Sul pavé della Roubaix con la nuova Bianchi Infinito CV

Sul pavé della Roubaix con la nuova Bianchi Infinito CV

08/04/2013
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08/04/2013

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La Paris-Roubaix è una gara senza senso. Anzi, per dirla con le parole di Bernard Hinault: “è una stronzata” (“une connerie”): correre su stradine di campagna in cui passano solo trattori, con buche in cui ci si può infilare dentro una mano, con pietre messe longitudinalmente ai bordi che sembrano fatte apposta per farti cadere, pavé scivoloso come saponetta se bagnato, con polveroni in cui non si vede niente se secco, con vento che sembra sempre contro: forte, gelido come può esserlo nel nord della Francia al confine col Belgio. Sempre in pianura, sempre costretti a spingere per non farsi “rimbalzare via” dal pavé, con forature e rotture meccaniche sempre in agguato.

Eppure il fascino di questi luoghi è ineguagliabile. Sulle strade del Fiandre è la gente, i tifosi belgi, che fanno la differenza; numerosissimi anche per la cicloturistica che vede allinearsi 15.000 persone al via, a fare il tifo, a fare festa. Ma tolti i tifosi i famosi muri sono solo dei difficili ostacoli in un panorama non proprio esaltante.

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I settori della Roubaix invece sono solo il pavé. Non si può girare la testa per guardare altrove. Tanto non c’è niente da vedere, solo campagna a perdita d’occhio, qualche trattore e puzza di letame. Ma lo sguardo resta sempre li, su quei ciottoli sfasciati che osservi per cercare di evitare almeno le buche più profonde. Cercando di  aggredire (per quanto puoi) il pavé feroce sui pedali per non essere sopraffatto da lui. Con le mani che dopo un po’ fanno male, con le curve che prendi con cautela sperando di non dover frenare. Non c’è nient altro che il pavé. E meno male che un’associazione di volontari gli fa manutenzione ogni anno!

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Solo due punti del percorso sono diversi dagli altri e difatti sono i più mitici: Carrefour de l’Arbre e Arenberg. Al primo ti rendi conto di esserci arrivato solo quando stai per uscirne, con la curva a 90° a dx vista mille volte in tv che ti costringe ad alzare la testa e vedere il famoso ristorante (chiamato “arbre” appunto, la scritta è sul tetto, fatta con tegole di colore diverso) che fa da pietra miliare

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Il secondo è quello che più fa respirare il mito forse, perché ci si arriva dall’asfalto del paesino di Wallers, che è un po’ più in alto del settore, e così, per un momento, si ha la possibilità di vederlo dall’alto, con la foresta ai lati. Si ha il tempo di pensare a tutti i campioni passati per di li, al significato storico di quel passaggio e quindi di respirare la leggenda del ciclismo. Poi si scende e si entra, ed a quel punto non si vede l’ora di uscirne al più presto essendo il più difficile di tutti i settori

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Grazie a Bianchi, abbiamo potuto rivivere un po’ di queste emozioni per la presentazione della nuova Infinito CV.

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Con 2° e vento forte al mattino erano tutti non proprio convintissimi prima del via. Tranne “il signor Countervail”, ideatore del materiale inserito nel telaio, che sorrideva contento di starsene al caldo in albergo.

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Piccolo briefing su come si sarebbe svolta la prova.

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Regolazioni varie alle bici.

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E poi via, in fila indiana, guidati da un BBB (Big Belgian Beast) ed un addetto di Bianchi (che è anche noto forumendolo) che danno il ritmo.

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Poi via nel primo settore. La bici scalcia meno di quella che ho usato nella mia precedente esperienza sul pavé. L’impressione è ottima.

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Il vento soffia forte e con un’auto davanti la polvere fa vedere davvero poco. Incredibile pensare ai pro che se la fanno tutta con auto e moto davanti…

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Il gruppetto in arrivo. Soggettiva altezza pavé che aspetta.

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Al Carrefour de l’Arbre il peggio è passato e ci si scambia le opinioni. Tutti sorridenti o quasi. Il pavé o lo si ama o lo si odia.

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Gli ultimi 3 settori volano via veloci e si entra così nel velodromo. L’altro posto mitico di questi luoghi.

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Dopo le foto di rito rientro per 15km all’hotel dove è d’obbligo una doccia calda.

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Alla fine nessuna foratura e nessuna rottura. La bici promossa pieni voti da tutti i presenti. Nonostante la prova fosse decisamente “fuori standard” è unanime l’impressione di comodità verticale ed ottimo assorbimento delle vibrazioni sull’asfalto più rugoso. Dalle prossime settimane però le bici raggiungeranno le redazioni  di tutto il mondo per test “on the road” e si avranno ancora più feedbacks. Eccole caricate sui furgoni in rotta per Treviglio.

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Prima di lasciare l’hotel, nella hall, in mezzo alle quote dei vari corridori per la corsa professionistica si incrociano le sensazioni e le impressioni tra veterani (un giornalista francese ha fatto 5 volte la cicloturistica ed 1 la Gf) e chi ha assaggiato per la prima volta il mitico pavé. Alcuni si ripromettono di tornarci al più presto, altri scuotono la testa e rilanciano con progetti di Tourmalet, Galibier, etc…

Il bello del ciclismo.

Le foto sono di Claudio Masnata e Guido Rubino. Un ringraziamento a Bianchi per l’ospitalità.

 

 

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