Mentre nel centro di Parigi esplodono lacrimogeni, si tirano sanpietrini, si ergono barricate nelle strade ed in Boulevard Saint Germain viene dato alle fiamme un camion della polizia, tra il 27 giugno ed il 21 luglio si corre il 55° Tour de France, e l’edizione 1968 segnò una svolta sotto molti punti di vista nella storia della Grand Boucle.

-Sarà l’ultima edizione corsa con la formula delle squadre nazionali. Gli organizzatori accordarono tre squadre alla Francia: A (capitani Raymond Poulidor, Jean Stablinski, e Roger Pingeon) , B (Lucien Aimar, Charly Grosskost) e C, due al Belgio, A (Maes, Van Springel)  e B (Bracke, Godefroot), una solamente a: Germania, Italia (Bitossi, Denti, Zilioli, Passuello), Spagna, Gran Bretagna, Paesi Bassi (Jan Janssen) e Svizzera-Lussemburgo.

L’opposizione dei “gruppi sportivi”, in particolare italiani, è forte. A fine Tour gli organizzatori, Jacques Goddet e Felix Lévitan, saranno concordi nell’affermare che “la struttura del ciclismo professionistico è di un’inquietante debolezza“. Goddet scriverà che “le squadre nazionali conservano sempre il mio favore per la dignità e valore simbolico che incarnano, ma è evidente che questa formula deve basarsi su una vasta partecipazione per avere tutto il suo significato. Al momento solo 5 nazioni possono fornire una squadra capace di giocarsi la vittoria. Le formazioni delle marche costituiscono in questo senso, mi sembra, delle entità più naturali e più omogenee“.

Sarà appunto l’epitaffio della formula per squadre nazionali, che verrà definitivamente scalzata da quella dei gruppi sportivi sponsorizzati (formula che era già stata provata, ma abbandonata nel 1962).

-Sarà l’edizione in cui faranno la loro prima apparizione i commissari in moto. E con loro appaiono i primi problemi di convivenza coi corridori: Raymond Poulidor, grande favorito, vista l’assenza di Eddie Merckx (fresco vincitore del Giro), Felice Gimondi (devastato dalla sconfitta al Giro per mano di Merckx), Gianni Motta, Dancelli e Balmanion (esausti dalle troppe gare precedenti) e Rudi Altig (senza spiegazione), si scontra con una moto durante la 15^ tappa. Nella caduta riporta una doppia frattura dell’osso frontale e due profonde ferite al ginocchio e gomito destro. Si ritirerà alla 17^ tappa.

Raymond Poulidor

-Sarà l’edizione in cui verranno introdotti controlli antidoping quasi quotidiani. Alla vigilia del prologo, il dottor Dumas, medico della corsa, invita tutte le parti a ad un dibattito sulla lotta antidoping e le modalità di applicazione. Da questa tavola rotonda, tenuta nella sala del ristorante del Grand Hôtel di Vittel, nasce un primo protocollo firmato da medici delle squadre, organizzatori e corridori, che optano per controlli prestati dalla federazione.

Di questo accordo scrive l’organizzatore Jacques Goddet: “Di un corridore che si dopa è costume dire nell’ambiente ciclistico che fa il Tour all’acqua minerale. Bene, consideriamo del miglior presagio che questo Tour parta da questa città, rinomata stazione termale, in modo che sia quello dell’evoluzione dei costumi del ciclismo e della buona salute“.

La prima testa a cadere è quella di José Samyn (Francia A), il quale cade tra Roubaix e Rouen ed assume come antidolorifico su prescrizione medica una pillola di Corydrane, antidolorifico a base di amfetamine, appena proibito dall’incontro di Vittel. I francesi lamentano che sia stato “preso” solo per dare l’esempio. Jacques Anquetil, presidente dell’unione dei corridori professionisti, tuona: “È inammissibile che sia condannato un professionista che ha preso un medicinale in libera vendita! Non si ha il diritto di privarlo del suo lavoro, e lo dico fermamente a nome dell’unione: ci impegneremo in una prova di forza contro il Tour de France!“.

La prova di forza viene ridotta a miti consigli quando alla 13^ tappa viene trovato positivo Jean Stablinski, capitano di Francia A. Amfetamine anche per lui.

Stablisnki dichiarerà: “presto farò i nomi (di dopati impuniti -ndr-). Conosco corridori che hanno utilizzato stimolanti a base di amfetamine come la trinitrina sottoposti a controlli che, con mia grande sorpresa, sono risultati negativi“. Si attendono ancora i nomi.

Circolerà subito l’opinione che Stablinski sia stato “punito” per aver supportato uno sciopero dei giornalisti durante la corsa.

Jean Stablinski

-Sarà la prima edizione che vedrà uno sciopero dei cronisti in corsa per l’appunto. In seguito ad un “addolcimento” del percorso, principalmente a causa della morte di Tommy Simpson l’anno precedente sul Mont Ventoux, i giornalisti parlarono di gara monotona e noiosa. Furono tolti dal percorso grandi classici come appunto il Ventoux, il Col de Restefond e il Puy-de-Dôme. In particolare la parte iniziale della corsa presentò 9 tappe praticamente piatte.

Goddet replicherà alla televisione che i giornalisti hanno “gli occhi stanchi”, “deformati dall’abitudine”. I giornalisti replicheranno con uno sciopero non mandando in cronaca i primi chilometri della 10^ tappa Bordeaux-Bayonne, e sventolando bandierine di scherno al passaggio dell’auto di Goddet a Labouheyre, al km 71.

Alla partenza della tappa finale, una cronometro di 54,5km tra Melun e Parigi la classifica è strettissima: Herman Van Springel 1° con 12″ su Gregorio San Miguel, 16″ su Jan Janssen e 53″ su Bitossi. Almeno i primi tre possono giocarsi la vittoria finale. Compreso anche Ferdinand Bracke a 1’56”, ma attuale recordman dell’ora.

A 28 anni Jan Janssen vince il primo Tour de France per un olandese, senza mai aver indossato la maglia gialla, come prima di lui solo Jean Robic nel 1947.

Janssen salì sul gradino più alto del podio con soli 38″ di vantaggio su Van Springel, stabilendo il minor distacco tra 1° e 2° della storia del Tour, battendo il record precedente del 1964 di 55″ tra Jacques Anquetil e Raymond Poulidor. Un distacco questo di Janssen che resiste al 4° posto attualmente, dietro quello di Greg Lemond su Laurent Fignon (1989-8″); Alberto Contador su Cadel Evans (2007-23″) e Oscar Pereiro su Andreas Kloden (2006-32″, dopo la squalifica di Floyd Landis).

Fu anche il primo corridore (fortemente) miope a vincere il Tour, sconfessando Francis Pellissier che riteneva la cosa impossibile.

Il giorno dell’arrivo, il 21 luglio, è anche festa nazionale belga, ed i belgi ebbero subito del risentimento verso Herman Van Springel per essersi fatto battere da Janssen.

Jena-Marie LeBlanc intervistò Van Springel anni dopo a casa sua, e questi non mancò di alimentare le solite diatribe: “Sono sicuro di aver realizzato una buona corsa quel giorno, vinsi poi due volte il GP des Nations, dimostrando di saper correre. Come ha fatto Janssen a darmi 54″ di distacco? Non me lo spiegherò mai, a meno di non dare credito a certi pettegolezzi che circolarono dopo. Ovvero che Janssen passò indenne le maglie dell’antidoping…

I pettegolezzi erano in effetti circolati, e riguardavano un Janssen “molto nervoso” che si era intrattenuto con Pierre Dumas, medico della corsa, prima della cronometro, ed un Dumas che lo avrebbe messo in guardia contro “un errore”, prima di assistere al controllo dopo l’arrivo. Il tutto fu seccamente smentito da Dumas.

Jan Janssen fu trovato positivo tre volte in carriera: alla Paris-Nice 1969; nel 1972 ai campionati nazionali amatoriali (1 mese di sospensione) e al Giro del Lussemburgo sempre nel 1972, che segnò la fine della sua carriera.

Bibliografia:

L’Epopée du Tour de France, Marcel Bidot, Jaques Augendre, L’Excelsior

Histoire du Tour de France, Diamant-Berger

La fabulouse histoire du Tour de France, Pierre Chany, Thierry Cazenueve, Minerva