Tour de France 2017. Considerazioni e commenti

Tour de France 2017. Considerazioni e commenti

24/07/2017
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24/07/2017

Ed anche questo Tour è finito, andando ad allungare la grande storia della corsa più importante del mondo, al netto delle solite contrapposizioni di campanile con il Giro e la Vuelta che sono sempre più belle, ma pur sempre meno importanti. Un Tour “strano”, condizionato nello spettacolo da vari episodi che hanno fatto puntare il dito contro organizzazione e commissioni UCI, in particolare nel caso Sagan. Un Tour vinto per meno di un minuto da Chris Froome, ormai entrato nel novero dei “grandi”, Les géants de la Route, come dicono i francesi. Ma sempre un francese, Antoine Blondin de Le Figaro, ha creato un gioco di parole che calza bene per questo Tour del britannico: le gérant de la route, ovvero una specie di “ragioniere della strada”, qualcuno che gestisce più che attaccare. In effetti Froome non è un tipo molto spettacolare, anzi, brutto da vedere in bici, con un fisico troppo secco e alto per essere elegante ed equilibrato in sella. Troppo timido e posato per essere un “personaggio”. Sicuramente molto educato, gentile e cortese, ma senza niente che lo caratterizzi per simpatia o estrosità. Non molto diverso da un Nibali o un Bardet, lontani anni luce da un Sagan. Bomber che infatti è stato rimpianto da milioni di tifosi dopo il fattaccio della volata con Cavendish, che in un botto (letterale) solo ha privato il Tour di due protagonisti che invece per carattere e personalità (seppur agli antipodi) sono oro. Cosa dire quindi dei protagonisti? Proviamoci.

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Chris Froome/Sky: Hanno almeno provato a togliersi il nero di dosso, ma l’operazione simpatia è finita li. Resta una squadra poco amata. Ognuno ha motivi vari e diversi, dalla mitica Scialappa ai complottismi più cervellotici, ma la sostanza è che “il modello” Sky non raccoglie simpatie, anzi. Il pilastro è il keniano bianco Chris, a cui attorno gravitano corridori che potrebbero fare da capitani in altre squadre, e che hanno controllato la corsa da cima a fondo.  Basti vedere i portatori di maglie gialle di questo Tour: se non fosse per l’intervallo di due tappe a cura di Fabio Aru, il monologo è stato Sky, con 4 tappe da leader per Geraint Thomas e 15 per Froome. Froome che non ha vinto tappe in questo Tour, ha avuto anche un momento di crisi proprio contro Aru, e quindi si è limitato a difendersi facendo fumare la sua locomotiva bianca: con Henao, Nieve, Kwiatkowski e Landa in salita non ce n’era per nessuno. Landa ha persino mancato il podio per solo 1″. Mentre Kwiatkowski ha continuato a mostrare la forma migliore che esibisce da inizio anno. Persino il ritiro di un Geraint Thomas è stato assorbito senza contraccolpi. C’è veramente da chiedersi cosa avrebbero fatto in altre squadre questi corridori, considerando che Nieve, correndo da gregario ha terminato 14°, ed Henao 28°. Henao che formava proprio un tandem colombiano alla Sky con Uràn, terminato 2°. Alla fine ad una squadra cosi non sono serviti fuochi d’artificio, che infatti non ci sono stati. E’ bastato appunto gestire. Va inoltre ricordato che Uràn ed uno degli avversari più accreditati, Richie Porte, sono sempre scuola Sky.

Rigoberto Uràn: Meglio di cosi era forse impossibile. Un secondo posto d’oro ed inaspettato per il colombiano della Cannondale, che ha esibito grande condizione ed intelligenza, pur correndo con una squadra che ha un budget di 1/3 rispetto la Sky. Vamos ciccio!

Romain Bardet: Anno dopo anno dimostra di essere veramente un corridore intelligente e maturo. Nonostante abbia avuto addosso sempre più pressione da parte di connazionali e tifosi (persino la visita con consigli annessi di Macron…) è riuscito a correre senza strafare e portarsi a casa il secondo podio al Tour dopo il 2° posto nel 2016. A 26 anni non può che continuare a puntare in alto e magari pianificare anche un assalto alla Vuelta. Nel frattempo gli ottimi risultati fanno crescere gli investimenti attorno a lui ed infatti la AG2R sta diventando un’ottima squadra, che in effetti lo ha ben supportato nella corsa. Deve migliorarsi a cronometro però, perlomeno finché Froome è nei paraggi.

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Fabio Aru: La perdita dei suoi compagni più forti e preziosi, Dario Cataldo e Jakob Fuglsang lo ha lasciato solo a tentare l’impossibile. Ed è proprio in questa solitudine che ha mostrato alcuni suoi limiti, oltre ad avere ancora dei “buchi” nelle 3 settimane che a questi livelli non si può permettere. Nonostante tutto si porta a casa un 5° posto al suo secondo Tour, quindi già un piccolo miglioramento ed un pizzico di fortuna lo possono mettere a podio. Ehia!

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Daniel Martin: Altro corridore che si è trovato da solo, in una squadra che puntava tutto su Marcel Kittel, e che ha un rapporto davvero travagliato con la fortuna, o con la gergale sfiga. Il proverbiale spirito battagliero irlandese però si manifesta in tutta evidenza in Martin, perché nonostante tutto e tutti si rialza (letteralmente) e lotta a denti stretti fino alla fine. Alla fine conclude 6°, ma con lode piena.

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Quintana, Contador, Porte, etc..: I nomi importanti, tranne Vincenzo Nibali, c’erano tutti, ma il livello, obiettivamente, non era quello degli anni passati. Contador in particolare ha dimostrato la solita grande classe, ma ormai pare abbia imboccato la parabola discendente, e non può che essere così, gli anni passano anche per i Pistoleros. Quintana semplicemente non ne aveva. Idem Mollema, che si è almeno consolato con una tappa. Richie Porte è un altro che dovrebbe farsi benedire, o stare un attimo più attento visti gli ultimi incontri con l’asfalto in avvenimenti importanti. Non poca sfortuna anche per Alejandro Valverde, che, c’è da giurarci, avrebbe mostrato la sua classe. Thibaut Pinot aveva giocato le sue chances al Giro, e come Quintana non ne aveva più. Esteban Chavez non pervenuto. Nel complesso molti concorrenti di Froome lo sono stati più sulla carta che sulla strada, mentre altri si sono autoeliminati. Il che non toglie niente alla vittoria del britannico, che comunque non ha corso da solo.

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Simon Yates e Louis Mentjes: I due giovani più promettenti. 7° ed 8°, con Yates maglia bianca. Per Mentjes è il secondo 8° posto consecutivo al Tour, quindi la consistenza c’è di sicuro, manca qualcosina, ma la strada pare proprio quella giusta.

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Warren Barguil: un corridore che sembrava sempre una promessa incompiuta, condizionato da buchi di forma e cadute, dopo l’8° posto alla Vuelta 2014 sembrava un po’ perso, invece in questo Tour è forse il corridore che ha più sorpreso. Maglia a pois portata sino a Parigi e due tappe vinte con autorità. Alla fine è 10° assoluto, ma l’impressione è che il 25enne francese sia entrato nel novero dei grossi calibri. Vedremo come lo gestirà la Sunweb, che tra lui e Dumoulin ha in casa due campioni.

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Kittel e gli sprinter: Le tappe per gli sprinter sono attese quasi come la pubblicità in un film, ma il panorama attuale, composto da vari grandi campioni, e non solo un paio, è piacevole da seguire. Purtroppo in questo Tour, dopo l’improvvida tappa che ha messo fuori gara Cavendish e Sagan il livello è un po’ crollato. Marcel Kittel ha fatto incetta di tappe, dimostrando di essere lo specialista migliore nelle lunghe volate che hanno caratterizzato le tappe di quest’anno, e considerando che dispone di uno dei treni migliori e che un avversario temibile è un suo compagno di squadra (Gaviria) le 5 tappe vinte di spiegano facilmente. Dall’altro lato André Greipel è parso opaco e non in palla. Degenkolb pure, il quale pare non essere più capace di tornare ai livelli pre-incidente. Kristoff probabilmente ha perso qualcosa negli sprint impostando una preparazione più da classiche. Démare è migliorato moltissimo, forse più grazie a Cimolai e Guarnieri che lo conducono in volata che altro, soprattuto quando l”l’altro” è finire fuori tempo massimo in salita, in particolare per uno che ha il KOM sulla Cipressa (:-)). Bouhanni è un gradino sotto i migliori. Alla fine è tornato in auge Boasson Hagen e pure Gronewegen è riuscito a vincere una tappa. Sempre costante e tenace Michael Matthews, che infatti alla fine si aggiudica la maglia verde, anche se per il forfait di Kittel dopo la caduta. Peccato non aver visto un duello con Sagan, avrebbe meritato.

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Shimano: Se la Sky viene spesso accusata di strapotere, finanziario ed atletico, vale la pena di ricordare quello di Shimano in questo Tour: tutte le tappe sono state vinte da bici equipaggiate con trasmissioni del colosso giapponese, idem per i vincitori delle 4 classifiche: generale, punti, scalatori e giovani. I freni a disco per ora restano affare degli sprinter, quindi solo a fini promozionali.

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ASO/UCI: Abbastanza negativo il bilancio di organizzatori e commissari. ASO sa sempre inventarsi qualcosa a livello di immagine per il grande pubblico, come la crono marsigliese con partenza ed arrivo nel velodromo ed il finale post gara nel Grand Palais parigino. Il percorso però può ovviamente essere criticato per le poche tappe a crono (nelle ultime 3 edizioni la tendenza è al ribasso, per chi temesse favoritismi pro-Froome), o per le salite mal distribuite nei tapponi di montagna, o per le troppe tappe per sprinter. Queste ultime più che altro hanno avuto in più di un caso arrivi pericolosi, con curve secche in circuiti cittadini. ASO chiaramente si arrangia come può, visto che le tappe sono distribuite “a listino”, ovvero alle comunalità che sborsano di più per ospitare gli arrivi, ma soprattutto ad inizio Tour, tra entusiasmo e nervosismo, i rischi per gli sprinter sono stati molti. A ciliegina sulla torta le decisioni della commissione UCI, che se nel caso Sagan/Cavendish ha evidentemente sbagliato (ma pensare ad una pressione di ASO tramite il Main Sponsor Dimension Data non è ipotesi remota), il pasticcio peggiore è a nostro avviso la penalità comminata a Uràn (e Pauwels e Bennet) per aver preso una borraccia dal pubblico negli ultimi 20km della 12^tappa (da regolamento non si può nei primi 50 e negli ultimi 20km, salvo casi particolari). Penalità poi ritirata, casualmente quando le immagini televisive hanno mostrato che anche Bardet aveva fatto lo stesso. Quando la pezza è peggio del buco è il detto che casca a fagiolo: regole applicate in modo non consistente non sono regole, e creano solo confusione, recriminazioni e brutti precedenti. Col senno del poi, se Bardet avesse preso quella penalità sarebbe stato giù dal podio. Il che evidenzia maggiormente il principio.

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Ed ora si passa alla Vuelta, dove ci sarà ancora Froome, che tenterà un nuovo attacco a questa corsa in cui è già arrivato tre volte 2°. Vincerla lo proietterebbe sempre più nella storia tra i grandissimi. Considerando anche che la doppietta Tour/Vuelta nello stesso anno è riuscita solo a Jaques Anquetil e Bernard Hinault. Anche se forse l’operazione migliore per Froome sarebbe vincere un Tour con un’altra squadra.