L’era del doping genetico?

Nei 6 mesi precedenti l’inizio delle Olimpiadi invernali 2026 a Milano-Cortina almeno il 92% degli atleti che si preparavano a gareggiare è stato sottoposto a test antidoping. Sono stati condotti oltre 7100 test su 2900 partecipanti. I dati sono stati pubblicati dall’International Testing Agency, l’organizzazione indipendente responsabile del coordinamento dei controlli antidoping e della raccolta dei campioni di sangue per il passaporto biologico.

A parte il caso Passler, per il resto al momento hanno solo fatto discutere le controversie sulle iniezioni sui peni dei saltatori norvegesi e quelle da bocciofila sull’incontro Canada-Svezia di Curling.

Tutto a posto quindi? Non proprio, almeno secondo le crescenti preoccupazioni di vari organi competenti, per cui il basso numero di casi positivi è più un campanello d’allarme che no. Tornando a ciò di cui trattiamo qui, il ciclismo, le preoccupazioni vengono sia dall’UCI (l’Unione ciclistica internazionale) che dal MPCC (movimento per un ciclismo credibile). Il primo, nelle parole del presidente Lappartient, ha espresso le proprie preoccupazioni proprio per il basso numero di controlli positivi a fronte di vaste indagini delle polizie di tutto il mondo che invece provano che il doping è fenomeno tutt’altro che marginale; il secondo, sempre nelle parole del proprio presidente, Emily Brammeier, la quale ha preso lo scettro della presidenza recentemente dall’uscente Roger Legeay, in carica per 19 anni. Brammeier è capo della comunicazione per il Team PicNic-PostNl:

“Siamo uno degli sport più testati al mondo, il che è ovviamente un passo avanti positivo e credo davvero importante. Ma credo che possiamo ancora fare qualche passo avanti in questo senso. Abbiamo bisogno di un sistema antidoping più solido. La zona grigia è una grande sfida al giorno d’oggi. […] dobbiamo davvero continuare a mettere in luce i punti deboli, le opportunità e promuovere il cambiamento, perché barare è nella natura umana”. “

“Non è realistico dire che avremo mai uno sport pulito, e questo è dovuto alla natura umana. La natura umana ci porta a barare, ci saranno imbroglioni, ci sarà sempre qualcuno che cercherà un vantaggio sleale. Possiamo minimizzarlo, ma ci sarà sempre. I metodi si evolvono e dobbiamo continuare a sostenere un sistema antidoping più solido. Continuerò a sostenerlo anche tra 10, 20 anni, perché dobbiamo continuare a fare passi avanti“.

Legeay e Brammeier

Una delle preoccupazioni di Brammeier sono il tapentadolo, l’oppiaceo che pare essere in voga oggi in gruppo, il quale è venuto a sostituire il tramadolo, dopo che questo è stato bandito dopo circa 5 anni di lotta proprio del MPCC (e che è costato il 6° posto al Tour ed un anno in panchina a Nairo Quintana), ed i chetoni, che sono poco più un integratore dagli effetti controversi.

Ma forse maggiore focus andrebbe messo su un altro aspetto, di cui si parla da anni, ma solo come caso teorico ed un po’ tra il fantascientifico ed il complottistico, il doping genetico. Che però, nelle parole di un ricercatore universitario che se ne occupa non è teorico, ma piuttosto reale.

Il professor Mauro Mandrioli, professore associato di genetica all’università di Modena e Reggio Emilia, se ne occupa da anni:

“Ad oggi, non sono stati identificati casi confermati di doping genetico”, ha dichiarato Mandrioli a Univadis Italia, parte del Medscape Professional Network nell’ articolo di Maria Cristina Valsecchi che citiamo qui: “[…] dal 2004 l’elenco delle sostanze e dei metodi proibiti dell’Agenzia Mondiale Antidoping include interventi di questo tipo, a seguito dei primi solidi risultati clinici che dimostrano l’efficacia e la sicurezza della terapia genica

Attualmente disponiamo di un ricco arsenale di tecniche in grado di indurre le cellule umane a produrre proteine ​​specifiche, sia temporaneamente che permanentemente”.

“È possibile introdurre un gene nel nucleo cellulare utilizzando un vettore virale; modificare il genoma utilizzando forbici molecolari come CRISPR-Cas9 – entrambe soluzioni permanenti – oppure utilizzare un plasmide, una piccola molecola circolare di DNA in grado di trasferire un gene in una cellula con effetti transitori. In alternativa, è possibile utilizzare un vaccino a mRNA per indurre la produzione temporanea di proteine ​​senza alterare il DNA della cellula.”

Nel 2023, un gruppo di ricerca dell’Università di Colonia ha acquistato al mercato nero delle fiale di un preparato iniettabile che, secondo i produttori, avrebbe contenuto plasmidi vettori del gene dell’eritropoietina. “I ricercatori hanno analizzato il contenuto delle fiale con un test in grado di rilevare il DNA plasmidico e hanno identificato il gene in questione, anche se in concentrazioni insufficienti per un risultato significativo”, spiega il genetista. “Hanno però dimostrato che la tecnologia è disponibile a livello commerciale e che c’è interesse da parte del mercato clandestino per questo tipo di prodotti”.

“La predisposizione a una determinata disciplina sportiva è una caratteristica poligenica, dipende cioè da un gran numero di geni”, spiega Mandrioli. “Quindi non si può trattare una persona che ha risultati mediocri e trasformarla in un atleta d’élite. Tuttavia, abbiamo identificato 20-30 geni che regolano specifici meccanismi che possono garantire vantaggi significativi nelle competizioni ad alto livello. Quando a gareggiare sono atleti già geneticamente predisposti e allenati, una piccola differenza dell’assetto genetico può essere determinante per la vittoria. Oltre al gene per l’eritropoietina, già citato, pensiamo per esempio a quello per la miostatina, che limita lo sviluppo dei muscoli. Riducendo la sua attività si ottiene maggiore massa muscolare a parità di allenamento. Ancora, ci sono geni che regolano fattori della crescita come l’IGF-1, quelli coinvolti nel metabolismo del glucosio, quelli che regolano i processi infiammatori. Sono tutti potenziali bersagli del doping genetico”.

Queste proteine sono rilevabili?

“Le proteine prodotte dai geni introdotti artificialmente sono identiche a quelle prodotte naturalmente dall’organismo umano”, spiega il genetista. “Quindi non è possibile individuarle con i test anti-doping attualmente disponibili”

Secondo Mandrioli però contrastare queste pratiche è possibile, come lui stesso propone, con un passaporto genetico, per cui si dovrebbe “sequenziare il DNA isolato da differenti tipi cellulari degli atleti impegnati nelle competizioni ad alto livello, conservare le sequenze e ripetere periodicamente gli esami per rilevare eventuali mutazioni dei geni che facciano sospettare il ricorso al doping genetico“.

 

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Pubblicato da
Piergiorgio Sbrissa

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