In Italia è conosciuto e famoso “gambasecca”: Imerio Massignan, professionista vicentino dal 1959 al 1970, uno dei migliori scalatori che l’Italia abbia avuto. Il soprannome gambasecca deriva dal fatto che Massignan ha una gamba più corta dell’altra di 1,5cm, cosa che in bici gli conferiva un’andatura un po’ claudicante.

La storia di Massignan è quella del grande perdente, un corridore che avrebbe potuto vincere molto molto di più grazie alle sue doti di scalatore eccezionale, ma che complice molta sfortuna e un carattere forse non da “assassino”, ma più da tipico taciturno di Valmarana, ha raccolto poco.

Poco come il 2° posto al Giro d’Italia 1962, dietro Franco Balmamion e davanti Nino De Filippis. 4° al Tour de France 1961 dietro Jacques Anquetil, Guido Carlesi e Charlie Gaul. Massignan vinse la classifica scalatori proprio davanti Gaul, il più grande scalatore di tutti i tempi.

Da leggenda resta il passaggio che darà a Massignan il soprannome “Angelo del Gavia”: nel 1960 il primo inserimento del Gavia al Giro d’Italia. All’epoca era solo una mulattiera sterrata, ma Massignan passò per primo in vetta, in discesa però forò quattro volte, Gaul che lo rincorreva, solo due, ed alla fine il lussemburghese vinse, togliendo a Massignan tappa e podio. Massignan forò l’ultima volta a 100mt dal traguardo ed arrivò, con la gomma a terra, a 15″ da Gaul.

La più bella vittoria quella della tappa di Superbagnères al Tour 1961, sotto una tormenta di neve. Ma lo stesso anno anche un’altra delusione: 2° al Giro di Lombardia, a 3″ da Vito Taccone. Quella fu l’edizione in cui fu introdotto per la prima volta il famoso Muro di Sormano, e Massignan fu uno dei soli tre a non mettere mai piede a terra.

Sfortuna e, si diceva, un carattere troppo da buono, per cui non riusciva ad imporsi in squadra, con gregari che non lo aiutavano, cosi come i dirigenti, da Eberardo Pavesi alla Legnano, sino a Binda in nazionale (4° al mondiale 1960 in Germania dell’Est, al Sachsenring).

Poi nel 1963 la nefrite che lo limitò molto negli anni successivi. “Una pedalata che sembrava un dribbling” come scrissero di lui, ma alla fine niente di cosi invalidante. Fu Tullio Campagnolo che lo aiutò, tra vicentini, fornendogli una pedivella fatta apposta per lui, con cui non ebbe più i problemi inevitabili con pedivelle identiche.

Diversa la storia de El Cojo ((“lo zoppo”), lo spagnolo-basco- Vicente Blanco. Nato nel 1884, fu il primo spagnolo a partecipare al Tour de France. La sua storia incredibile inizia molto prima però, quando si imbarca come mozzo a 12 anni per sfuggire alla miseria di casa. Poi passa dal pelare patate al caricare carbone in sala macchine di un peschereccio. Ogni volta che tocca terra però per scoprire i luoghi e fare esercizio si fa prestare una bicicletta e pedala.

A 16 anni, stufo della vita da nomade, si fa assumere in una fabbrica siderurgica a Barcellona. Un giorno gli cade una barra di ferro rovente sopra il collo del piede sinistro conficcandosi dentro. L’invalidità del piede è praticamente totale. Qualche anno dopo torna a casa, nei paesi baschi, e si fa assumere ai cantieri navali Euskaldona. Mentre è al lavoro il piede sano, quello destro, gli rimane incastrato in un ingranaggio in movimento. La macchina viene fermata appena in tempo, ma non abbastanza da salvarlo dall’amputazione di tutte le dita del piede.

Con i soldi che riceve in compensazione dell’incidente dai cantieri si compra una piccola barca e si mette a pescare anguille. Quando non riesce a venderle costituiranno la sua dieta principale. Nonostante l’handicap importante resta appassionato di sport: canottaggio, nuoto e boxe. Un precoce KO però lo fa tornare rapidamente al ciclismo. Vicente si allena con un orologio tentando di strappare tempi migliori giorno dopo giorno sugli stessi tratti. Una cosa banale in tempi di segmenti Strava, ma meno ai primi del ‘900.

Un giorno si presenta alla sede della federazione basca di ciclismo e chiede di essere tesserato per correre. Facile immaginare l’impressione che doveva fare un giovane di 26 anni fortemente handicappato che volesse gareggiare in bici…gli concedono un permesso speciale per competere senza licenza al biathlon di Bilbao.

Blanco si presenta in mutande, com’era abituato a correre, e bici da donna, quella su cui si allenava e che si era comprato vendendo la barca. All’arrivo è l’imbarazzo del pubblico e la polizia lo costringe pure a mettersi dei pantaloncini come gli altri per decenza. Arriva 2°. L’imbarazzo diventa ammirazione.

Blanco si compra una vera bici da corsa ((siamo nel 1905, ricordo) e si mette a gareggiare seriamente: 4° ai campionati baschi del 1905, 2° a quelli del 1908. Questo gli apre le porte dei campionati nazionali spagnoli…che vince. Nei paesi baschi è un eroe. In piazza a Bilbao lo fanno apparire da un balcone e lui sa solo dire: “non sono bravo a parlare, ma sono bravo in bici”.  Il torero di Bilbao Cocherito disse di lui: “quest’uomo ha più cicatrici di tutti i toreri spagnoli assieme”.

Nel 1909 vince la Madrid-Toledo-Madrid e poi ancora i campionati nazionali spagnoli. A questo punto il presidente della federazione basca, Manuel Aranaz, gli suggerisce di fare l’impensabile: iscriversi al Tour de France 1910. E non è un’edizione come le altre, ma la prima in cui si inserisce l’alta montagna, con la tappa Luchon-Bayonne, che comprende le ascese a Peyresourde, Aspin, Tourmalet, Soulor e Aubisque. Solo l’idea farà rinunciare un quarto degli iscritti della prima ora.

Non Blanco però. Il quale, seppur orgoglio basco, resta fondamentalmente una persona senza mezzi finanziari. Il che lo costringe ad andare a Parigi per la partenza….in bici…1100km in 4 giorni. Arriva il giorno prima della partenza. Si fa prestare una bici di qualità (una Alcyon) da un corridore basco su raccomandazione di Aranaz, va a ritirare il dorsale alla sede de l’Auto, il giornale organizzatore del Tour, e la mattina di buon’ora parte.

Senza cibo, assistenza, squadra e flagellato da forature e guasti meccanici si fa anche cogliere da una crisi di fame dopo 200km. Arrendersi però, come dovrebbe ormai essere chiaro, non è parte del suo modo di essere. Arriva al traguardo di Roubaix della prima tappa, vinta da Charles Crupelandt, ma fuori tempo massimo, che è un eufemismo per dire “a notte fonda”. Il suo Tour finisce qui.

Torna a Bilbao in treno, con la morte nel cuore e pensando alla vergogna del ritiro. Alla stazione però c’è una folla ad accoglierlo come un eroe. Il primo spagnolo ad aver partecipato al Tour.

Viene ingaggiato dalla squadra Alcyon (una specie di Sky dell’epoca) per i due anni successivi, arrivando 3° alla prima edizione della Vuelta Catalunya e 6° nel 1911.

Poi si ritira dalle corse e la sua storia di imprenditore non è all’altezza della sua volontà ferrea di sportivo. Compra una barca con cui fare delle onde artificiali con cui intrattenere i bagnanti di Cordoba…fallita questa impresa ne apre altre nei trasporti, ma tutte fallimentari.

Muore di cancro alla prostata, solo e dimenticato, il 24 maggio 1957, a 73 anni.

Per venire a tempi più recenti l’ultima storia, meno prestigiosa sportivamente, ma non meno dolorosa, è quella di Alaa Al-Daly, 21enne palestinese di Rafah, nella striscia di Gaza, il cui bizzarro sogno, per un abitante di quelle lande martoriate, era partecipare agli Asian Games a Jakarta lo scorso Maggio con i colori della Palestina.

Il 30 marzo 2018 però Alaa partecipò assieme ad amici alla manifestazione di protesta “del gran ritorno” al confine con Israele. Manifestazione che si è tramutata in un evento funesto. Alaa è stato colpito ad una gamba da un cecchino israeliano che gliel’ha staccata di netto. L’altra gamba è stata anche colpita, ma il proiettile è entrato ed uscito in modo “pulito” e sono riusciti a salvargliela.

Ora Alaa continua a sognare le competizioni per para-atleti.