Un Tour un po’ pazzo, molto aperto e divertente sino all’ultimo quello del 2019. Con un percorso improntato a seguire le orme di Giro e Vuelta, con pochissimi chilometri a cronometro e tonnellate di dislivello, alla fine si è visto accorciare per via del maltempo proprio sulle tappe alpine. Gli exploit dei beniamini di casa lo hanno resto molto divertente, con anche il pathos del sogno casalingo del ri-vedere un transalpino vincitore a Parigi. Non è andata bene per i cugini d’oltralpe, ma quanto fatto vedere da Pinot e soprattutto Alaphilippe li può confortare. “Loulou” è meritatamente il n°1 mondiale, Pinot sembra finalmente maturo per il cambio di passo. Alla fine però la spunta comunque sempre la Ineos.

Egan Bernal/Ineos: Devastati dall’infortunio di Froome, sembrava che la corazzata britannica fosse stavolta pronta per abdicare dal ruolo di regina del ciclismo mondiale. In pianura vantavano “il trattore” Moscon, in stagione decisamente poco brillante, Van Baarle e “Captain Luke” Rowe a menare le danze (fino al match di boxe di quest’ultimo con Tony Martin). Castroviejo a sostituire Kiryenka per le cronometro a squadre. In salita un appannato Poels non dava le solite garanzie e tanta responsabilità è finita sulle spalle di Kwiatkowski. Alla fine però la grossa mano se la sono data da soli Bernal e Thomas, che senza grossi sforzi finiscono 1° e 2°. Tutte le luci della ribalta sono per Bernal, primo colombiano a vincere il Tour, e di colombiani forti ce ne sono stati non pochi nel passato remoto e non, ma Egan sembra veramente un gradino sopra tutti. È il terzo più giovane vincitore del Tour de France, dopo l’imbattibile Henri Cornet ed il lussemburghese François Faber ,per soli 9 giorni, ma si parla del Tour 1909…è anche il 5° corridore a vincere assieme maglia gialla e maglia bianca dal 1975, data d’introduzione della classifica giovani. È pure secondo nella classifica della maglia a pois, a 8 punti da Romain Bardet, che oltretutto non è che abbia dato grande spettacolo in salita… Un giornalista francese, Geay, ha avuto il torto di chiedere a Thomas se questo Tour abbia segnato il passaggio di consegne tra Froome e Bernal. Il gallese, giustamente, ha fatto due occhi cosi e risposto: “quindi per te io sono una barzelletta?”. Magra figura per il giornalista, ma tutto sommato è quello che pensano tutti. E presumibilmente la risposta è si. Al netto di un altro pensiero di tutti: che il giovane colombiano non si bruci anzitempo. Ma tutti quelli che lo frequentano lo danno come uno super-maturo per la sua età. I compagni della Ineos lo chiamano “Capo”, e non ci sono dubbi che questo possa essere l’inizio dell’era-Bernal ai grandi giri.

Julian Alaphilippe/Deceuninck: Lo squadrone belga sembrava dovesse andare a caccia di tappe come di consueto, e ne porta a casa 3, una con Viviani e due con super-Alaphilippe, che si è rivelato anche corridore da classifica, tenendo per 14 giorni la maglia gialla e facendo sognare la Francia intera. Alla fine ha ceduto, ma senza crollare di schianto, contro ogni aspettativa si regala un 5° posto ed il meritatissimo premio di super-combattivo del Tour. L’erede di Valverde sembra essere tra noi. Con la stessa longevità potrebbe essere il corridore più vincente della sua generazione. Alaphilippe ha fatto anche le veci di Enric Mas, piuttosto deludente.

Bora-Hansgrohe: Finora è sempre stata la squadra attorno a Sagan. Ma da qualche stagione la Bora sta dimostrandosi una fucina di talenti tedeschi, da Ackermann a Buchmann. Sagan ha colto la 7^ maglia verde, record assoluto, ma con una sola vittoria di tappa e tutto sommato un Tour un po’ nell’ombra per le sue possibilità. Buchmann invece è una conferma, progredendo di anno in anno. Il 4° posto assoluto è un bel viatico per il futuro del 26enne di Ravensburg.

Thibaut Pinot: Un grande corridore sempre sul filo tra vittoria e tragedia. La vittoria la coglie e bene con il capolavoro del Tourmalet, aiutato da un altro giovane promettente come Gaudu. Si fa trovare disattento, assieme a tutta la Groupama, nei ventagli della tappa di Albi. E poi finisce in tragedia e lacrime per l’infortunio ed il ritiro. Un po’ più di attenzione e fortuna ed il podio potrebbe essere un luogo famigliare per lui.

 

Movistar: la squadra spagnola ci ha riprovato col tridente ed è finita come al solito, con tattiche inspiegabili e risultati ben al di sotto delle possibilità. I suoi capitani entrano tutti nella top 10 (Valverde 9°, Landa 6°, Quintana 8°), ma Valverde non si è mai visto, Landa corre a caso come sempre, mentre Quintana ha corso da separato in casa, riuscendo, nonostante la Movistar, a vincere una tappa. La squadra spagnola ha vinto la classifica di miglior squadra. Ironia della sorte..

Jumbo-Visma: il vero squadrone di questo Tour. Vittoria nella cronosquadre, dominio nella prima settimana con 3 vittorie di tappa (Teunissen Groenewegen, Van Aert) e maglia gialla con Teunissen. Sfortunati a perdere Van Aert in grande forma. Arrivano al gradino più basso del podio con Kruijswijk. Viene spontaneo domandarsi cosa sarebbe successo se avessero scambiato Roglic con l’olandese.

Adam Yates/Mitchelton-Scott: doveva essere il Tour di Adam, è stato quello di Simon, che si è aggiudicato 2 tappe. Da un lato quindi solito naufragio per la classifica generale targato Yates Brothers, dall’altro 4 belle tappe vinte da Simon, Impey e Trentin.

Bahrain-Merida: Una squadra letteralmente esplosa a questo Tour. Salvano la barca con due vittorie di prestigio Dylan Theuns a La Planche de Belles-Filles e Vincenzo Nibali a Val Thorens. Da segnalare anche la caparbia di Sonny Colbrelli, che non punge, ma è 6 volte nella top 10 di tappa. La barca però naviga a vista: Rohan Dennis si fa cogliere da una crisi di nervi e scappa. Chi sia il leader non si sa. Quale sia il futuro non si sa. Ci manca giusto Landa a riportare ordine….

Romain Bardet: arrivato con ambizioni di podio se non di vittoria, è bastata la solita crono per sotterrare tutto. Chiaramente non in forma, si porta a casa la maglia a pois senza vincere una tappa in salita né facendo azioni degne di nota (il che dovrebbe suggerire qualcosa agli organizzatori). Tutta la AG2R naufraga con lui. Bocciatura secca.

Astana: Sembrava potesse essere l’occasione di Fuglsang, nella forma della vita, in una stagione fin qui d’oro per la formazione kazaka. Caduto alla prima tappa il danese è rimasto suonato sino alla caduta successiva che lo ha portato al ritiro quando era 9° in generale. La sua truppa di lusso, Alexey Lutsenko, Pello Bilbao e Omar Fraile invece di sentirsi libera di andare a caccia di tappe si è persa d’animo. Magro risultato.

EF Education First: 7° posto in generale per Rigoberto Uràn, che ha fatto bene, ma non brillato. Nessuna vittoria di tappa, nessun azione degna di nota…tranne l’aver iniziato il ventaglio della 10^ tappa che ha penalizzato proprio Uràn…

Caleb Ewan/Lotto-Soudal: per qualcuno aver abbandonato Greipel per l’australiano tascabile Caleb Ewan era un errore. Lo sprinterino invece, alla prima partecipazione al Tour, ha fatto centro 3 volte, di cui l’ultima sugli Champs-Elysées, la vetrina più importante per uno sprinter. La ciliegia sulla torta ce la mette Thomas De Gendt, l’uomo-fuga, con una vittoria di tappa a St Etienne. Il contorno è la maglia a pois lungamente portata da Tim Wellens. Per i belgi missione compiuta.

Trek-Segafredo: le buone notizie qui le ha portate solo Giulio Ciccone, che ha interrotto il regno in giallo di Alaphilippe per due giornate. Il resto però è un gran grigiore, senza vittorie di tappa e con due anonimi Richie Porte e Bauke Mollema 11° e 28°.

Sunweb e Cofidis: due squadre orfane dei propri capitani, Dumolin e Laporte. Il primo acciaccato, il secondo vittima del virus che ha colpito mezza squadra. In loro mancanza non è rimasto che il ruolo di comparse. Delusione Michael Matthews, mai in gioco per la maglia verde.

Total-Direct Energie: La squadra francese aveva investito molto in Niki Terpstra, ma questa stagione sembra stregata per l’olandese, sempre fuori per cadute. Restava la speranza di qualche fuga buona con lo specialista Calmejane, ma è arrivato totalmente fuori forma, tanto da perdersi nella pancia del gruppo. Qualche sprazzo di visibilità con Bonifazio, 3° nella tappa finale, ma resta un magrissimo bottino.

Wanty-Gobert/Arkéa-Samsic: la squadra belga ci ha provato come al solito, e come al solito ha onorato l’invito. Pur con mezzi modesti si è infilata nelle fughe, ci ha provato agli sprint con Pasqualon (un 10° posto), e soprattutto ha colto un 12° posto in classifica generale con Guillaume Martin, il ciclista filosofo. I bretoni invece sono stati assenti negli sprint con Greipel, ma hanno centrato un 10° posto in generale con Warren Barguil, lontano dagli sfarzi del 2017, ma anche dai disastri del 2018.

DimensionData/Katusha-Alpecin: la squadra sudafricana, che l’anno prossimo si chiamerà NTT, ha lasciato a casa Cavendish, ma non gli è andata poi tanto bene con Nizzolo, tre volte nella top 10 di tappa e poi ritirato. Boasson-Hagen è sembrato lo spettro di se stesso. Roman Kreuziger ha concluso 16° in generale. Nel complesso a livelli inferiori alle Continental, da un pezzo. Se invece qualcuno poteva pensare che i corridori della Katusha avessero voglia di mettersi in mostra prima di far calare il sipario su questa squadra sarà rimasto deluso: Zakarin, 51°, il migliore in classifica, nessuna azione, ultima nella classifica squadre. Il nulla^3.

UAE Emirates: la buona notizia è che Fabio Aru, 14°, è tornato a correre su buoni livelli dopo l’operazione. Il resto è notte fonda: Dan Martin, 18°, mai in corsa, cosi come Rui Costa e Alexander Kristoff. Se ci fossero dei dubbi, proprio Martin li ha dissipati: preparazione sbagliata per tutta la squadra. Non è la prima volta, e dovrebbe essere un segnale che qualcosa va cambiato.

CCC: L’obiettivo degli americano-polacchi era una qualche vittoria di tappa. Ci ha provato De Marchi senza successo prima di ritirarsi per caduta. Poi Schär senza grandi velleità. Restava il golden-boy Van Avermaet, che però continua a pascolare senza convinzione da un pezzo. Urgono rinforzi ed un qualche progetto meglio definito.