Moto: storia vecchia come il ciclismo, o quasi, quello delle moto in corsa e di quanto possano condizionare le gare. Facciamo subito la premessa obbligatoria, ovvero che non usiamo questo argomento per dare contro o pro questo o quel corridore. Che le moto abbiano avuto un ruolo decisivo nell’esito di varie gare è storia antica, e spesso non volontaria, nel senso che la loro scia è stata semplicemente sfruttata da alcuni corridori, ma senza che ci fosse malizia da parte del motociclista. In particolare nel passato, quando l’aerodinamica non toglieva il sonno a nessuno nel mondo delle due ruote, le moto erano al servizio dei fotografi, che cercavano di fare le foto migliori possibili senza per forza rendersi conto che il sorriso che ritraevano era molto dovuto a loro. Francesco Moser ad esempio, in più di un’occasione ha sottolineato come avesse sfruttato la scia delle moto per involarsi sul pavé della Roubaix.
Venendo ai tempi odierni, recentemente vari corridori si sono lamentati del ruolo delle moto. In primis Jonas Vingegaard, che seppur vincitore della stessa, alla Paris-Nice ha lamentato che “le moto sono un fattore nel nostro sport. Un fattore che non dovrebbe esserci“. Ma sullo stesso tono si sono espressi anche Casper Pedersen (Soudal QuickStep) e Stefan Bissegger (Decathlon), ma anche Jonathan Vaughters, Team Manager della EF:
In un’intervista recente, il danese Jakob Fuglsang, fresco di ritiro dal professionismo dopo 21 anni di carriera, ha dichiarato che: “sono da svariati anni dell’opinione che le moto siano decisive molto più di altri svariati fattori. Aiutano a decidere se una fuga possa essere vincente o meno, dipende da quanto stanno vicine ai corridori“.
Fuglsang non si tira indietro dal fare esempi concreti:
“Si tratta di vedere chi attacca per primo. Se lo fai avrai la moto a favore e non ti riprenderanno più, anche se ti inseguono in 4. Van der Poel non avrebbe vinto con ogni probabilità la E3 senza una moto costantemente davanti a lui. Dietro erano in 4 ad inseguirlo”.
E spiega appunto che si tratta di sfruttare con furbizia quanto le moto possono offrire:
“So per certo che era una tattica della QuickStep alle classiche belghe: attaccavano per primi e sfruttavano le moto. Perché è difficile per le moto togliersi da li, perché le strade sono molto tortuose, altrimenti non possono avere buone immagini TV“.
Quindi per lui è un fattore chiave che andrebbe affrontato dall’UCI:
“Quando parlano di limitare i rapporti penso che non sia quello che va fatto, perché non è quello che fa la differenza. Sono le moto. Se uno che tira in testa al gruppo ha una moto vicina può fare meno fatica di uno che sta in 100^posizione nella pancia del gruppo“.
E lo spiega non con ragionamenti ed ipotesi, ma per esperienza:
“Ci sono state delle volte al Tour che non riuscivi a chiudere un buco perché fisicamente impossibile. Pedalavi col rapporto più duro a 120 rpm e non chiudevi, e questo perché davanti avevano una moto che li faceva andare più forte”.
Soluzioni?
“Se stai davanti al gruppo e fai segno alla moto di togliersi i corridori attorno a te si incazzano e ti dicono che davanti in fuga sicuramente hanno una moto anche loro. E tu pensi -forse si, forse no- , ma nel dubbio cerchi la scia della moto, anche se non vuoi barare, perché il dubbio che anche davanti stiano in scia lo fa fare anche a te”.
Fuglsang conclude che: “la mia opinione è che le moto decidano molto più di quanto si possa pensare. E bisogna fare qualcosa, in modo che le moto stiano più lontane. Inoltre ci vorrebbe un tacito accordo in gruppo, che probabilmente non sarà mai possibile, di non mettersi in scia alle moto“.
Per chi è interessato lasciamo questo bel grafico realizzato dall’università di Eindhoven sugli effetti delle scie dei veicoli sui ciclisti, sia davanti che dietro.
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