra tra Russia ed Ucraina?" .

E se questo non bastasse a farmi maturare seri dubbi sulla categoria, c'è un altro dettaglio che ancora oggi non riesco a spiegarmi, e cioè che questi signori sono costretti a fare su e giù per la Francia per tre settimane intere, dormendo ogni sera in un albergo diverso, e che, a quanto mi risulta, in molti di questi alberghi non hanno nemmeno il bidet. Il che, converrete, è già di per sé un sacrificio non da poco per chi sta seduto otto ore al giorno su un sellino, ma la cosa che davvero mi manda in confusione è che il bidet si chiama con un nome francese, e i francesi, sul loro stesso territorio nazionale, non lo usano. Io questa cosa ancora la devo capire, e sospetto che nemmeno un dottorato in filosofia basterebbe a spiegarmela: un popolo che dà il nome a un oggetto e poi si rifiuta sistematicamente di installarlo nelle proprie case, salvo poi pretendere che tre settimane all'anno passino ciclisti di tutto il mondo a soffrire silenziosamente le conseguenze di questa loro scelta filosofica.

Questo mi porta al punto centrale della mia riflessione di ieri. Oltre a Pogacar che se ne andava per conto suo, mi pare di aver capito che ci fosse di mezzo anche Evenepoel. Un ragazzo che, da quello che dicono, è un fuoriclasse, ma che ieri ha preso una paga tale sul Tourmalet da rimanere indietro. Ora, leggendo i giornali ho scoperto che il Tourmalet viene classificato come "fuori categoria". E qui, se mi concedete una piccola digressione, devo dire che trovo questa etichetta di una disonestà quasi commovente. È come se un medico, invece di dirti chiaramente la diagnosi, si limitasse a scrivere sulla cartella clinica "caso complesso" e poi se ne andasse tranquillamente a pranzo senza darti ulteriori spiegazioni. Fuori categoria. Ma fuori da quale categoria, esattamente? Se è una categoria a sé, perché non crearne una nuova apposta e chiamarla per nome, magari "salita che non si dovrebbe fare"? No, preferiscono lasciarla in un limbo burocratico, costringendo poveri cristi come questo Evenepoel a faticare su un sentiero che ufficialmente nemmeno esiste. Fin qui, comunque, nulla di strano. Capita a tutti di avere una giornata no. Anche a me, la settimana scorsa, mentre cercavo di aprire un vasetto di maionese, il coperchio è volato via e mi ha sporcato la camicia bianca nuova. Giornate storte, appunto.

Ma la parte davvero interessante della storia, quella che mi ha fatto riflettere sui costumi umani, è successa dopo. Mi hanno detto che questo Evenepoel, nella discesa successiva, si è riportato sugli altri, i quali nel frattempo avevano continuato a pedalare come se niente fosse. E qui è scoppiato il dramma. Pare che Evenepoel si fosse aspettato che gli altri si fermassero ad aspettarlo, o quantomeno che lo aiutassero a ripartire per inseguire il primo. Insomma, voleva collaborazione.
E siccome nessuno si è scomodato, giustamente, a pensarci bene, ognuno ha i suoi problemi e se io scivolo sul pavimento del bagno non pretendo che il mio vicino di casa venga a sollevarmi, pare che Evenepoel abbia perso la pazienza. Ha iniziato a scalciare, a gesticolare, a tirare pugni in aria guardando il cielo.

E lì, davanti a quel gesto di rabbia impotente, ho avuto una rivelazione. Ho provato una pena immensa per lui, perché quella scena me l'ero già vista da qualche parte. L'ho vissuta sulla mia pelle, nei panni del torturato.

Mi è tornato in mente, con la nitidezza cruda di un ricordo doloroso, il pomeriggio del funerale di mia suocera. Una donna severa, di quelle che quando entravi in casa sentivi lo sguardo pesare sulle spalle come uno zainetto pieno di mattoni. Insomma, nonostante il lutto, che rispettavo profondamente, la liturgia era stata lunga, estenuante, e io sentivo un bisogno urgente, vitale, di decomprimere l'atmosfera.

Così, finita la messa, con la scusa di andare a prendere l'acqua per le piante del cimitero, mi ero diretto con passo deciso verso il bar di fronte. Ero arrivato al quinto boccale, stavo giusto cominciando a sentirmi alleggerito dai pensieri e a fare progetti per il futuro, quando mia moglie è apparsa alla porta del bar come una furia. Mi ha proibito categoricamente di ordinare la sesta birra. Mi ha letteralmente trascinato via dal bancone, impedendomi di festeggiare in modo degno, come si conveniva, la dipartita di sua madre.

Io, in quel momento, mentre lei mi tirava per il collo della camicia verso l'auto, reagivo esattamente come questo Evenepoel sulla sua bici. Scalciavo. Tiravo pugni in aria. Guardavo il cielo, il barista, i vecchietti al tavolino, che comunque mi osservavano con compassione, come a dire loro: "Ma perché non mi aiutate? Non capite che sto subendo un'ingiustizia? Non capite che avevo bisogno del vostro supporto per raggiungere il mio traguardo personale?".

Nessuno mi ha aiutato, quel giorno. Il barista ha semplicemente continuato a pulire i bicchieri. E l'altro ieri, in Francia, nessuno ha aiutato Evenepoel.

Ed è per questo che dico che i professionisti si sopravvalutano. Si presentano a queste gare con la speranza di vincere, ma non si rendono conto che la vera gara non è contro Pogacar, che se ne va per conto suo come un treno merci. La vera gara è contro l'ingiustizia del mondo, contro i bagni francesi privi di bidet, contro i baristi che non ti versano un'altra birra, contro i compagni di squadra che non si curano della tua sofferenza.

Forse, se questo Evenepoel venisse da me, gli offrirei una birra. Gli spiegherei che a volte nella vita puoi pedalare quanto vuoi, puoi tirare pugni in aria fino a svenire, ma se il destino, o tua moglie, ha deciso che non devi bere quella sesta birra o vincere quel Tour, non c'è discesa al mondo che ti possa salvare. Bisogna semplicemente rassegnarsi, scendere dalla bici, e andare a piedi al cimitero.
Grandissimo! Mi è battuto forte il cuore per la foga con cui ho seguito il tuo discorso