Nuova strage di ciclisti sulle strade italiane. Antonio Porro, Sandro Abruzzese e Vincenzo Mantovani, appartenenti all’associazione sportiva Ciclo Avis sono stati travolti ed uccisi da un’auto questa mattina sulla provinciale 231 in direzione sud, all’altezza di Terlizzi, in provincia di Bari.
Queste le parole del sindaco di Andria Giovanna Bruno:

Però attenzione, questo non vuol dire cercare colpe o puntare il dito. Anzi, dovremmo farcela tutti questo tipo di domanda, da noi, a chi fa i rilievi dell'incidente e soprattutto chi progetta e realizza le strade e chi ci amministra.
La risposta che mi sono dato è che in Italia nessuna strada è pensata per i ciclisti. Non lo sono le ciclabili, figurarsi se può esserlo una strada provinciale o una statale. Chi progetta e realizza le strade lo fa con lo sguardo e l’esperienza dell’automobilista quindi tutto viene progettato in funzione e a misura di automobile. E proprio per questo motivo avvengono tragedie come questa: si cerca di agevolare il più possibile il flusso di automobili, sacrificando la sicurezza di tutti gli utenti deboli.
Quindi secondo me responsabilizzare gli automobilisti è sacrosanto e fondamentale, e pure insegnargli il rispetto fin da bambini nelle scuole. Però alla fine, se ti metti al volante in un contesto dove tutto è fatto per spingere a correre e andare veloce, quel rispetto rischia di non servire a nulla.
Stiamo parlando di una strada a doppia corsia per senso di marcia, con complanari laterali, una per latoa doppia corsia anche loro, per un totale di otto (OTTO!) corsie dedicate solo alle automobili. Il problema è tutto qui.
Con tutti quei metri a disposizione, almeno una trentina da un ciglio all’altro, se quella strada fosse stata progettata con criterio, guardando anche ai ciclisti, si poteva creare uno spazio dove potessero convivere tutti senza rischiare la vita. Ma niente, da noi si pensa solo alle auto.
Noi ciclisti dobbiamo smettere di batterci soltanto per il rispetto — che è sacrosanto — e iniziare a lottare anche per gli spazi. E questa non deve essere una semplice parola d’ordine, ma la versione moderna del nostro “Cogito, ergo sum”. La nostra identità di ciclisti, la nostra presenza sulle strade, passa attraverso lo spazio che occupiamo. Se non abbiamo spazio, siamo invisibili. Se siamo invisibili, siamo a rischio. Se siamo a rischio, non esistiamo.
Rivendicare il nostro spazio significa affermare che esistiamo, che siamo parte integrante della strada, non intrusi da tollerare o impedimenti da scavalcare. Proprio come succede nel in posti come Germania o Belgi dove spesso accanto a statali, provinciali e strade a scorrimento veloce ci sono complanari vere, dedicate solo alle bici. Non quelle ciclabili italiane larghe 50 cm, rattoppate alla meno peggio e interrotte, ma corsie asfaltate a regola d’arte, larghe il giusto, pensate per sia allenarsi ma soprattutto per andare dal punto A al punto B in bici, in modo rapido, sicuro ed efficiente.
Ed è proprio perché ai ciclisti è riconosciuto uno spazio proprio, fisico, visibile, istituzionalizzato, che gli automobilisti li rispettano di più. Perché in quei contesti il ciclista non è un corpo estraneo, ma un soggetto legittimato a stare su quella strada. E dove gli spazi si condividono, questa legittimazione fa tutta la differenza: cambia lo sguardo, cambia l’atteggiamento, cambia la convivenza.
Da noi invece è tutto pensato per far correre le auto ogni scelta fatta in bici è un compromesso: passi di lì perché l’alternativa è peggio, o non esiste. E finché continueremo a costruire spazi pubblici con questa logica, continueremo a interrogarci su “perché erano lì” solo dopo che succede l’irreparabile.
Le strade in Italia sono solo a misura di auto e camion, vedi il recente incidente mortale sulla SS36 tra Lecco e Abbadia. Vado in bicicletta ormai da mezzo secolo, tutti i giorni la uso per recarmi al lavoro (23 + 23 km) e col passare degli anni non ho visto altro che strade sempre più malmesse, traffico sempre in aumento e auto e camion sempre più grandi e veloci.
Le statistiche dicono chiaramente che la maggior parte di questi incidenti sono causati dalla distrazione, non solo per il cellulare, mentre le conseguenze sono proporzionali alla velocità con andamento esponenziale.
Se a tutto questo si aggiunge l'arroganza di chi è convinto di essere il padrone della strada perchè guida un mezzo motorizzato, mentre tutti gli altri utenti sono solo di intralcio e quindi non gli si accorda alcun diritto, questi incidenti saranno sempre più numerosi.
Come quasi tutti, sono anch'io automobilista, ma non mi sognerei mai di passare troppo vicino con l'auto ad uno o più ciclisti, fossero anche in fila per sei o sull'autostrada!
Mi da solo fastidio quando si fa del qualunquismo, secondo cui solo in Italia accadono certe cose.
Faccio sempre riferimento al povero Rebellin e all'autista tedesco che lo ha investito. Una persona lasciata libera di scorazzare in Europa alla guida di un tir, un tipo poco raccomandabile, ma che prima di investire Rebellin aveva solo due segnalazioni entrambe emesse in Italia dalle procure di Chieti e Foggia: per guida in stato di ebrezza e per omissione di soccorso. Tra l'altro è scappato anche dopo aver ucciso Davide Rebellin. E chissà quante ne ha combinate per le strade europee questo cittadino residente nella granitica e efficiente nazione germanica.