Corridori confinati: Romain Bardet

Corridori confinati: Romain Bardet


Piergiorgio Sbrissa, 01/04/2020

Romain Bardet

“È una delle prime volte che sento di avere una vita normale. La fatica mentale è completamente scomparsa. Fare 10 o 15 notti di seguito a casa non mi era mai successo. Questa continuità mi da tranquillità. Ho il tempo di concentrarmi sulle cose più in profondità“.

Cosi si apre il diario del confinamento di Romain Bardet (AG2R-La Mondiale) al quotidiano Le Monde, in cui il corridore francese si racconta in questo periodo di stop forzato.

Il più grande pericolo, psicologicamente, è che tutti i giorni si assomigliano. A volte faccio i rulli alle 7 di mattina, alle volte alle 16. Faccio attenzione a non fare sempre le stesse cose nello stesso ordine. Per questo avere un bambino piccolo a casa mi aiuta non poco! Mi obbliga ad essere adattabile. 

È un lusso poter approfittare dello stare assieme a mio figlio, che sta per compiere 5 settimane. Una delle mie angosce come padre, con tutti gli spostamenti che facciamo abitualmente, è: riuscirò a vederlo crescere? È una gioia essere presente ad ogni istante della sua crescita. Dargli il biberon la notte è un momento privilegiato.

Non poter prendere nemmeno una boccata d’aria è ciò che mi manca di più. Poter godere di un’uscita in bici per poter fermarsi in cima ad una salita e fare tutt’uno con la natura. Io amo pedalare da solo e fermarmi regolarmente per fare delle foto o semplicemente per gustarmi il paesaggio. Se facessi della corsa a piedi per 1km attorno a casa (quello che prevede la legge francese al momento -ndr-), mi sentirei come un criceto sulla ruota.

Posso anche ovviare avendo la fortuna di avere una casa con giardino. Faccio cinque giorni di sport a settimana, tre ore al giorno. Una o due ore di rulli ed un’ora di  ginnastica generale, per non perdere forma fisica. L’idea è che non ci sarà possibilità di avere un periodo cuscinetto quando potremmo riprendere la competizione e quindi il mio organismo non potrà sopportare grandi carichi di allenamento da subito.

Quando penso che non siamo nemmeno ad Aprile…ad oggi abbiamo forse dal 5 al 10% di possibilità di riprendere a correre a giugno. Ho visto che gli inglesi prevedono di rimanere confinati a casa fino a giugno: siamo ben lontani dall’esserne usciti!

Due mesi di rulli necessitano di vere risorse mentali. Psicologicamente è dura. A me sembra sostenibile per 4-6 settimane massimo. Ho provato Zwift. Con questa piattaforma arrivo a fare sessioni più lunghe soffrendo meno. Ma non sono mai stato attirato dalla realtà virtuale, ma alla fine è come fare l’aperitivo via Skype: alla fine meglio che niente! Rompe un po’ l’isolamento. Con la squadra facciamo 2-3 sessioni assieme a settimana. Insomma…il meno peggio...”

Oltre ai pensieri privati, un’opinione su quello che si aspetta dal resto della stagione:

“Se la pandemia sul territorio francese sarà sotto controllo forse non è utopistico che il Tour de France possa essere organizzato, ma è ancora troppo presto per dirlo. Le misure forti sono state prese. Spero che da qui al Tour si riesca ad uscire dalla crisi. Mi sembra tuttavia non facile che il Tour possa corrersi normalmente per intero, soprattutto per il pubblico, sapendo che arriva gente da ogni parte del mondo. E poi c’è il discorso dell’equità: in questo momento non ci sono controlli antidoping per il passaporto biologico. Sarà possibile avere un’equità se i controlli non saranno fatti sino ad allora?

Per finire un’opinione sull’idea di un “Tour europeo” che raggruppi tappe da Giro, Tour e Vuelta in una sola prova, ma nei tre paesi, lanciata (tra gli altri) da Matteo Trentin: “sono un europeista convinto e trovo che l’idea sia magnifica, ma è completamente utopico pensare che sia realizzabile. Meglio salvare le corse che restano piuttosto che crearne una di vari pezzi. Ma va bene anche sognare, almeno quello, in questi tempi, è una bella cosa che ci è lasciata“.

 

 

Commenti

  1. Comunque oggi Bernal ha pubblicato su Instagram che dopo 7gg ricominciava ad allenarsi con tanto di immagini e anche ammiraglia con compagni.
  2. Fabio Branco:

    Che Bardet fosse a differenza di molti campioni nazionalpopolari uno in grado di formulare dei pensieri in linea col saper stare al mondo non è una novità se il ciclismo professionistico lo si segue anche per gli aspetti umani e sociali dei vari protagonisti, e non guardando la sola classifica o peggio ancora la nazionalità, io personalmente questo ragazzo non ricordo abbia mai aperto la bocca solo per dargli fiato, ma al contrario ha sempre tenuto un profilo di spessore, umano e coerente.
    Nelle sue parole traspare la fatica di fare questo lavoro, la preoccupazione di correre il grande giro più importante del mondo (per un francese poi) con una formula falsata dalla mancanza di pubblico, da allenamenti diseguali tra i vari protagonisti e soprattutto dall'incertezza che regna sul calendario 2020
    Massima stima per lui.
    Vero
    E non è la prima volta che rimarca la fatica mentale soprattutto.
    Questo mi fa sempre più convincere che chi vince tanto lo fa per doti mentali più che per doti fisiche.
    Sicuramente in gruppo tutto hanno doti fisiche eccezionali, ma la differenza la fa la capacità di restare concentrati su un obiettivo, di rendere sempre al meglio sopportando tutte le difficoltà legate ai viaggi e alla lontananza dalla famiglia.
    Bardet non si stanca mai di ripeterlo e di farlo notare.