Il mito del “si dopano tutti uguale”. Intervista a Robin Parisotto

Il mito del “si dopano tutti uguale”. Intervista a Robin Parisotto

01/02/2018
Whatsapp
01/02/2018

Mai come quando si affrontano le questioni di doping, al contrario di quando si affrontano quelle su questioni tecniche, come freni a disco si o no, etc.. le discussioni finiscono per diventare delle affermazioni di se e delle proprie convinzioni, come giustizialisti contro garantisti, etc.. finendo spesso in litigi piuttosto futili, proprio perché in realtà si perde di vista il tema della discussione, su cui in realtà, spesso, si è tutti d’accordo.

A volte in questo genere di discussioni intervengono anche degli argomenti per cosi dire “precostituiti”, delle affermazioni che si ripetono e si ritrovano sempre, frasi standard che vengono usate regolarmente, ma che hanno implicazioni notevoli, a volte aldilà dell’uso che se ne fa. Una di queste è la classica affermazione: “ma tanto erano/sono tutti dopati”. Frase che viene usata per sostenere tesi opposte a seconda. In un caso accusare gli atleti di prestazioni inverosimili o di sfiducia nello sport in generale. Es. “Inutile stupirsi, sono tutti dopati”. Nell’altro giustificare il comportamento o la prestazione di un atleta: Es. “Armstrong era dopato, ma come tutti gli altri”. Di fondo il concetto latente è che tutti siano dopati e chi vince lo è più degli altri in un caso, o che comunque chi vince “ha qualcosa in più “.

La stessa cosa l’ha proprio affermata lo stesso Lance, giustificando il proprio doping, come “misura necessaria” per essere “al pari con gli altri”.

In questo secondo caso, si può ammettere che chi vince ripetutamente abbia in effetti “qualcosa in più”, a cominciare ad esempio da un forte mentale. Motivazioni, disciplina, capacità di accettare sacrifici e vere e proprie privazioni pur di vincere. Anche chiedendo agli stessi atleti o allo staff che se ne occupava c’è consenso nel ritenere che ad esempio Lance Armstrong fosse una persona con un mentale fortissimo. Un atleta ossessionato dalla vittoria che nulla lasciava al caso e viveva in funzione della propria prestazione. Ed è sbagliata l’idea che “essendo professionisti tutti fanno cosi”. Come in ogni professione ci sono quelle che si applicano di più  e quelli che meno. Quelli più bravi e quelli meno, anche a dispetto del potenziale di base. Un po’ come la classica frase scolastica: “Ha le capacità, ma non si applica abbastanza”. A volte in quell’abbastanza, ad alto livello sportivo, non serve metterci differenze abissali, basta anche poco per fare la differenza.

Tolta la questione mentale, cosa resta dell’affermazione “sono tutti dopati uguale”? È possibile che tutti si dopino allo stesso modo? Che implicitamente a doping uguale corrispondano prestazioni uguali? Da che ne seguirebbe un altro classico: “gli asini non diventano cavalli da corsa”.

Abbiamo provato a chiedere un’opinione ad un esperto di doping. Robin Parisotto, australiano, ex membro dell’Australian Insitiute for Sport, membro principale del progetto EPO 2000, con cui è stato sviluppato il primo test per rilevare l’EPO ai giochi olimpici, membro fondatore dell’Expert Panel di UCI e IAAF, esperto e membro del comitato di revisione dei passaporti biologici (APB). Ed infine autore del libro Blood Sports: the inside dope on drugs in sport.

Somministrare sostanze dopanti in modo standard, ovvero se tutti assumessero le stesse sostanze e lo stesso dosaggio, in nessun modo porterebbero a prestazioni uguali, perché ogni essere umano ha un diverso profilo metabolico ed un diverso livello di tolleranza alle droghe. Quello che potrebbe portare ad alcuna differenza in un individuo potrebbe ucciderne un altro. Agli albori del’ abuso dell’EPO si è avuta evidenza certa dei rischi di un utilizzo illimitato della sostanza, e come un dosaggio limitato e controllato minimizzasse i rischi per la salute, ma sicuramente non portasse a prestazioni identiche per tutti.

Le interazioni biologiche (il metabolismo), fisiologiche (apparati respiratori, cardiaci, scheletrici e muscolari) e genetiche (interazioni genetiche) si combinano in modi che rendono gli esseri umani molto differenti rispetto le loro capacità prestazionali e come metabolizzano droghe e cibo, o tollerano il caldo o il freddo, esercizi intensi ed altre svariate funzioni umane. Questo dipende in larga misura da quali geni sono stati ereditati e come questi geni rispondono agli stimoli ambientali durante la crescita. Questo è riconosciuto sempre di più nei nostri giorni e l’industria farmaceutica sta cercando di individualizzare le droghe rispetto certi attributi fisici e/o genetici per massimizzarne l’efficacia e le interazioni a livello molecolare. Ovvero, da un punto di vista strettamente medico, nessuno riceve la stessa sostanza o anche gli stessi dosaggi.

Poiché una cattiva prestazione o una prestazione sotto le aspettative non è una condizione medica, nessuno è in grado di prescrivere una “formula vincente”: se ognuno assumesse la stessa dose alcuni ne avrebbero beneficio ed altri no. Quindi sia con che senza le droghe probabilmente non esiste qualcosa di “giusto”. Se prendi delle sostanze tutto dipende dalla tua genetica e dal tuo ambiente per riuscire a vincere nello sport. Alcuni potranno dire che non è “ugualmente giusto” e che è il bello dello sport nella sua forma più pura: superare le avversità, le limitazioni fisiche, le imperfezioni per vincere. Aggiungere le sostanze dopanti nel mix non cambia le cose di uno iota. Certo, nel ciclismo ci sono molti altri fattori che contribuiscono a vincere una corsa, ed una preparazione/allenamento adeguata è la chiave del successo (dipendentemente dagli attributi fisiologici interni), ma anche le strategie di corsa o le condizioni ambientali giocano un ruolo importante. Potrebbe essere benissimo il caso che tutti gli atleti professionisti prendano sostanze dopanti, e si potrebbe pensare che sono Pro proprio perché ne prendono di più o in un modo migliore. Ciò non toglie che è un fatto che ci sia un potenziale naturale in ogni atleta. Maggiore in alcuni, minore in altri.

Tenere tutti gli atleti sotto la famosa soglia del 50% di ematocrito partiva da una falsa premessa, ovvero assumere che tutti partissero dalla stessa base. Ad esempio un atleta con un ematocrito di base di 38 poteva incrementarlo sino a 50 (grossomodo il 30%). Un altro atleta con ematocrito di base di 44 poteva incrementarlo di solo 6 punti (15%). Ecco, solo questo esempio da l’idea che il secondo atleta guadagnava la metà dei benefici che invece aveva il primo atleta. E cosa ancora più importante, il primo atleta doveva assumere dosi maggiori per arrivare al 50%, in questo modo non solo aveva alte concentrazioni di EPO nel suo sistema, cosa che poteva portare a complicazioni di salute, ma l’incremento del volume sanguigno del 30% non era certo salutare per il cuore e l’apparato cardiocircolatorio a lungo termine. Con steroidi, GH, stimolanti, etc..è la stessa cosa. La stessa dose non corrisponde necessariamente ad una risposta standard su tutti gli atleti, ed in alcuni è potenzialmente pericolosa per la loro salute sul lungo periodo.

Pagina tratta da L’Equipe, 1999, con i valori dei corridori della Gewiss, prima e dopo l’assunzione di EPO.

È vero quindi che oggi stare sotto la soglia del passaporto biologico vuol dire che alcuni, dopandosi, traggono maggiori benefici di altri, partendo da basi differenti, ed alcuni migliorano più di altri. Ma il passaporto biologico ha una funzione più profonda, che non è quella di vedere chi supera alcune soglie, ma monitorare alcuni trend di alcuni parametri in-competizione e fuori-competizione nel tempo.

Se lo si guarda in altro modo, se la soglia fosse superata interamente, ad esempio se stai prendendo insulina per il diabete o statine per alte concentrazioni di colesterolo, ma non stanno riducendo i tuoi livelli di glucosio e colesterolo, presumibilmente te ne verranno prescritte dosi maggiori. Allo stesso modo se prendi EPO o steroidi e non hai aumenti prestazionali (non vinci) ti verranno somministrate dosi maggiori.

Quando troppo è troppo? Dipende dalla volontà dell’atleta. Si può arrivare al punto in cui l’atleta voglia uccidersi pur di vincere, com’è successo molte volte in passato.

Ecco quindi che ad esempio l’idea del “doping libero” per creare un sport “uguale” grazie all’amministrazione legale di sostanze dopanti produrrebbe l’esatto opposto e potrebbe essere anche molto più pericoloso. C’è già abbastanza gente che muore grazie a “droghe legali” oggi, e non abbiamo bisogno di buttare altra gente giovane, in salute ed in forma nella spazzatura.

E’ anche vero che la maggior parte degli atleti di alto livello hanno, senza doping, parametri fisici simili, senza differenze abissali, quindi nel futuro aspettiamoci di vedere sempre più doping orientato ad elevare le capacità motivazionali e cognitive (il mentale di cui si parlava sopra -ndr-), conosciute oggi come “cogniceuticals” e  “emoticeuticals”. Oggi ci sono test antidoping per urine, sangue ed anche geni, quindi il cervello sarà la frontiera finale per chi vuole barare, ed in definitiva si arriverà ad una “battaglia di volontà”.