Tour de France 2018: voti e commenti

Tour de France 2018: voti e commenti

30/07/2018
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30/07/2018

“Chris era venuto qui per vincere, non per arrivare sul podio. C’è stato un momento in cui ha realizzato che non avrebbe vinto, e sarebbe stato comprensibile per lui avere un momento di crisi, ma la prima cosa che ha fatto è stato andare a tirare per aiutare Geraint“. Questo affermato da Dave Bailsford.

Sputi, liquidi non identificati tirati addosso, lancio di uova ad ammiraglia e autobus di squadra, fischi e persino un tentativo di far cadere Froome. Tutto questo si è visto al Tour di quest’anno.

“Ci ha uniti. Abbiamo creato un legame più velocemente quest’anno. È stato come avere la sensazione di essere noi contro il resto del mondo. È incredibile come la squadra abbia tenuto duro specialmente quando è più difficile, scesi dalla bici”.  Questo quanto affermato da Chris Froome.

Per Geraint Thomas il copione sembrava scritto sin dalla prima tappa: una cronometro a squadre eccellente, qualche secondo guadagnato sul Mûr de Bretagne, qualche secondo guadagnato agli sprint intermedi, e poi le Alpi dove si è capito che il vincitore designato era lui, alla Rosière e sull’Alpe d’Huez soprattutto. Non ci sono stati grandi colpi di scena o attacchi spettacolari, ma Thomas ha guadagnato tempo costantemente, senza intoppi, con grande autorità e sicurezza. L’autorità e sicurezza del campione. Froome ha in bacheca 4 Tour, 1 Giro ed una Vuelta, ma tra i due è sempre sembrato Thomas il campione navigato ed in controllo assoluto.

Thomas viene descritto da chi lo conosce come un tipo di lealtà e professionalità assoluta. Uno di poche parole che da l’esempio facendo, non parlando. Che non chiede ai compagni, ma fa si che siano i compagni a dargli perché se lo è guadagnato. Solo dopo la cronometro, mentre rispondeva alle domande di rito si è sciolto in lacrime a stento trattenute. “Era dal mio matrimonio che non piangevo” (2015) dirà subito.

Prima della crono finale era nervoso, teso per la strada bagnata, e forse 20 giorni di fischi e sputi, per quanto forti si possa essere mentalmente, presentano il conto: rovinare tutto ad una curva, quando si vede ormai l’arco di trionfo ed il coronamento di una carriera renderebbero teso chiunque. Non gli si chiedeva poco a Geraint Thomas, ma ha fatto tutto quello che doveva fare alla perfezione. Primo gallese a vincere il Tour. Voto 10.

Chris Froome è venuto per vincere, per entrare nella storia (ma lo è già), vincendo 3 grandi giri di fila, il 4° Tour di fila ed il 5° Tour in assoluto, andando a fare compagnia alle altre leggende di questo sport. Finisce 3° a 30″ da Tom Dumoulin. I suoi modi sono sempre gentili e posati, ma forse proprio in questo Tour ha dimostrato di essere un duro, uno che non molla mai, anche quando devi correre per 3 settimane con il pubblico che ti vorrebbe morto e persino un gendarme che ti tira giù dalla bici. Poteva fare di più? Si, vincere, ma alla fine questo podio e la dimostrazione di essere fallibile hanno in parte conquistato persino l’ostile pubblico del Tour, che qualche applauso se l’è fatto scappare alla cronometro finale. Voto 9

Tom Dumoulin chiude due grandi giri consecutivi al 2° posto. Roba da mangiarsi le mani, soprattutto a questo Tour dove ha perso tempo preziosissimo per un cambio bici causa ruota anteriore rotta prima del Mûr de Bretagne e per la successiva infrazione per una scia prolungata dietro un’auto. In quei due episodi ci stanno quasi il 1’50” di distacco da Thomas. In tutto questo però Dumoulin, pur se non un campione di simpatia, è stato sempre ineccepibile gentleman, riconoscendo in Thomas il più forte. Gli è mancata un po’ di fortuna a Dumoulin, ed una squadra all’altezza delle ambizioni, ma a 27 anni e con una squadra migliore il futuro dovrebbe essere suo. Voto 9

Primoz Roglic, voto 8 1/2. L’ex saltatore con gli sci si è accreditato come uno dei concorrenti più solidi per gli anni a venire nei grandi giri. Costante e aggressivo, capace anche di acuti importanti come si è visto nella vittoria nel tappone pirenaico. Si fa sfuggire il podio per 1′. Nell’ultima cronometro ha pagato 1’11” da Froome, e qui si deve sicuramente migliorare, ma va tenuto conto anche che nella cronosquadre iniziale la Lotto-Jumbo ha beccato sempre 1’11” dalla Sky…con qualche miglioria nella specialità può davvero ambire ad altri risultati.

Peter Sagan, voto 9. Lo slovacco si conferma fenomeno. Si porta a casa la 6^ maglia verde, che, come dice Lance Armstrong “non è un risultato per cui uno ti ferma per un autografo per strada“, ma è quello che ci si aspetta da lui, e lui lo fa. E lo fa nonostante 3/4 dei suoi colleghi sprinter sia andata a casa dopo due tappe alpine (11^e 12^), e nonostante gli acciacchi dovuti ad una caduta per cui ha sofferto nelle ultime tre tappe. E 3 sono anche le tappe vinte (11 in carriera al Tour). 103 volte ha vestito una maglia di leader di classifica, record assoluto. Chapeau.

Julian Alaphilippe, voto 9: il francese della QuickStep quest’anno sembra aver raggiunto la maturità sportiva, a 26 anni. Dopo la Freccia Vallone conquista la maglia a pois e due tappe a questo Tour. Se continua cosi può essere l’erede, per risultati, di un Valverde. Quattro le tappe conquistate dalla QuickStep grazie a lui e Gaviria.

Romain Bardet, voto 5: secondo i tifosi italiani ogni mossa UCI/WADA/ASO è un gomblotto per fargli vincere il Tour…nel mondo reale il francese ha cercato di fare quello che gli riesce meglio, con due attacchi da lontano in montagna che gli sono valsi due terzi posti, ed alla fine è 6° in generale. Nel complesso chi gli sta davanti ha semplicemente dimostrato di essere più forte e che c’è poco da gomblottare. È stato sfortunato nel perdere due gregari importanti quasi da subito, Domont e Vuillermoz, ma dei 6’57” di ritardo in generale, 1’56” li ha rimediati nella crono individuale. La AG2R si consola con la maglia bianca di Pierre Latour.

Daniel Martin, voto 7: The Fighting Irish, mai domo. Sfigato come pochi (gli fa concorrenza Richie Porte, che infatti l’hanno scorso se l’è portato dietro in una caduta) si rialza e lotta sempre. Vince la tappa del Mûr de Bretagne, ed arriva 2° dietro Quintana a St.Lary Soulan, e 4°, coi migliori, a Lauruns. Vince il premio di supercombattivo del Tour, meritato, anche se strano, visto che non ha mai vinto il premio di combattivo di giornata. Un limite di Martin mi sembra essere quello di correre sempre da solo. La squadra non lo ha aiutato, come non ha poi aiutato molto Kristoff, e forse andrebbe concepita un po’ meglio per dare supporto a corrirdori che lo meriterebbero (Martin e Kristoff appunto). Aru pareva dovesse aiutare Martin al Tour, ma è sparito dai radar.

Team Sky, voto 9: Meriterebbe 10 per i risultati, che ormai arrivano sempre puntuali come un orologio, ma sicuramente potrebbero fare meglio a livello simpatia. Il punto è che non sono nemmeno i corridori ad essere antipatici, anzi, Rowe, Kwiatkowski e Poels sono l’esatto contrario, e Froome e Thomas non sono né arroganti né altro, anzi. Basti pensare nel passato alla simpatia di un Armstrong (onestamente indigeribile per il pubblico francese e non solo) o di un Indurain (una sfinge, altro che Froome che guarda sempre il misuratore di potenza…), ma i problemi arrivano proprio dal management, in primis Dave Brailsford, che con le sue dichiarazioni ha reso la squadra ancora più antipatica, se possibile. Una fettina di suo ce l’ha messa anche il nostro Gianni Moscon, con le sue mosconate. Urge spendere qualche milione, non mancano, per un responsabile PR all’altezza della situazione. Di fondo resta il fatto che le squadre troppo vincenti non sono mai piaciute, dalla Molteni di Eddy Merckx agli inizi degli anni ’70, alla Renault di Bernard Hinault e poi Laurent Fignon dalla fine degli anni ’70 ai primi ’80, fino ad arrivare all’apoteosi della US Postal di Lance Armstrong tra anni ’90 e 2000, che ha anche creato il termine di paragone della squadra vincente perché dopata per antonomasia. Precedente a cui la Sky viene sempre accostata (nonostante un palmarés decisamente diverso). Riassume bene un articolo del quotidiano francese Le Monde, da sempre (beceramente) anti-Sky, che scrive a proposito delle “6 noiose vittorie del Team britannico“, e che “il ciclismo è diventato matematica, e la Sky è la migliore in matematica. È terribile“.

Movistar, voto 4. Doveva essere la squadra concorrente della Sky, l’unica a poterla impensierire in montagna, col “tridente” Quintana-Landa-Valverde. Valverde, da grande campione qual’è si è messo al servizio degli altri due, in particolare con un’azione da super-gregario nella tappa vinta da Quintana. Tappa vinta che resta l’unico acuto del colombiano, per il resto, come al solito, attendista e poco incisivo, non competitivo a cronometro e con un atteggiamento generale che lo fa sembrare apatico. Se poi anche la forma non c’era… Mikel Landa invece si conferma incostante e bizzoso. Chiude 7° in generale senza alcun acuto, a oltre 7 minuti da Thomas. Si era lamentato di voler essere lui il capitano. Lo era, ma non è bastato, tanto che ora vuole andarsene dalla Movistar per tornare alla Astana… ad ogni modo la squadra spagnola ha vinto almeno la speciale classifica a squadre. Un po’ poco.

Lotto-Jumbo, voto 8: tre tappe vinte a questo Tour e due corridori al 4° e 5° posto in classifica generale. Roglic, Krujiswijk e George Bennett sono uomini che possono fare bene nelle prossime corse a tappe. Groenewegen è ormai un valore sicuro negli sprint, e l’arrivo di Van Aert pure per le classiche.

Astana, voto 6: due tappe vinte con due Underdogs come Cort Nielsen e Fraile, ma qualche rimpianto con Jakob Fuglsang, il quale era partito bene per poi arenarsi strada facendo. A 33 anni il danese difficilmente riserverà grandi sorprese nel futuro. Miguel Angel Lopez e Pello Bilbao possono essere presente e futuro. Alla fine il migliore è Kangert 16°.

Trek-Segafredo, voto 5: Una tappa vinta con Degenkolb rinato dopo l’incidente, e che tiene bene anche in salita, e difatti arriva fino a Parigi, ma lo smalto pre-incidente sembra ancora lontano. Speriamo che la vittoria di tappa lo aiuti mentalmente. Sfortunato Mollema, che cade e ne paga le conseguenze, ma corre anche sempre da solo o quasi e finisce ad 1h dal vincitore al 26° posto. Una squadra che ha bisogno di più fortuna, ma anche qualche rinforzo.

EF Foundation First/Cannondale, voto 4: L’uscita di Uràn è un bel disastro per il team americano, che sta vivendo una stagione da incubo in quanto a risultati, a parte i piazzamenti di Michael Woods. Viene da chiedersi se sia il caso che Pierre Rolland continui a farsi allenare da Vaughters in persona. I numeri per fare classifica sembrava averli fin a qualche anno fa (finché correva con la Europcar, a parte una fiammata nel 2017 al Giro). Gli fa fare bella figura Lawson Craddock, pettorale numero 13, che finisce 3 settimane di Tour con una spalla rotta dal primo rifornimento della prima tappa. Per ogni tappa terminata donerà 1000$ in favore del Alkek Velodrome di Houston, danneggiato da un uragano. A fine Tour avrà raccolto 200.000$. Ultimo, ma almeno uomo-immagine.

Mitchelton-Scott, voto 4: Dei gemelli Yates, dopo la débacle di Simon al Giro ci riprova il gemello Adam al Tour, ma finisce anche peggio: 30° a 1h17′.. Il migliore è Mikel Nieve 23°, che ha cercato la vittoria con belle azioni, ma senza fortuna. A parte lui la squadra non si vede. Col senno del poi lasciare a casa Caleb Ewan non si è rivelata una buona idea…

Katusha-Alpecin: voto 4: Ilnur Zakarin centra un’altra top-ten, ma senza acuti né vittorie di tappa. Il resto della squadra è non pervenuta. Il primo dietro Zakarin è Nils Politts 20°. Kittel è arrivato al Tour non in forma ed è stato uno dei primi sprinter a lasciare le penne in montagna. La cronosquadre l’hanno corsa in 3: Tony Martin x3, Zakarin e Politts. I risultati stagionali dicono molto su questa squadra, che sembra un po’ allo sbando.

Voto 0 al pubblico: in questo Tour si è visto il peggio che un pubblico possa far vedere sulle strade. Al peggio non c’è limite si sa, ma più di così vorrebbe dire passare a reati da arresto. Fumogeni, spintoni, sputi, fischi, etc…pessimo.

Voto 10 alla sfortuna. Rigoberto Uràn e Richie Porte si sono autoeliminati con cadute e avrebbero potuto essere ottimi contendenti. La palma va però a Vincenzo Nibali che è stato eliminato da un cretino che voleva fargli una foto a 1cm. L’italiano per la forma che stava mostrando era quantomeno un contendente per il podio, e questo grida vendetta per l’occasione persa. Da parte sua però nemmeno mezza recriminazione e non una parola sull’incidente. E con questo vince il Grand Tour della signorilità. Una lezione che passerà inosservata per i 4 bifolchi urlanti a bordo strada e gli hooligans su carta stampata d’oltralpe, ma qualcosa di cui essere orgoglioso per lui e per gli sportivi veri.