Le mie 3 uscite memorabili

Le mie 3 uscite memorabili

Piergiorgio Sbrissa, 11/06/2020

In questi giorni sto guardando la serie Netflix su Michael Jordan, The Last Dance, e questo tuffo negli anni ’90 mi ha fatto emergere molti ricordi dell’epoca, tra cui un’uscita in bici che mi ha segnato positivamente. Da qui l’idea di condividere le tre uscite memorabili, con la speranza di sentirne di belle anche da voi e, magari viverne ancora…

1-La più bella

Non so se in realtà sia l’uscita più bella, ma sicuramente il primo “lungo” ha un sapore ed un’importanza particolare, per l’ansia ed i timori che la precedono, per la fatica di portarla a termine, ma poi la grande soddisfazione di aver solcato quella soglia così importante per entrare nel mondo del ciclismo. Erano i primissimi anni ’90, non c’erano Strava e app, e l’unico modo che avevp per misurare l’uscita era un computerino CatEye rosso a filo.

La bici era una “Quantum” in alluminio, forcella anch’essa in alluminio, montata con un gruppo Deore da MTB, delle ruote “aero” con cerchi Mavic Cxp33 ed il manubrio con le prolunghe ed i poggiagomiti con cui sognavo di essere Indurain, con anche la stessa corona, cioé io il 42 massimo, lui il 42 per il Mortirolo, ma sono dettagli…

In una giornata di fine agosto mi sono lanciato da Milano verso la verde (più o meno) Brianza, affrontando Colle Brianza e poi Lissolo prima di tornare a casa. Sceso dal Colle verso Santa Maria Hoé, sulla destra ho questa immagine di un campo d’erba delimitato sul fondo da un muro bianco, che con la luce del tardo pomeriggio sembravano bianchissimo il primo e dorato il secondo. In discesa, con il vento caldo in faccia, ad un certo punto uno stormo di piccioni e colombe hanno preso il volo dal campo tutti assieme. È un’immagine che da allora mi è rimasta sempre negli occhi, legata alla prima sensazione di libertà e bellezza che la bici mi ha dato. A distanza di anni è un’immagine che chiudendo gli occhi mi si ripresenta con ancora quella sensazione di libertà e bellezza.

2-La più angosciante

Forature, incidenti, cadute, rischi presi e jolly incredibili giocati fanno parte dell’andare in bici. Finché i danni sono limitati e si possono raccontare va tutto bene. Un’uscita a cui è legato personalmente un grande senso di angoscia però non risale a molto tempo fa, ma alla London-Edinburg-London del 2013. Nell’ultima tappa, con soli 150km mancanti, ma sadicamente zeppi di strappi e controstrappi per oltre 1000mt di dislivello, ero ormai abbastanza stanco e stufo e volevo solo arrivare. Era notte, ed una notte particolarmente buia, senza luna, senza stelle, con una pioggerellina inglese fastidiosa.

La mancanza di luce amplificava il senso di smarrimento in mezzo alla campagna, in una stradina stretta delimitata da muretti a secco, senza nessuna luce di case, città, fabbriche. Buio assoluto, rotto solo dalla luce anteriore della bici e dal piccolo faretto rosso posteriore se mi giravo. Sbuffando su strappetti ripidi di cui non vedevo mai la fine, ad un certo punto, alla mia sinistra, ma lontano un 3-400mt ed un po’ più in basso rispetto la mia quota, si accesero le luci di un’auto. Il buio mi impediva di capire come fosse la conformazione del territorio, se ci fossero strade dirette tra me e l’auto, se fosse in un parcheggio, in un prato o altro.

Mentre proseguivo ho notato che l’auto aveva cominciato a muoversi, mi pareva lentamente, ma non capendo la distanza non riuscivo a valutare esattamente, fatto sta che mi pareva venisse verso la mia direzione, lentamente. Dopo qualche minuto mi sembrava chiaro che l’auto mi seguisse, o, quantomeno, che venisse nella mia direzione. La cosa che ha cominciato ad angosciarmi è che si muoveva lentamente.

Tra me e me non capivo perché non mi raggiungesse subito e mi superasse. Intanto dopo la fine di uno strappetto ne era cominciato un altro. Il fascio della mia luce mi permetteva di vedere che lo strappetto scollinava 100-150mt più in alto, dove sulla sinistra si trovava un albero isolato. Lo strappetto però era molto ripido, ben oltre il 10%, e la mia velocità era minima. L’auto sempre dietro, ma sempre alla stessa distanza.

A quel punto ero abbastanza spaventato, e non sapevo cosa fare: chiamare col cellulare qualcuno? Per dirgli che mi trovavo dove? Dandogli le coordinate del Garmin? Tornare indietro? Fermarmi? Alla fine mentre non mi decidevo, continuavo, e ad un certo punto mi ero convinto in qualche modo che scollinato avrei trovato dall’altra parte un paese o almeno un lampione o un segno di vita.

A qualche decina di metri dall’albero in cima notai che c’era un bivio con una strada ancora più stretta che andava a sinistra, ma la linea della traccia (senza mappa) mi indicava di andare dritto, quindi alla fine ho optato per rimanerci sopra. Nel frattempo l’auto era sempre più vicina da dietro, ma era chiaro che deliberatamente non mi raggiungeva. Alla fine ho fatto una specie di scatto per arrivare all’albero e scollinare. Scollinato però rimasi veramente atterrito: la strada non scendeva, ma c’era come un lungo falsopiano dritto a perdita d’occhio (per quello che permetteva la portata della mia luce).

A quel punto mi fermai, spaventato e preoccupato. Dopo 1 o 2 minuti però l’auto non si vedeva. A quel punto fui preso dall’indecisione se tornare indietro e vedere se aveva svoltato al bivio. Rimasi li per un 5′ buoni, poi ripresi la marcia dritto sul falsopiano. L’auto evidentemente aveva svoltato al bivio, o si era fermata….di fatto sparita. Non lo saprò mai, ma la situazione me la ricordo ancora per l’angoscia che mi causò.

3-La più comica

Una decina di anni fa mi divertivo nelle sere estive a girare in MTB in un grande bosco parigino, in un settore dove si allenava, appesa la bici al chiodo, un mio beniamino ciclistico: Laurent Fignon.

La sera, dopo cena, la luce era ancora abbondante, ma di gente non ce n’era praticamente più e cosi mi divertivo ad andare veloce quanto potevo per gli stretti sentieri delimitati da siepi e/o rovi. In particolare, uno che mi piaceva molto era una lunghissima curva cieca che percorrevo a fine giro e che poi mi riportava sull’asfalto. Un sentiero in terra battuta stretto tra due altissime siepi e rovi in cui non avevo mai incontrato nessuno.

Era l’epoca precedente a Strava, ed all’epoca usavo come software per archiviare le uscite Rubytrack, che non so nemmeno se esista più, ma che andando a spulciare  le vecchie uscite mi indica che in quel punto andavo sempre a circa 29-30km/h.

Nell’uscita incriminata, mentre facevo il mio ultimo sprint serale in questo curvone in cui il senso di velocità era amplificato dalle due altissime siepi laterali, mi sovvengono come in una moviola calcistica le seguenti immagini: un uomo di colore in piedi, a braccia aperte ed occhi chiusi  appoggiato di schiena alla siepe di sinistra. Di fronte a lui, carponi, una donna che lo agevolava di una fellatio.

Mi ricordo l’attimo di indecisione sul da farsi. Poi il tirare il freno posteriore intraversando la bici e cercando di puntare alle spalle della donna. Gli occhi di lei, che si girano verso di me e si spalancano in uno sguardo di terrore, ma reso anche comico dalla bocca piuttosto piena. Alla fine io che mi infilo col lato destro del corpo tra i rovi, ma poi riesco a rientrare sul sentiero. La gomma dietro che non colpisce la sventurata, ma la “pela” sul sedere. Con la coda dell’occhio l’immagine di lei che si butta in avanti e l’immagine di lui come una specie di Cristo redentore inghiottito da una siepe che mi sparisce alla vista.

Finita la moviola mi ricordo che qualche metro più avanti mi fermai, dei due tizi nessuna immagine in quanto finiti tutti e due dentro la siepe. Solo le bestemmie in francese di lei e qualche borbottio di lui. Alla fine mi decisi per svignarmela, ma pochi metri dopo mi ricordo anche scoppiai a ridere.

 

Commenti

  1. del mio primo lungo in bici da strada ricordo oltre che al medesimo senso di libertà un assurdo piatto di pizzoccheri
    il mio più angosciante è stato quando in mtb in slovenia trovai lungo la traccia il percorso interrotto da lavori che mi obbligarono a un giro fin quasi a perdermi e a tornare col buio pesto a ottobre, senza fanali e col garmin quasi scarico (non pioveva)
    il mio più divertente, quella volta, che dopo 2 ore di macchina arrivati, giù le bici e... le ruote?
  2. GRM:

    Inizio della salita del Passo San Marco (lato Bergamasco) ero in crisi di fame , vedo una casa aperta con fuori nel prato una famiglia, con la scusa che ero a secco d'acqua, ho scroccato mezza torta e mezzo pacco di pandistelle.
    Ricorderò a vita la faccia di quei bambini :))):
    :-)xxxx anche la tua non è male, però... :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:
  3. Ragazzi viene lunghetto, scusate.

    Per fortuna ci sarebbero tante cose da raccontare, innumerevoli, come penso per tutti, le mie in gran parte legate a disavventure, quasi sempre a lieto fine, come una volta, almeno trenta anni fa: Con un rigida in alluminio scendendo a manetta da un sentiero per capre a 2.000 m si ruppe improvvisamente il cannotto di sterzo e la bicicletta finì in due pezzi ed io con lei, due ore di sentiero a piedi con le macerie in spalla fino ad un Santuario (Madonna di Canneto) dove per gentile cortesia di un fedele che si trovava lì in raccoglimento spirituale entrai in possesso di un gettone telefonico, si quelli con le scanalature…, con il quale chiamai quella che poi sarebbe divenuta mia moglie la quale, forse cominciando ad intuire cosa l'avrebbe attesa negli anni a venire, partì per venirmi a recuperare ed io nella più totale incoscienza legai con del filo di ferro il cannotto alla bicicletta e percorsi così diversi km per andarle incontro.

    Tornando a noi, per fare tre esempi tra cose recenti, direi:

    La più “profonda” spiritualmente questa qui, ci penso spesso, sembra una disavventura ma per me è stato bellissimo: https://www.bdc-mag.com/forum/t/foratura-positiva.218202/

    Poi mi viene in mente il mio primo 200 in solitaria tutto d’un fiato, bello e divertente, meno duro di quanto mi aspettassi, forse perché con poca salita, infatti mi chiedo in continuazione quale sia il motivo che può spingere un vecchio cinghiale da quasi 80kg, buono solo per la geriatria, a continuare ad iscriversi a quelle caxxo di GF da 200km e 4.000m, boh: https://www.strava.com/activities/1186671101

    La più mistica, ma fonte di grande soddisfazione, la sola volta in oltre 100.000 km che sono riuscito a restare in balia di un Di2 scarico, deragliavo con la brugola da due :wacko:, sono arrivato a casa con il culo in fiamme, nei falsopiani a scendere a 120 rpm con il rapportino continuavo a rimbalzare sulla sella, ma anche questo fonte di bei ricordi: https://www.strava.com/activities/1767652126

    La mia gara più gratificante, si lo so, quasi tutti voi vi metterete a ridere ma ognuno ha il suo (di livello), poi questa mi è piaciuta perché la mia tattica(?) di gara(?) è sempre la stessa, parto a manetta, reggo, reggo, reggo, reggo e poi schiatto e mi trascino al traguardo sperando di arrivare prima che abbiano chiuso e questa è stata una delle rarissime volte in cui invece sono arrivato prima di schiattare o mentre stava accadendo, si vabbè direte che la gara era corta, si avete ragione, ma che devo fà: https://www.strava.com/activities/2204193074

    Oooopss, ne sono uscite quattro… :))): , vabbè ormai abbiamo sforato, ve ne racconto una quinta al volo.:)))::))):

    Per lavoro parto in compagnia di mio fratello, dalla Ciociaria profonda, direzione Varese. Primo viaggio lungo con una macchina nuova, facciamo il pieno e via. Verso Bologna ci complimentiamo con i consumi della vettura, abbiamo ancora mezzo serbatoio, caspita, ottimo. Pochi km prima di Reggio Emilia, il motore inizia a borbottare e poi si arresta. Fermi in corsia d’emergenza giro la chiave per riavviare ed il livello carburante va a zero e si accende la spia, siamo a secco, l’indicatore segnava male…
    Incazzati, vedo un distributore fuori, sembra non lontano, scavalco la recinzione della A1, finisco in uno stabilimento, era una mega-porcilaia in fase di dismissione, vedo un tizio, gli spiego. Mi dice che mi presta una bicicletta, mi dice anche che il distributore sembra vicino ma che devo attraversare di nuovo l’autostrada e poi tornare di qua passando dai due ponti che si vedono laggiù, Azzz. Entriamo in un capannone maleodorante dove giacciono accatastate decine di strane biciclette, ne cava una dal mucchio, sul cestello anteriore mi sistema una tanica e mi dice “Vada!”, Sto per partire (in giacca e cravatta) e gli dico “Scusi ma non ci sono freni”, risposta “Retropedale! Retropedale!”. Usti! Parto, anche con ritmo, per fare in fretta. Alla discesa del primo cavalcavia la suola liscia del mocassino mi tradisce e mi scappa il pedale, che comincia a girare all’impazzata assieme all’altro, in fondo alla rampa finisco sul ciglio e mi salvo dal fossato per miracolo aiutandomi con i piedi, uno dei mocassini sembra di fango, anzi, no, è effettivamente pieno di fango… Alla pompa mi guardano un poco strano, vabbè, mai visto uno che fa benzina in giacca e cravatta su una biciletta sporca di letame di maiale e pieno a sua volta di fango? Riparto, la tanica da venti litri sulla ruota anteriore dà alla bicicletta la maneggevolezza di una mietitrebbia, in cima al primo cavalcavia, mi fermo, sia per studiare la discesa e sia per togliere giacca e cravatta, sono in un bagno di sudore, non mi è più chiaro se gli effluvi che appestano l’aria intorno a me siano derivanti dal letame di maiale oppure siano autoprodotti. La discesa del secondo ed ultimo cavalcavia è in curva… mi fermo di nuovo in cima, in preda ad un delirio semiserio mi lego la cravatta sulla fronte, avevo visto Rambo da poco :mrgreen:, mi lancio con i mocassini, la fascia-cravatta, il sudore, il letame, la tanica, la simil-bicicletta, il retropedale. Arrivo in fondo, a destra c’è l’ingresso della porcilaia, il cancello carrabile è chiuso, quello pedonale aperto, imbocco a velocità “folle” la stretta apertura, passo mancando con le estremità del manubrio i pilastri dell’ingresso di pochi cm a destra e sinistra, mi arresto miracolosamente in una nuvola di polvere. Il tizio è sparito, depongo il mezzo sulla catasta, mi avvio alla recinzione con la tanica in mano, scavalco di nuovo, mio fratello mi vede, non sa che dire, dalla sua faccia capisco che è meglio che non dica, devo avergli fatto venire un colpo, dopo qualche secondo gli ho detto “tranquillo, ho solo fatto un salto in bicicletta a prendere la benzina”, siamo scoppiati entrambi in una risata fragorosa.

    Quel giorno la consapevolezza che la bicicletta avrebbe avuto un posto di rilievo nella mia vita si rafforzò in me ancora di più.