La dogana statunitense blocca bici prodotte a Taiwan a causa di accuse di lavoro forzato

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L’agenzia doganale statunitense (US Customs and Border Protection -USCBP-) ha sequestrato delle biciclette, parti di biciclette e accessori prodotti da Giant Manufacturing Co. Ltd a Taiwan con l’accusa che questi prodotti sono stati realizzati col ricorso al lavoro forzato. La sentenza sembra applicarsi ai prodotti venduti con il marchio Giant o prodotti da Giant a Taiwan per altri marchi, non per prodotti realizzati da Giant in Cina o Vietnam.


Le dogane USA hanno dichiarato di aver individuato i seguenti “indicatori di lavoro forzato” durante le indagini su Giant: “abuso su persone vulnerabili, condizioni di lavoro e di vita abusive, schiavitù per debiti,  ritenuta dei salari e straordinari eccessivi“.

“Giant ha tratto profitto dall’imposizione di tali abusi con il risultato di produrre beni al di sotto del valore di mercato e di sottrarre milioni di dollari in profitti ingiustamente guadagnati alle aziende americane”. Ora gli importatori delle spedizioni trattenute possono richiedere la distruzione o il reso delle loro spedizioni, oppure possono cercare di dimostrare che la merce è ammissibile.

Se Giant non riuscirà a dimostrare che i prodotti non sono stati realizzati con lavoro forzato, o se la USCBP dispone di ulteriori prove di lavoro forzato, la USCBP può trasformare il blocco in una “constatazione”, che consentirebbe alla USCBP di confiscare le merci. Le constatazioni sono relativamente rare: la USCBP ne ha effettuata solo una lo scorso anno relativa alle importazioni di estrusi metallici dalla Repubblica Dominicana.

Un articolo del periodico francese Le Monde Diplomatique aveva fatto luce su questi presunti abusi lo scorso febbraio, in un articolo che spiegava come ai lavoratori a Taiwan venissero chiesti da 5500$ a 6500$ per essere assunti, e che alcuni dovevano poi pagare gli intermediari che gli avevano fatto ottenere il posto con 2 mensilità. Situazione che non riguarderebbe solo i 652 impiegati tailandesi e vietnamiti di Giant, ma anche i 728 tailandesi, vietnamiti e indonesiani impiegati da Maxxis, 2-300 di Merida e 500 filippini di Fritz Jou (grosso terzista di ebike e telai vari).

Articoli che hanno messo sotto la luce questo fenomeno, anche oggetto di un dossier di un’organizzazione no-profit, The Business & Human Rights Resource Centre, e che ha sortito degli effetti: Giant dall’inizio di quest’anno si era impegnata a pagare le spese di viaggio e le pratiche burocratiche dei lavoratori migranti, comprese le commissioni di agenzia, le tasse di registrazione, le spese per le visite mediche, i costi per il visto e il passaporto.

 

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