Bernard Sainz a processo

Bernard Sainz a processo

Piergiorgio Sbrissa, 30/11/2021

In questi giorni si sta celebrando l’ennesimo processo a Bernard Sainz, il famoso Dottor Mabuse, com’è da decenni soprannominato questo personaggio che sembra uscito da un romanzo giallo, o da una serie tv attuale, ed invece racchiude molto di quello che è (stato?) il mondo del ciclismo.


Francese di Rennes, vinse la sua prima gara a 15 anni, sui rulli, con premio una bicicletta. Corridore amatoriale negli anni ’50-’60, arrivò 3° ai campionati nazionali studenteschi del 1964 vinti da Jean-Marie LeBlanc, futuro direttore del Tour de France dal 1989 al 2007. Vinse la gara Paris-Vendôme nel 1967. Dopo una caduta in una gara dietro Derny, in pista, chiuse la propria carriera con pretese agonistiche, ma continuerà a competere in gare ciclosportive.

Dagli anni ’70 si interessa all’omeopatia e diventa “naturopata” dopo aver frequentato per 3 anni una scuola a Parigi (la pratica dell’omeopatia sarà legalizzata in Francia solo nel 1997 e solo se praticata da medici). Questo periodo della vita di Sainz resta avvolto nella nebbia, presumibilmente si divise tra il cercare di continuare una modesta carriera di ciclista agonista e l’interesse per le medicine alternative.

Comincia però a inserirsi nel mondo del ciclismo professionistico accreditandosi come “medico” o “esperto” e riuscendo a frequentare vari personaggi di spicco dell’ambiente. Una parabola molto comune nel ciclismo (e nello sport in genere) prima dell’avvento dell’era “scientifica” (che si può identificare circa tra il 2010 ed oggigiorno) nella quale le squadre hanno iniziato ad affidarsi a veri esperti riconosciuti.

Questo periodo della vita di Sainz rispecchia bene una certa cultura del mondo ciclismo. Oggi le ricostruzioni che ne vengono fatte sono pesantemente debitrici dell’idea che si vuole propugnare: da una parte chi vede doping ovunque e legge qualunque frequentazione, foto, amicizia, relazione, come “fatti” e prove. Dall’altra chi usa più cautela e viene tacciato dai primi di ingenuità.

In particolare perché era lo stesso Sainz ad accreditarsi presso i professionisti grazie a foto che lo ritraevano assieme….ad altri ciclisti famosi. Lo si vede spesso in compagnia di Cyrille Guimard a metà anni ’70, all’epoca direttore della Renault di Lucien Van Impe, Laurent Fignon, e Bernard Hinault.

Nel 1975 Sainz diventa direttore sportivo nella Gan-Mercier-Hutchinson, dove diresse corridori come Gerri Knetemann, Joop Zoetemelk e Raymond Poulidor. In particolare quest’ultimo pare ne fosse rimasto impressionato, in particolare per le competenze in tema di riflessologia plantare, iridologia e omeopatia. Zoetemelk ne parla in una sua autobiografia come di un “dottore”.

Che in quegli anni l’uso di amfetamine fosse pressoché la norma però fa dubitare di alcune ricostruzioni moderne su Sainz che lo vogliono reale artefice dei risultati di questi corridori. In particolare viene spesso citato che Poulidor volesse ritirarsi a fine ’71, ma l’anno successivo vinse la gara di apertura della stagione, la Paris-Nice, avendo 22″ di ritardo su Eddie Merckx alla penultima tappa, e poi con una prestazione rimasta negli annali vinse la crono finale con un tempo record sul col de la Turbie, rimasto imbattuto per 10 anni, vincendo la generale con 6″ di vantaggio su Merckx. Ma che già nel ’72 Poulidor frequentasse Sainz resta una speculazione.

Nel 1986 la polizia irrompe nel palazzo dello sport di Bercy, dove si correva la 6 giorni omonima, e trova 700 confezioni di amfetamine varie nel bagagliaio dell’auto di un corridore amatore, oltre ad una lista di corridori e persone varie, tra cui Sainz. Inizia un lungo e tortuoso procedimento penale che arriverà sino in cassazione e finirà nel 1992 terminando con una modesta ammenda per esercizio illecito della professione medica. Nella sostanza porterà alla luce alcuni legami tra il mondo del ciclismo e quello dell’ippica con comune denominatore il doping.

La vera ribalta per Sainz arriva nel 1988, con un caso che ormai oggi si potrebbe definire “un classico”, ovvero l’exploit di un “ronzino improvvisamente diventato campione”, che nello specifico è da prendere alla lettera e non in senso figurato: un cavallo gestito gestito da Sainz, SoftMachine, vinse una gara importante pochi giorni dopo aver perso in una di scarsa importanza e con avversari modesti. Il cavallo fu sottoposto a test antidoping e pure una biopsia muscolare, ma niente di illecito fu trovato.

Da un lato questo per i colpevolisti era la prova provata che fosse il genio malefico del doping, per altri che valesse la pena di dargli retta e farsi consigliare. D’altronde Sainz fece apertamente un’osservazione che all’epoca parve rivoluzionaria, ovvero che nel mondo dell’ippica si allenavano i cavalli con metodi antiquati, tipicamente imponendo 18 giorni di riposo dopo una gara, mentre lui cominciò ad applicare metodi “moderni” presi proprio dal ciclismo, come….le ripetute.

Se l’intuizione delle ripetute era stata un successo (almeno a suo dire), i metodi applicati da Sainz ai cavalli mutuati dal ciclismo però gli causarono anche dei grattacapi, come due condanne per maltrattamenti ai poveri equini. Il che non si sa se sia più triste per i cavalli o i ciclisti. Fatto sta che nel 2000 un altro cavallo di Sainz, Seba le Rouge, viene trovato positivo al testosterone.

Non importa che se ne parli male purché se ne parli. Il nome di Sainz diventa molto conosciuto in Francia, e lui stesso si vanta di avere come suoi “pazienti” vip come Catherine Deneuve, Alain Prost e persino François Mitterand oltre a vari “campioni del mondo”.  A dispetto del fatto che non si capisce bene quale sia la sua professione Sainz resta sempre al centro delle cronache a vario titolo.

Nel 2002 viene fermato su un’autostrada belga per eccesso di velocità, nel bagagliaio gli viene trovato un ingente carico di fialette, flaconi ed altri medicinali. Perlomeno questo sembra ai poliziotti in un primo momento, ma in seguito ad analisi il carico si rivela essere un miscuglio di preparati omeopatici e fitoterapici.

Non si sa se per un eccesso di sincerità o poca furbizia Sainz aveva però dichiarato ai poliziotti che proveniva da una visita a casa di Franck Vandenbroucke. Una manna per la polizia che si reca immediatamente dal campione belga e gli trova in casa fialette e flaconi. Questa volta però niente omeopatia, ma EPO e Clenbuterol. A niente varrà la leggendaria scusa del vincitore della Liegi 1999 che il tutto era per il proprio cane.

Il nesso tra le due cose però non è sufficiente a incriminare Sainz per qualsivoglia reato, a parte la contravvenzione per l’eccesso di velocità. Idem per episodi vari, come il suo essere stato visto a Saint-Etienne du-Rouvray durante il Tour de France, paese in cui alloggiavano US Postal e FdJ.

Nel 2005 nuovo processo, anche questa volta per doping a cavalli e ciclisti. Risultato: non luogo a procedere in 3 dibattimenti, e una nuova ammenda di 3000eu per esercizio illecito della professione medica.

Nel 2014 viene condannato a 24 mesi di carcerazione, di cui 20 coperti da condizionale per possesso di prodotti dopanti ed incitamento al doping, oltre che nuovamente per esercizio abusivo della professione medica. Lui stesso ammette che somministrava ad alcuni suoi “pazienti” (tra cui sempre Vandenbroucke) dei preparati contenenti dosi omeopatiche di corticosteroidi e testosterone. Cosa confermata da alcuni suoi assistiti, come Philippe Gaumont.

Nel 2017 una trasmissione tv francese fa uno speciale su di lui, in cui si mostrano delle registrazioni nascoste in cui Sainz sembra (Sainz parla di altri medicinali, ma sarebbe un codice) dare indicazioni sull’uso di EPO e steroidi (viene anche registrato mentre in un ristorante parigino scambia delle fialette in cambio di denaro coi ciclisti Pierre-Henri Le Cuisinier e Peter Pouly, ma le fialette contengono il solito nulla omeopatico). Viene incriminato ed il processo andrà avanti tra appelli e cassazione sino al 2020, quando viene confermata la pena a 12 mesi con la condizionale e 2000eu di multa.

E si arriva ad oggi, con la richiesta del tribunale di Parigi di 2 anni di detenzione e 30.000eu di ammenda per il solito reato di professione abusiva come medico e farmacista e incitamento al doping.

Insomma, il solito, e va considerato che ormai Sainz ha 78 anni, e vive con la pensione minima di 820eu mensili (per svariati anni ha dichiarato che l’unica fonte di sostentamento siano state le vincite alle corse dei cavalli, non si sa se per la solita ingenuità o un’ironia geniale).

Colpisce però quanto emerso nel dibattimento, tra padri che hanno portato i loro figli ciclisti adolescenti dal “maestro” per “migliorarne le prestazioni” (il padre in questione, attore, ha replicato che l’indagine è pretestuosa e indegna); sino a tutta una pletora di malati, veri, a cui il dottor Mabuse avrebbe prescritto preparati omeopatici, digiuni, ed altro “prolungandone la vita” (Sainz sta per pubblicare un libro: Vivere fino a 120 anni); alla testimonianza di una donna malata con cui Sainz si è vantato di riuscire “a necrotizzare qualunque tumore in 40 giorni”, definendo il suo oncologo “incapace e pericoloso”; o una donna di 33 anni ridotta in sedia a rotelle per via di problema ad un’anca che grazie a Sainz e ad una dieta a base di “frutta acida” e digiuni ora fa la ballerina ad Ibiza; sino alla moglie di Pierre-Henry Menthéour, ex ciclista professionista, gregario di Zoetemelk e Fignon, vincitore di una cronosquadre al Tour de France 1984 (e fratello di Erwann, altro pro noto per fatti di doping) che ha detto di aver cacciato Sainz dal capezzale del marito, malato terminale di cancro al pancreas, dopo che il Dottor Mabuse gli aveva consigliato di togliersi la flebo e digiunare per 10 giorni (Menthéour è morto della malattia nel 2014).

Insomma, il processo a Sainz sembra quasi più un regolamento di conti con un’epoca o forse una certa cultura, oggi più che mai attuale, rappresentata da un uomo, a metà tra il ciarlatano di professione (a margine del processo si è vantato che Tadej Pogačar mangia frutta acida nei giorni di riposo su suo consiglio) e un vero criminale, il quale è riuscito a trascorrere tutta la propria vita in un ambiente vivendone nelle zone d’ombra, sfruttando, o più probabilmente millantando, conoscenze per accreditarsi come “esperto” pur avendo alcuna qualifica o competenza. Descritto da alcuni come una specie di genio del male, ma più verosimilmente essendo solo una persona capace di affascinare creduloni.

Come ha detto durante il recente dibattimento il pubblico ministero: “il tipo di personaggio che non mente, che detiene la verità, ma una verità che non resiste all’analisi dei fatti“.