C'è una ambiguità da cui però bisogna uscire: non esistono mica solo i due modelli estremi
- il sedentario che non alza mai le chiappe
- l'amatore sovrallenato cronico
E' proprio sbagliato rifugiarsi nell'argomento: meglio sfondarsi di sport che non fare niente e otturarsi le arterie. Non esiste.
L'alternativa evidente è quella intermedia: praticare lo sport che fa bene. Quello cioè che rinforza i vasi, che apre i polmoni, che armonizza gli ormoni, che suona il metabolismo come un'orchestra. E che si inserisce armoniosamente negli altri pezzi che compongono il mosaico della nostra vita. Ciascuno di noi avrà la sua personalissima interpretazione di questa dimensione sportiva; per qualcuno sarà attività blanda per 3 volte a settimana, qualcun altro potrà fare sport tutti i giorni anche sgasando qualche volta.
Perchè non si prende naturalmente questa via?
Perchè i cosiddetti "miglioramenti" (andare più veloci, fare più km, salire più in alto, fare più dislivello etc.) tendono a restituirci un'immagine di noi stessi come persone vincenti, in grado di progredire e esercitare il controllo sulle situazioni difficili. E questo è positivo, in una certa misura.
E' quando questi "miglioramenti" diventano necessari che dovremmo fare un esame di coscienza: probabilmente compensano o coprono altre parti della nostra esistenza di cui non siamo soddisfatti. E' uno dei tanti vantaggi che lo sport ci offre: quello di darci segnali, di indurci all'autoascolto, di prendere coscienza dei nostri punti di forza e dei nostri limiti.
Allora, forse, sarebbe meglio puntare verso una dimensione sportiva in equilibrio col resto della vita, invece di dargli un ruolo centrale. Che può essere pericoloso.