Il dorato mondo dei Pro: Colombia

16

colombia_ciclismo_300x300

La squadra Colombia, che recentemente ha annunciato la propria uscita dal circuito professionistico, a causa della mancanza di supporto finanziario dello sponsor principale ovvero il ministero dello sport colombiano, si vede ora alle prese con anche le recriminazioni di alcuni propri corridori.


L’articolo è apparso sul blog di Georgina Ruiz Sandoval, giornalista sportiva ESPN, non fa nomi per “proteggere le proprie fonti”, e dipinge un quadro tutt’altro che allettante del mondo professionistico del ciclismo. Perlomeno di quello di seconda fascia, dove la teoria dei “marginal gains” sembra solo fantascienza.

Si parte dall’inevitabile illusione di entrare a far parte dell’élite ciclistica, firmando un contratto “svantaggioso”, evidentemente in termini economici. Con mezzo stipendio da versare in tasse nelle casse “di un paese di cui non conoscevamo le regole” (la Colombia aveva sede ad Adro).

300eu dedotti direttamente in busta paga per la casa, da dividere con altri 4 compagni, e quando un corridore vuole andare a vivere da un’altra parte il team manager lo “sconsiglia” quasi fisicamente.

La richiesta di avere le bici da cronometro per allenarsi non viene presa in considerazione e le vedono solo in occasione delle gare.

L’alimentazione è lasciata alla buona volontà dei corridori, ma la cosa di cui più si lamentano è che avveniva lo stesso per la salute, “il dono più importante per un ciclista”. Nessuno se ne cura, e quando un corridore ha la febbre viene semplicemente lasciato a casa 3 giorni dalle gare. Spese mediche a carico dei corridori, senza rimborsi.

La mancanza di soldi ed i ritardi nei pagamenti si traducono nel mangiare solo riso e lenticchie, con comprensibili ricadute sulla prestazione e la qualità degli allenamenti.

Gli infortuni non erano contemplati. Chiedere di tornare a casa per curarsi equivaleva alla fine del contratto, ma la cosa peggiore pare fossero le pressioni psicologiche a riguardo, per cui l’infortunato era “un viziato che aveva bisogno della mamma”.”Gli psicologi c’erano, ma per favi sentire male”.

Se questo non dovesse bastare si spargeva la voce che il corridore fosse pigro e poco professionale, chiudendo le porte di altre squadre.

Le gare erano quindi affrontate senza morale, con l’unica indicazione di “fare quello che puoi”. Con tanto di reprimenda per un corridore che era andato in fuga senza aspettare di muoversi nel finale dopo essere stato a ruota.

Il tono di queste confessioni parla da sè. Impossibile sapere se si tratti di corridori inevitabilmente delusi per la fine del progetto, ed in particolare quanto di vero ci sia in questo sfogo.

Alcune considerazioni però non sono proprio novità nell’ambiente, che spesso nella realtà è meno dorato di quanto appaia in tv o agli occhi degli amatori. O forse dà l’idea del perché alcuni amatori “forti” preferiscano un’ottima carriera granfondistica al professionismo descritto nell’articolo del blog.

16 Comments

  1. Sul clima nella squadra erano già uscite indiscrezioni che dipingevano un quadro come questo. Riguardo a Corti è un vero peccato avere a disposizione budget da qualche milione di euro, atleti di livello e gestirli in questa maniera. L’esempio delle bici da crono è esemplare: chissà com’è contenta la wilier a leggere storie simili. Il ministero dello sport Colombiano evidentemente ha interrotto la sponsorizzazione a ragion veduta. Magari rientreranno affidando la squadra a persone più preparate.

  2. Ragazzi non sono a conoscenza di ciò che gira intorno al mondo professionistico, ma sicuramente lascia alquanto sgomenti e l’amaro in bocca leggere queste cose sempre che come correttamente riportato sopra ci sia del vero nell’articolo che denuncia l’avvenuto.

  3. Il fatto che “granfondisti forti” “preferiscono” fare le gf è davvero una considerazione fatta da un amatore… I prof sono di un altro pianeta, per di più questi ragazzi che sono particolarmente dotati in salita… Per il resto sono cose che sappiamo, non solo per il team colombia. Serve un organismo che tuteli le squadre, facendosi carico dei problemi di queste in cambio di una garanzia di “qualità” dei soggetti impegnati nel nostro spettacolo preferito. Lasciando i team in balia di pressioni e speculazioni è normale che si arrivi a tali livelli di bassezza.

    • L’essere un amatore lo prendo come un complimento, grazie 🙂
      Sul fatto che i pro siano di un altro pianeta fa parte dei soliti luoghi comuni. Poi qualche pro che si ricicla nelle gf e manco vince pero’ c’è…come ci sono tanti “pro” che pagano per correre. Non è un tesserino che fa cambiare pianeta.

  4. triste ma interessante. In questi anni più volte ho visto questi ragazzi allenarsi in zona e confermo che FORSE (a memoria) in una singola occasione alcuni avevano la bici da crono. A pelle la sensazione era di una organizzazione limitata: raramente li si vede(va) in gruppo, mai visti seguiti (ammiraglia). Può però essere sempre stato il caso o una coincidenza.
    PS questo è un bel libro per chi è interessato alle difficoltà e sacrifici di un pro non “top”, questi ultimi sono sicuramente e nettamente la minoranza
    http://www.amazon.it/Pro-Cycling-10-Day-From/dp/1937715248

  5. Sono storie molto dure e un po’ tristi. Io so molto poco della vita dei prof., so solo quel che si legge qui, che si vede alla tele, insomma solo quello che le le squadre (come tutte le aziende d’altra parte) vogliono far vedere. Credo che il ciclismo quando diventa un lavoro diventi duro e “spietato” come sono tutti i lavori…mi piacerebbe saper di più del lato “duro” del ciclismo…grazie bel l’articolo, come sempre.

    • Purtroppo il mondo dei pro nel ciclismo è molto omertoso, quindi è quasi impossibile poter citare fonti dirette, ma in via confidenziale, le storie sono spesso di questo tenore. A parte un manipolo di una ventina di corridori “star” che vivono bene, gli altri vanno avanti a compromessi, e tutto il sottobosco dai continental pro in giu’ vivacchia in condizioni tristanzuole. Considerando oltretutto che il ciclismo, sport “di quantità”, impegna le vite dei corridori praticamente 24/7 senza possibilità di gran glamour.
      Il tutto legato solo ed esclusivamente ai risultati, e nemmeno lontanamente “allo spettacolo”, a parte alcuni fenomeni mediatici a livello locale (“l’unico corridore asiatico, l’unico corridore groenlandese, et.), quindi a forte rischio “scorciatoia” per ottenere i suddetti risultati.
      Esiste praticamente un listino per passare pro poi, che va semplicemente a foraggiare squadre “fittizie” che campano con questo.
      Poi si capisce come un Carretero, penultimo al giro di Turchia 2015, finisca beccato per EPO…

    • penso di si, ma è una cosa normale, ormai, per molti sport soprattutto quelli molto costosi a livello di squdra come ad esempio anche quelli dei motori…dicesi piloti con la valigia

    • Devi proprio pagare. Anni fa nel forum c’era uno che a cui avevano chiesto 25.000eu per passare pro in una squadra di terza fascia. Aveva fatto pure una specie di colletta online.

  6. Ero a conoscenza di alcuni aspetti non proprio positivi del mondo dei pro (o almeno dell’80% di essi)…
    Ma 1200 euro per una casa in affitto mi sembrano improbabili…
    E il dover mangiare riso e lenticchie per mancanza di soldi… a regà ma se fosse davvero così questi sarebbero dei masochisti in uno sport già abbastanza masochistico di suo.

  7. il ciclismo è sempre stato uno sport duro e “povero” a differenza di altri sport, tranne gli ultimi anni e solo per le squadre pro-tour che hanno sponsor disposti a spendere follie per avere visibilità mondiale, quindi non mi stupisco proprio che sia così per le squadre minori, si corre per uno stipendio o poco più

  8. Non voglio mettere in dubbio l’articolo, ma qui Gavazzi (ok, è il figlio di ex-professionista e probabilmente all’inizio ha trovato la strada in discesa) parla di discreti guadagni già in verde età. Immagino sia vero che molti paghino per diventare prof, ma forse è la stessa che accade nel mondo dell’editoria, dove molti pagano per poter essere pubblicati…

    • 2 milioni di lire al mese…per carità, non sarà nemmeno poco, ma se uno deve cominciare a pagarsi tutto e vivere dall’altra parte del mondo come i colombiani…il tutto per fare la vita del monaco o quasi…

      Non è raro sentire ex U23 che hanno rinunciato a questi “discreti guadagni” sapendo che poi a 35 anni sei comunque finito, e non avrai messo via praticamente niente (al contrario di quelli vincenti). E pertanto (saggiamente, direi) preferiscono fare altro nella vita.

      Poi ci sono quelli che pur di correre ed ottenere qualche risultato sono disposti a tutto. D’altronde persino tra gli amatori ci sono quelli che vivono per la bici…

Lascia un commento

Articolo precedente

[App] Regolare il cambio con OTTO

Articolo successivo

Il caso Acquarone: nuova intervista

Gli ultimi articoli in Magazine

Pagellone Giro 2026

Giro d’Italia 2026 consegnato agli archivi con l’impressione che sia piaciuto a metà del pubblico. E’…