Cosa ci racconta “El dia menos pensado” 3^stagione?

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El dia menos pensado, la serie tv di Netflix incentrata sulle stagioni agonistiche del Movistar Team è appena sbarcato sulla nota piattaforma di streaming nella sua 3^edizione.

Cosa ci dice questa terza edizione? Intanto che la serie è più corta delle precedenti ed è realizzata con un montaggio molto più serrato. Gli eventi della stagione di corse 2021 sono molto compressi, compresi anche quelli del team femminile.

Molto si gioca ormai sul fatto che parti dello staff della Movistar sono ormai diventati dei “personaggi”, come “Chente” Garcia Acosta, il simpatico direttore sportivo coniatore di frasi ormai diventate anche slogan per i fans (la fuga de la fuga). In questo la produzione indugia in modo anche un po’ autocelebrativo, nel mostrare come la serie abbia appunto dato vita a personaggi che prima rimanevano totalmente oscuri al grande pubblico. Tutto il finale della serie infatti si concentra sulle testimonianze dei vari protagonisti di come sia importante “comunicare”, “mostrare la verità” e “non avere maschere”.

Che quello che si vede nella serie sia la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità si può pure crederlo. E la cosa è amplificata a maggior ragione dal ritmo incessante con cui sono presentati gli eventi, in cui non si da spazio e tempo come nelle serie precedenti ai protagonisti per potersi “rivelare” al pubblico. In questa serie i protagonisti sono semplicemente “descritti” gli uni dagli altri, e non si lasciano grandi possibilità al pubblico di farsi un’idea propria. Enric Mas è calmo e calcolatore, Miguel Angel Lopez un peperino che si scalda velocemente, Eusebio Unzué il buon padre saggio ed equilibrato mai sopra le righe che risolve tutto con una buona parola. Chente Acosta un buontempone che quando le cose vanno male alza le spalle che tanto c’era poco da fare…

Che la narrazione strida con i fatti è abbastanza evidente, a cominciare dal fatto che uno dei protagonisti delle serie precedenti, il direttore sportivo  José “Arri” Arrieta è stato licenziato alla fine della scorsa stagione, con anche una coda di minacciate azioni legali contro la sua ex-squadra, e quindi sostituito da Patxi Vila, a sua volta sul piede di partenza alla fine di questa stagione.

Il caso di Miguel Angel Lopez, colpevole dell’abbandono repentino alla scorsa Vuelta, viene risolto sbrigativamente, riassumendo i motivi del tracollo psicologico in un carattere poco riflessivo e incendiario innescato da frasi capite a metà in radio durante la corsa in una situazione fondamentalmente causata dallo stesso “Superman” (il quale non aveva chiuso al momento giusto un attacco, attardandosi poi progressivamente una volta rimasto solo).

Per quanto “fumino” possa essere Lopez viene difficile credere che si riduca tutto solo a questo. In particolare perché la direzione della Movistar, oltre che urlare “venga! venga!” in radio per qualunque cosa, avrebbe dovuto avere una strategia un pelo più definita di quanto si evince dalla serie. In particolare quando Acosta e Unzué si rimpallano la decisione sul da farsi nel momento di difficoltà di Lopez senza concludere praticamente niente. Ovvero, la situazione (non la più remota possibile in gara) sarebbe stata da considerare prima. In particolare il poter far avere un minimo di supporto ai due capitani, e non aspettare che due gregari (Rojas ed Erviti) risalissero dalla retrovie per poter dare un minimo di supporto a Lopez (in altri episodi la tattica infatti sembra essere sempre quella di mandarne uno in fuga per coprire un capitano in uno di questi possibili frangenti, niente di fantascientifico).

A maggior ragione se si considera l’ostinazione della squadra spagnola nel proporre le due (o tre) punte, e a non avere propriamente un grande record nella loro gestione. Cosa che lo stesso Lopez solleva in un episodio, ricordando i noti pregressi con Quintana e Landa.

Lopez più volte esprime la propria sorpresa nel constatare come la tattica della squadra sia “giocare a fare il morto” in scia agli avversari. Accusa espressamente rivolta a Mas, la cui condotta di gara standard Lopez descrive come “stare in scia a Roglic”.

Al contempo viene alla luce l’episodio molto meno pubblicizzato, ma praticamente analogo a quello di Lopez alla Vuelta, del ritiro di Marc Soler al Giro d’Italia. Di fatto Soler sembra aver utilizzato la scusa di una caduta dalle conseguenze per niente gravi per ritirarsi.  Nella serie lo staff della Movistar lo accusa nero su bianco di “non aver avuto le palle”. Il caso però sembra proprio analogo a quello di Lopez, con un Soler frustrato dalla mancanza assoluta di supporto e di una strategia, il quale alla fine si ritira esasperato. Anche l’esito è identico, con Soler che a fine stagione se ne è andato dalla Movistar come Lopez. Anche se con un’immagine meno offuscata dagli eventi rispetto il colombiano.

Un po’ comico l’inciso da casa Valverde, con Alejandro reduce dall’infortunio dopo la caduta, il quale commenta con facce costernate e silenzi l’episodio del ritiro di  Lopez. Un interludio che francamente sembra posticcio, nel senso che fa strano pensare che la crew di Netflix abbia passato interi pomeriggi a casa Valverde a filmarlo mentre guardava le dirette delle tappe per poi regalarci le sue espressioni stupite solo per il caso Lopez….

In tutto questo stride il contrasto con la gestione della squadra femminile, molto meno “urlata” e folkloristica, ma più efficace, con 21 vittorie del team femminile contro  le 15 di quello maschile. Anche se più della metà di quelle femminili sono portate in dote dalla sola Van Vleuten. E questo  però potrebbe essere un indizio per la Movistar che le 2 o 3 punte siano meno efficaci di quanto pensino.

Problema in definitiva risolto dalla squadra spagnola nella stagione 2022, partiti Soler e Lopez, dove il numero di vittorie, per ora, resta identico alla scorsa stagione: 15, ma con una qualità decisamente scesa, visto che di queste 8 sono in gare 2.1, tre in gare 2.Pro e solo 1 in una gara WT (la tappa al Dauphiné vinta da Carlos Verona). Tant’è che la salvezza dalla retrocessione gli è stata garantita solo col podio di Mas alla Vuelta (e sui migliori 10 risultati per punti agguantati dalla squadra, ben 5 sono stati garantiti dal 41enne Valverde, come i secondi posti a Strade Bianche e Freccia Vallone).

In conclusione la sensazione di caos ed approssimazione nella gestione della squadra già viste nelle serie precedenti restano, ma il ritmo serrato ed i tempi compressi lasciano meno spazio alla comprensione delle varie personalità, aldilà dei semplici fatti sportivi, che era il punto di maggior interesse nelle prime due serie. E come in ogni serie di questo tipo si nota anche una minor spontaneità degli stessi una volta resosi conto del proprio essere personaggi.

Commenti

  1. Maiella:

    Grazie, ma anche no. Dopo le prime 2 stagioni e la recensione che ho letto sul MAG, non mi interessa più e non la guarderò.
    Su youtube ci sono tanti docu-video del genere dedicate ad altre squadre molto più belli e veritieri.
    Sono in attesa, invece, del documentario annunciato prima del Tour su 8 formazioni WT partecipanti alla corsa francese. Non so se il progetto é stato portato avanti, non ne ho sentito più parlare.
    Avevo letto che sarebbe stato online da novembre in poi ma ad ora non c'è... BOOOOOOOH
  2. vista anche quest'ultima stagione. Niente di che, molto confusionaria con tutti i vari salti di linea temporale. Salvata dai fatti successi durante l'anno, un corridore in corsa per il podio alla vuelta che si ritira perché va fuori di testa dalla rabbia è un qualcosa che accade una volta ogni 30 anni probabilmente.
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