Il doping cerebrale?

La TCS, Transcranial Current Stimulation, o stimolazione intercranica a corrente diretta, è un procedimento che risale ai tempi di Luigi Galvani ed AlessandroVolta,dis eguito ripreso agli inizi dell’800 da Giovanni Aldini (nipote di Galvani) per il trattamento dei pazienti “malinconici”, e che poi è tornato di interesse negli anni ’60 del 900 grazie al dottor D.J. Albert.

Questo metodo è approvato in Europa per il trattamento delle depressioni maggiori, ed è validato come trattamento di livello B (probabile efficacia) per dipendenze, depressioni e fibromialgia. Ci sono una pletora di ricerche in corso sul trattamento del morbo di Alzheimer, Parkinson, schizofrenia, etc.etc..

Per quanto riguarda il ciclismo il termine è saltato agli onori della cronaca nel 2015, ovviamente grazie al Team Sky, sempre in cerca di Marginal Gains. 

Era il Marzo di quell’anno quando Dave Brailsford dette dimostrazione di conoscere la materia in un’intervista a Libération: “Migliora la plasticità della corteccia cerebrale per favorire l’apprendimento rapido“. L’interesse era quello di favorire un ciclista a guidare meglio in discesa o a controllare più efficacemente la propria alimentazione, ma la TCS, secondo Brailsford aveva anche un impatto diretto sulle prestazioni fisiche: “Quando il cervello arriva al punto di dire basta e fermarsi durante uno sforzo fisico la TCS sormonta questa reazione e vi permette di battervi al limite delle capacità del vostro corpo, cosa interessante”.

Brailsford si convinse della bontà del metodo durante un tour in California , in visita ad aziende High-Tech proprio a caccia di miglioramenti marginali. In una di queste visite fu lui stesso cavia, utilizzando la TCS durante una partita a freccette.

La cosa sollevò un po’ di discussioni, a cui partecipò anche il consigliere tecnico dell’agenzia francese antidoping, professor Xavier Bigard: “Non abbiamo abbastanza informazioni per considerare questo metodo come dopante. Non conosciamo gli effetti nocivi della tecnica di stimolazione non invasiva a lungo termine su un cervello sano. L’utilizzo di questo metodo per permettere ad uno sportivo di andare oltre i limiti dello sforzo potrebbe anche rappresentare dei rischi per la salute. AD un certo punto il copro ha bisogno di informazioni per dire basta“.

La WADA interpellata in merito dichiarò che un metodo o una sostanza per essere dichiarati proibiti devono rispondere a tre criteri: migliorare in modo riproducibile la prestazione, essere nocivo per la salute ed essere contrario all’etica dello sport. Sulla TCS non si sa abbastanza per inserirla nella lista dei metodi proibiti.

Molti presero le dichiarazioni di Brailsford come il solito mix tra marketing e verità per alimentare il mito dei Marginal Gains e la cosa finì li. Recentemente però la cosa è tornata sotto i riflettori grazie ad Eddy Pizzardini de L’Équipe, che ne ha parlato a proposito della collaborazione tra L’Istituto delle Riabilitazioni di Torino e la squadra Bahrain-Merida.

Collaborazione che riguarda anche l’utilizzo della TCS, iniziato già nel 2018, come afferma il medico di squadra, Dr. Luca Pollastri, in occasione del rinnovo della partnership tra il centro e la squadra, ripreso dalla stampa locale: “La collaborazione durante la passata stagione ha permesso di incrementare la qualità del servizio medico offerto ai nostri atleti e di utilizzare tecnologie innovative nel mondo dello sport. Fra queste la tDCS (Transcranial Direct Current Stimulation) ha trovato applicazione in diverse competizioni e siamo certi che il prosieguo della collaborazione ci permetterà di conoscere e sfruttare maggiormente le potenzialità di questa strumentazione”.

L’anno scorso le cavie sono state Domenico Pozzovivo e Vincenzo Nibali. Ma in cosa consista in pratica questo metodo lo ha spiegato la Dr.ssa Elisabetta Geda a L’Équipe: Dobbiamo agire su due regioni del cervello, il lobo frontale che controlla le funzioni cognitive come il movimento o il linguaggio, ed il lobo parietale che agisce sulle funzioni sensoriali. Non facciamo altro che migliorare un’attività già esistente del cervello. Si tratta di facilitare la connessione tra neuroni, ad aiutarli a lavorare più rapidamente. Gli effetti si fanno sentire sino a 30-90 minuti dopo l’esercizio“.

La dottoressa Geda conferma che non si tratta di doping, in quanto non si modifica la struttura del cervello, ma si tratta solo di un “aiuto tecnico”. Niente più che una bevanda isotonica o un massaggio insomma. Cosa confermata dal Dott. Pollastri che ha spiegato che la tecnica è stata introdotta in squadra nel Training Camp al Teide, quindi alla penultima tappa della scorsa Tirreno-Adriatico e poi per tutto il Giro d’Italia ed altre corse a tappe: “Abbiamo utilizzato la TCS per tentare di ridurre il sovraeccitamento legato allo sforzo ed alla competizione. É un metodo per combattere lo stress, migliorare il recupero ed il riposo notturno“.

Il trattamento è consistito nel far calzare un casco con 8 elettrodi alla base della nuca e tramite degli impulsi comandati via Bluetooth si tramettono degli impulsi di intensità crescente sino a 2 milliampères per 20 minuti durante il massaggio, momento in cui il corridore sarebbe più ricettivo. La durata è limitata a 20 minuti per non incorrere in effetti secondari.

Gli studi sul metodo sono ancora contraddittori, quindi la WADA vigila, ma per ora non si esprime. Contraddittorie anche le opinioni, come quella del Dr. Eric Bouvat, medico di squadra proprio di Pozzovivo quando militava alla AG2R: “Con questo metodo si va a toccare il cuore dell’individuo, come ci hanno mostrato le neuroscienze. La fatica ed il recupero fanno certamente parte dei meccanismo protettori dell’organismo sotto sforzi intensi e della loro ripetizione. Quindi perché applicare una tecnica medica a scopo terapeutico su un essere umano in buona salute col rischio di sregolare il suo funzionamento naturale? In più gli effetti indesiderati sono a volte sconosciuti a corto o…lungo termine. Se si dovesse impiegare questo tipo di metodi per preparare uno sportivo allora lascerei l’alto livello di questo sport perché ci si allontana troppo dalla pratica sportiva“.

Il dibattito resta quindi aperto.

 

 

 

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