I primi Tour de France, dal 1903 al 1906 erano stati la novità, la corsa folle che faceva il giro della Francia. Dal 1907 al 1909 il percorso era stato variato tagliando le tappe Nîmes-Toulouse e Toulouse-Bayonne, con tre tappe più corte. Restava sempre un percorso da passisti o sprinter in ogni caso, perlomeno nei termini moderni. La prima vera montagna attaccata dal Tour fu il Ballon d’Alsace (1247mt) nel 1905, ma “l’alta montagna” non era nemmeno mai stata presa in considerazione.

L. Buysse sul Col d’Allos (Alpi)

Per il Tour 1910 invece qualcosa va cambiato, bisogna mettere del pepe al percorso. Tutti i percorsi dal 1903 al 1909 erano stati tracciati da un giornalista lussemburghese emigrato a Parigi: Alphonse Steinés.

Steinés propose i Pirenei. Nel 1910 inserire i Pirenei nel Tour era più o meno come pensare di inserire oggi il Nanga Parbat. Erano posti selvaggi, praticamente non frequentati, e le strade, semplici mulattiere, erano intrattenute dagli abitanti solo per le attività di pastorizia. Henri Desgrange, ideatore e patron del Tour, direttore del giornale L’Auto, già famoso per essere uno che delle sorti dei corridori aveva un’attenzione pari a zero, rispose: “non se ne parla”. Steinés però insistette, probabilmente facendo leva sulla spettacolarità della cosa se avesse funzionato, e sulla redditività per le vendite del giornale. Alla fine Desgrange cedette e mandò Steinés in ricognizione.

Steinés noleggiò un’auto, una Dietrich 16cv, e cominciò ad esplorare i passi pirenaici. Va ricordato che le ricognizione dei grandi giri, come anche oggi, si facevano a Gennaio. Alla base del Tourmalet, a Campan, chiese in una locanda se “la strada” fosse praticabile. Il gestore disse che forse a luglio si, ma a gennaio no di sicuro. Per Steinés fu più che sufficiente per salire in auto con il suo autista e procedere verso la vetta. Ovviamente ad un certo punto la mulattiera era ingombra di neve e l’auto non poteva avanzare oltre. Era il 27 gennaio 1910.

Steinés scese e continuò a piedi. Nel frattempo si era fatto buio. Verso le 3 di notte una squadra di locali lo recupera mezzo assiderato dentro un torrente in cui era sprofondato ceduta la neve sotto i suoi piedi. Lo portano a valle e lo rianimano con un bagno e cibo caldo.

Il giorno seguente Steinés invia un telegramma mitico a Desgranges a Parigi: Passé Tourmalet. Très bonne route. Parfaitement praticable. Steines   (“Passato il Tourmalet. Strada molto buona. Perfettamente praticabile. Steines”).

Poteva dubitare Desgranges della buona fede del suo inviato? Ecco che la tappa è pronta ed il percorso delineato. La 10^ tappa da affrontare il 21 luglio successivo sarà la Luchon-Bayonne: 326km per 5500mt di dislivello. Da farsi con bici con un rapporto da pianura ed uno da salita ai due estremi del mozzo posteriore. Niente deragliatori, che non sono permessi.

 

La notizia viene presa molto bene dai corridori: dei 136 già iscritti 26 si ritirano dalla lista dei partenti. Montano le polemiche, altri giornali parlano di “bizzarria” e della pericolosità di una tappa che passerà forzatamente anche di notte in posti popolati (all’epoca) da orsi.

Per rintuzzare queste polemiche Desgranges ed il suo staff hanno un’idea che rimarrà imperitura: il camion scopa (“voiture balai”). Questa però non è ancora concepita come la conosciamo oggi, ovvero per raccattare gli attardati e metterli fuori gara, ma proprio come veicolo di “sicurezza” per far si che tutti riescano a rientrare al traguardo e non si perdano sulle montagne facendo perdere ogni traccia di se. I corridori recuperati dal camion scopa però non venivano squalificati e potevano continuare la tappa successiva.

Il resto di questa tappa è leggenda, con il primo passaggio in vetta al Tourmalet di Octave Lapize, che regalerà alla storia la frase, lanciata ai commissari “Siete degli assassini! Si, degli assassini!”. Gustave Garrigou unico a non mettere piede a terra nell’ascensione al Tourmalet (prodezza che gli valse 100 franchi di premio). E l’exploit di François Lafourcade (Legnano) che si rivela il primo specialista delle montagne, mediocre corridore in pianura (cioè sempre), in salita scollinerà per primo sull’Aubisque e poi terminerà 5° la tappa.

Questo il preambolo. Da allora la Luchon-Bayonne, percorsa in un senso o nell’altro, è rimasta quasi sempre nel programma del Tour. L’edizione “killer”, che qui ci interessa, però fu quella del 1926. La tappa più dura della storia del Tour de France.

È il 6 luglio 1926 e la 10^ tappa parte da Bayonne in direzione Luchon. Lunghezza e dislivello sono sempre gli stessi: 326km e 5500mt. La differenza rispetto le edizioni precedenti è che piove e fa freddo. Molto freddo. “Sembra Febbraio” recitano le cronache del tempo.

Fino a quel giorno il Tour  è stato di una noia mortale: 7 tappe finite allo sprint in pianura. Maglia gialla è lo sprinter belga Gustaaf Van Slembroeck:

 

I primi italiani sono: 10° Secondo Martinetto, che coglierà come unica vittoria in carriera una tappa alla Vuelta a Catalunya proprio nel ’26; e 11° Ottavio Bottecchia, il muratore del Friuli, vincitore delle due ultime edizioni del Tour, quella del 1924 la prima vittoria di un italiano, e quella del 1925. Capitano della Automoto-Hutchinson, all’epoca una corazzata, basti pensare che contava tra le sue fila Van Slembroeck, leader della generale, Jules Buysse, fratello di Lucien, 2° e vincitore della prima tappa, Joseph Van Dam, già vincitore di 3 tappe in quell’edizione, che vide un corridore della Automoto-Hutchinson in testa alla classifica generale per tutto il Tour (J. Buysse, Van Slembroeck e L.Buysse). È l’unica edizione di un Tour in cui due fratelli hanno portato entrambe la maglia gialla.

All’8° posto il super-domestique di Bottecchia, il gregario di lusso belga Lucien Buysse, 2° nel ’24, 3° nel ’25, con anche un 3° posto alla Roubaix del ’20 ed un 2° alla Liegi dello stesso anno. 15 giorni prima della partenza del Tour L. Buysse ha perduto la figlia Adrienne, ultima dei suoi 4 figli.

Lucien Buysse nel 1926

Alla partenza, alle 2 di notte, i corridori non solo partono col solito armamentario di lampade a olio, tubolari arrotolati al corpo, pompe e musette piene di cibo, ma anche con occhiali, impermeabili, pantaloni lunghi, maglioni, etc… si parla di 16kg totali (non avevano diritto ad assistenza in corsa).

177km di relativa pianura scorrono prima di arrivare alle prima salita, il col d’Ochquis. Firma al controllo e poi si attacca l’Aubisque. È ancora buio.

Lucien Buysse conosce perfettamente il percorso, è la 6^volta che lo affronta al Tour, e con Bottecchia non in forma, parte all’attacco. Bottecchia soffriva di male alla schiena e le condizioni atmosferiche non aiutavano. Si ritirerà ad Argèles. Fu l’ultima partecipazione del campione italiano, ucciso l’anno seguente in circostanze mai chiarite.

Lucien Buysse passa in testa sull’Aubisque con 1’45” di vantaggio su Omér Huysse e Léon Parmentier, 2’40” su Albert Dejonghe, tutti belgi. Bottecchia a 7’40”.

Buysse sull’Aubisque

In discesa Buysse tira i freni per non rischiare e viene raggiunto da Huysse e Parmentier. Le strade sono un pantano solcato da numerosi ruscelletti d’acqua. Le auto che seguono rimangono spesso impantanate e gli occupanti devono scendere e spingere. Lo spettacolo viene goduto dai rari locali che hanno acceso fuochi a brodo strada per scaldarsi.

Lucien Buysse e Omer Huysse sull’Aubisque

Inizia il Tourmalet.

Buysse e Dejonghe vanno in crisi di fame. Passa in testa Odile Tailleux, altro belga, ma senza squadra. In cima al Tourmalet passa primo ed è maglia gialla virtuale con 1’30” su Buysse.

Le discese sono un incubo: le ruote scivolano sul fango e si impuntano sui sassi. I freni sono bloccati dal fango. Le dita intorpidite dal freddo. I vestiti madidi di pioggia che cade incessante dalla partenza. Le strade non hanno ovviamente guardrail ed un errore ad una curva può essere fatale.

All’imbocco dell’Aspin Tailleux viene preso da coliche addominali. Buysse riparte all’attacco. Il che non vuol dire alzarsi sui pedali e schizzare via come oggi, ma semplicemente continuare con la forza di volontà, spesso a piedi a fianco della bici. Catene e pignoni si bloccano per il fango. Molti corridori impediti dalle dita congelate ci urinano sopra per sbloccarli.

L’ultima salita è il Peyresourde, poi giù in discesa fino a Luchon. Primo è Lucien Buysse, in 17h 12′ 04″.

Dopo 25’48” arriva l’italiano Bartolomeo Aimo (Aiglon-Dunlop). Terzo il belga Léon Devos (Thomann-Dunlop) a 29’49”.

Alle 22.40 arriva l’ultimo concorrente, il 31°. Gli altri sono ancora sparpagliati per le montagne, al buio, al freddo. Squadre di persone si organizzano per fare il percorso all’inverso e andare a cercarli per illuminagli la strada con i fanali o le lampade.

In un raro moto di pietà Desgrange alza il tempo limite dal 20% del tempo del primo al 40%. Misura che servirà a ripescare solo 7 concorrenti. Per i restanti 22 è la squalifica. 38 concorrenti restano in gara. Alla prima tappa erano partiti in 217.

Galvanizzato, Lucien Buysse vincerà la tappa successiva da Luchon a Perpignan. Alla fine il Tour è suo, con 1h22’25” di vantaggio sul lussemburghese Nicolas Frantz (Alcyon-Dunlop) e 1h22’51” su Bartolomeo Aimo.

Lucien Buysse vince il Tour 1926 in 238h 44′ 25″. Il tour più lungo della storia: 5745km, corso alla media più bassa: 24,063 kmh.

Con la tappa più dura della sua storia.

Lucien Buysse all’arrivo a Parigi