Öetztaler 2015: 29798” di emozioni e fatica

Öetztaler 2015: 29798” di emozioni e fatica

01/09/2015
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01/09/2015

Sono ormai tre anni che partecipo alla Maratona Dles Dolomites. Tutto molto bello, ma ogni anno l’emozione cambia e va un po’ diminuendo. Lo stimolo maggiore è esplorare e conoscere cose nuove. Cosa può esserci, almeno per nome, all’altezza della MdD nel creare una scarica di adrenalina almeno pari? L’Oetztaler?
L’ho sempre guardata da lontano con timore e reverenza. 238 km e 5205 metri di dislivello. Percorso unico. Senza possibilità di svicolare, senza alternative.
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E quando mai potevo farcela? No, no, tutte quelle ore non fanno per me. E poi sempre flagellata da freddo e maltempo. Era dunque un progetto rimasto lì in disparte, in attesa del momento di follia nel provarlo.
Il destino ha però deciso per me che quel progetto doveva essere realtà e in pochi giorni, appena un mese prima della gara, il mio nome è brutalmente comparso nella lista. Ok, mi son detto. Andiamo. Sarà comunque una esperienza, un posto nuovo, gente nuova. Senza obiettivi cronometrici particolari, solo arrivare con un buon tempo e senza soffrire. Niente allenamenti specifici come da molti leggevo fare (lunghissimi con dislivelli monstre), ultimo lungo over 100 km fatto l’11 luglio. Il Rombo era lì però a mantenere vivo il timore. Oltre due ore di salita, dopo 180 km. Arrivare lì male, è uguale a vivere un calvario infinito. L’unica cosa che volevo evitare. Chiedo consigli a qualche amico che l’ha fatta mi studio il percorso e il D-Day arriva presto. Gli auspici sono dei migliori. A Soelden non ricordano previsioni meteo così buone da anni. Sole pieno, nemmeno rischio temporali pomeridiani e caldo intenso. Gli unici dubbi sono se partire addirittura senza manicotti o meno.
Arrivo a Solden il giorno prima, passando in auto per Vipiteno, Giovo e Rombo, giusto da vedere gli ultimi 70/80 km di gara, i più temuti. Mi incuriosiscono le maglie appese sugli ultimi tornanti del Rombo. Sembrano quasi feticci degli indiani d’America.

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Ci sono anche sul rettilineo di partenza in centro a Soelden. Mi faccio spiegare da addetti all’organizzazione cosa sono. Ogni anno, per ogni iscritto, viene prodotta una maglia che gli sarà consegnata solo se sarà finisher, ovvero se arriverà al traguardo e se lo farà entro il tempo massimo. Ogni anno, molti non ce la fanno specie col maltempo. Viene loro negata anche solo per pochi minuti oltre il tempo massimo e molte maglie avanzano. Che farne? Con alcune ci fanno bretelle o cinture ricordo per pantaloni, le altre le appendono lì. Così, stracciate e al vento, sulle ultime rampe del calvario e alla partenza, il loro aspetto è sinistramente spettrale e di monito al tempo stesso. “Se non ce la fai, la tua maglia sarà appesa lì!!!”. Associare quel vestito stracciato al nomignolo della gara (Oetzy) porta in breve a ricordare l’altro Oetzi, il reperto antropologico ritrovato nel ghiacciaio poco distante dal Rombo. Sarà stato in realtà un partecipante non finisher di una delle prime edizioni?
L’atmosfera a Soelden non appare troppo diversa da Corvara per la MdD. L’efficienza organizzativa è la medesima, ai massimi livelli, l’aria di festa anche. Addobbi, cartelloni, gente in bici avanti e indietro, molti col numero già attaccato. Ogni stabile ospita o strutture ricettive o attività commerciali e sembra quasi che abitazioni private non ve ne siano. Vivo l’attesa sereno. Voglio solo evitare che la mia maglia sia appesa sui tornanti del Rombo l’anno prossimo ad imperitura memoria. Le previsioni meteo, sempre mutevoli in montagna, si confermano delle migliori, partiamo alle 6.45 in punto con circa 13°. I primi km in discesa verso Oetz scorrono via veloci, velocissimi. Gruppone compatto lanciato su stradone largo. Indugio un attimo sulla velocità del Garmin: 87 kmh!!!! Mai fatta una velocità del genere in bici. Arrivati a Oetz svolta secca a destra e comincia il Kuthai. Tutto è molto diverso da ogni altra gara corsa in passato. Il timore è palpabile in gruppo e nessuno sembra ansimare o sbuffare come quando si prende una salita a tutta. Il gruppo si allunga, sì, ma non esplode e tutti salgono di un passo che mi pare costante e moderato. Mi rassicuro, mi piace questa cosa, ero già preparato a ignorare le teste calde che partivano a tutta, ma non serve. La temperatura è fresca ma ideale in salita, il cielo terso, le montagne sembrano disegnate. In questo clima surreale, nonostante qualche rampa impegnativa di una salita piuttosto irregolare, si ha il tempo di guardarsi fra noi, scambiare qualche chiacchiera con quelli in cui individuo il pettorale italiano, si incontra qualche faccia nota del forum e ci si sente un po’ meno in terra straniera, in mezzo ad una moltitudine di partecipanti per lo più germanofoni. Si arriva in cima dopo una ascesa lunga ma tutto sommato piacevole, perché non animata da eccessiva belligeranza e giù in picchiata verso Innsbrusck. Una discesa larghissima, con curvoni ampi e asfalto perfetto. Sento la sensazione della velocità acuita dall’aria frizzante del mattino. Butto l’occhio sul Garmin: 104!!!!(guardando a casa vedrò una massima di 106.1). Mi spavento, penso alle conseguenze di un qualsiasi inconveniente……ma i miei compagni son lì e l’istinto di non rallentare ha la meglio. Non bisogna essere bravi a farlo. Solo incoscienti. Arriviamo in breve nella piana di Innsbruck, siamo una decina che siamo andati via in discesa, scorgiamo poco avanti un gruppone e consci che la salita del Brennero più si è e meglio è, con un po’ di doppia fila li riprendiamo. La città è semideserta, sono quasi le 9, eppure pochi sembrano interessati all’evento. Sono più i piccoli paesi attraversati, a sentirsi coinvolti e a stare a bordo strada a tifare e incitare al suono dei campanacci. Il pensiero corre alla realtà di molti eventi nostri, ove l’unico suono che si può sentire è quello di invettive o clacson stizziti di chi si vede bloccato il passaggio.
La salita del Brennero sono km e km di stradone anonimo, in cui conta solo stare a ruota, si fa relativamente fatica, grazie anche ai volenterosi tedeschi in prima fila a tirare e gli italiani accucciati dietro a farsi portare e si ha dunque il tempo di alimentarsi e guardarsi attorno seppur vegetazione e paesaggio non siano il massimo. Dura più o meno come il Kuthai, ma il tempo scorre molto più lento e noioso. E’comunque uno sforzo che ti consuma senza che sul momento ce se ne renda conto. In cima penso di far rifornimento al ristoro, altra novità a cui non sono abituato. Parto sempre in autosufficienza idrica e alimentare, ma non sono avvezzo a gare così lunghe. Entro ed esco velocemente prendendo al volo una bottiglietta e riprendendo in breve il gruppone sullo stradone in discesa verso Vipiteno. Inizia il Giovo. Da qui so che non ci saranno più gruppi né collaborazione. Ognuno per sé fino all’arrivo. Il gruppo si sparpaglia presto, anche qui ognuno col suo passo. E’ un’altra salita molto lunga. Le pendenze sono regolari e mai eccessive, il clima è fresco e ancora ideale a pedalare. Da metà salita in poi sento sensazioni via via in calando, il cuore fatica a salire, la vam cala e il timore cresce. Mi appare nella mente un fantomatico signor Wolfgang con un taglierino in mano pronto a fare a brandelli la mia maglia di finisher e ad appenderla da qualche parte. Affianco un corridore con un amico che gli porta le borracce. Ha una bottiglietta di Coca. Mi appare come un’oasi nel deserto, gliene chiedo un goccio. “Non posso, non è mia” questa è la risposta. Penso sconsolato che la solidarietà tra ciclisti non è per tutti. Quando esco dal bosco e la cima mi appare in vista, mi rincuoro. Scorgo l’allestimento del ristoro. Stavolta la sosta è più corposa. Una banana e la tanto agognata pepsi. Ne bevo una e con l’altra riempio freneticamente la borraccia……facendone ovviamente traboccare metà. Parto per gli ultimi due tornanti e giù per la discesa verso San Leonardo. La porta dell’inferno. La discesa è tecnica, l’asfalto è in alcuni punti rovinato, la precedente piccola crisi mi induce ad un minimo di prudenza. I riflessi sono meno pronti. Recupero comunque diversi concorrenti, ma non ho tutta questa fretta di arrivare giù. La temperatura sale. Svolta a dx secca e tappeto del chip per inizio salita. Sono da 5 ore e mezza in bici, oltre qualsiasi altra durata di gara mai fatta, e ho davanti una salita da oltre due ore. Ora fa caldo, il morale non è al massimo, ma ho inaspettatamente recuperato energia e prendo un buon passo regolare. La pendenza è molto variabile, ma non cambio mai ritmo e adatto solo la cadenza all’asperità del momento. Farò due ore praticamente monorapporto: 36×28. Il tempo sembra non scorrere mai, tutti i concorrenti procedono al rallentatore, sembra di andar tutti piano come fossimo in una grande moviola. Appaiono scene mistiche: un concorrente fermo appoggiato in galleria all’ombra con la testa contro il muro. Un altro al guard rail che scuote la gamba sinistra. Mi rincuoro, c’è chi sta peggio di me. La pepsi del Giovo è finita, l’acqua dell’altra borraccia caldissima. Ecco che a bordo strada da rocce ricoperte di muschio un rivolo d’acqua scende giù dalla montagna. Freschissima. Mi fermo ne bevo avidamente e scorgo che altri due concorrenti sono fermi in attesa di fare altrettanto. Riprendo il mio passo, arrivo al ristoro di metà salita. Più un occasione di riposo che reale bisogno di rifornirmi. Ho davanti a me la parete altissima e verticale del Rombo segnata solo dai tornanti che dovrò percorrere. Un paio di chilometri di falsopiano mi aiutano a sciogliere le gambe un indurite e comincio la seconda parte di salita…..quella che mi han descritto come il secondo Giau consecutivo a quello che parte da San Leonardo. Tutto al sole, caldo, nonostante l’altitudine. Scorgo un fotografo della gara e abbozzo una pedalata “en danceuse” per venire bene.
La meta lentamente si avvicina e ogni metro è una briciola di energia in meno nelle gambe, ma una in più nella mente. Due lunghissimi chilometri di salita e altro fotografo. Riprovo a salire in piedi sui pedali, ma stavolta sento le tigri della Malesia abbarbicate su polpacci e cosce che mordono e opto per una più prudenziale posizione alla Indurain.
So che Claus, un utente del forum, ci aspetta al penultimo tornante per una caramella al miele e un incoraggiamento. Ogni occasione è buona per non pensare alla salita e Claus è una di queste occasioni. Terz’ultimo tornante, questo adornato dalle sinistre maglie appese alla corda..ma ora fan meno paura. Il sole è ancora alto, il tempo massimo non è uno spauracchio, la condizione ancora decente, o forse come diceva Utah, “sarai così stanco che non sentirai nemmeno più la fatica”. L’obiettivo è vicino, dovevano metterle più giù quelle maglie, magari a San Leonardo, per farci più paura. Scorgo Claus sul penultimo tornante con la maglia gialla di finisher conquistata anni prima. Lo chiamo per nome, gli dico chi sono. Ci stringiamo la mano, mi incoraggia, vado su d’inerzia, ma ci siamo quasi. Ultimo tornante ed ecco lì la galleria di fine salita. Gli ultimi 300 metri più lunghi della mia vita, ma arriva. Entro dentro con un piacevolissimo fresco, un altro km di falsopiano ed ecco che il sogno appare. Mi avevano descritto che sarebbe stato quello dell’ultimo km, ma per me è questo, Cima Timmelsjoch:

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Giù in picchiata in discesa, do un occhio al cronometro. E’ ora di pensare anche a quello ora e vedere se si può anche fare un buon tempo. Il timore scompare, subentra di nuovo l’incoscienza. Giù in picchiata verso Soelden, con l’unico pensiero di non trovare ostacoli (mucche) sul drittone prima dell’assassina risalita verso la Mautstelle, la stazione di pedaggio del passo. Eccola lì in fondo la risalita assassina:

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Una risalita ove sempre Utah sostiene che i crampi li vendono a chilo. Di certo volano le invettive verso chi l’ha pensata (ho sentito smoccolamenti irriferibili dai miei compagni di sofferenza).
Mi sparo un’altra tripla cifra in discesa, per fortuna libera da animali (ero pronto alle bistecche), per farne il più possibile sull’abbrivio della velocità, ma sembra lo stesso non finire mai rimbalzandomi indietro. In lontananza le gru dei lavori si ergono alte e sono quelle che avvicinandosi indicano la fine del supplizio. Passo l’ultimo ostacolo e poi giù in discesa verso l’arrivo. Doppio curvone in discesa all’ingresso del paese e agognato cartello dell’ultimo km.
Passo il traguardo e mi siedo svuotato sul tavolo a fianco al ristoro, pensando a quello che era prima un progetto latente, poi una realtà preoccupante e infine un traguardo sportivo raggiunto:

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La voglia di mangiare al ristoro è poca e prevale quella di un meritato riposo in albergo e poi via alla festa alla Freizeit-arena.
Organizzazione dei pasti perfetta, scelta delle portate molto vasta e velocissima nel potersi auto servire mentre fuori i concorrenti continuano ad arrivare. Tutto è pronto per la premiazione, ma qui, al contrario che alla Maratona dles Dolomites e di qualsiasi altra granfondo italiana, ove i primi vengono premiati poco dopo il loro taglio del traguardo, non comincia la cerimonia finchè gli ultimi nel tempo massimo non sono arrivati. E sono loro i primi ad essere chiamati e premiati sul palco, in un perfetto connubio fra cicloturismo amatoriale ed esasperazione agonistica che viene relegata in secondo piano.

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La festa prosegue per tutti poi con le premiazioni anche dei primi assoluti e di categoria, con l’ex prò Jan Ullrich a fare da mattatore della serata in maniera semplice, gioviale e disponibile. Curioso quando intervistando i vincitori, chiede a lui perché non faccia il prò e quello imbarazzato gli risponde che ci ha provato ma poi ha preferito lasciar stare, mentre alla prima donna (7h.46) chiede se si allena molto e lei candidamente risponde che fa 10.000 km all’anno (sic!).
Continuano poi con le premiazioni di categoria, tutti sono presenti, nessuno manca o manda amici o parenti a presenziare.
Per me si è fatta ora di tornare in albergo, non vedevo l’ora, ma non prima di aver ritirato una cosa, che non sarà messa in vista su nessun tornante:

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dedicata alle diverse centinaia che quest’anno non ce l’hanno fatta.

E il sogno riprende. Sarà per la prossima?……….