Dario Pegoretti ci ha lasciato.

Mi ricordo che il primo incontro con le sue bici fu ad un Eicma, la fiera del ciclo milanese, forse nel 2002. Stavo guardando un qualche stand, non ricordo quale, e ad un certo punto lo sguardo incrociò una delle sue bici nello stand a fianco. Era un “Fina Estampa”, un telaio in alluminio, come andavano di moda ancora allora, con una sella in pelo tigrata. La sella mi faceva orrore, ma la bici mi colpì subito, e la livrea la trovavo molto elegante e “diversa” da quello che andava di moda allora, con scritte enormi e colori fluorescenti.

Ho un vago ricordo di Dario in quel frangente, mi ricordo che avrei voluto chiedergli di più su quelle bici, ma poi lasciai perdere perché non sapevo esattamente cosa.

Forse un anno o due dopo mi ricordo che andò online il suo sito. Me lo ricordo con una mano su fondo nero. Si cliccava su ognuna delle dita e si apriva la pagina di un modello diverso di telaio. Me lo ricordo bene quel sito perché lo avevo guardato spessissimo, indeciso se mi sarebbe piaciuto un telaio Big Leg Emma, con dei foderi bassi di un diametro che sembravano due scarichi Akrapovic, o il Fina Estampa. L’indecisione non si risolse mai perché tanto non me li potevo permettere.

Un anno dopo circa, nel 2004, fondammo questo sito e qualche anno dopo cominciò a balenarmi l’idea di offrire qualche “servizio” a quella che allora era solo una comunità online, un forum. Cosi, nel 2008, armato di una macchinetta fotografica compatta mi avviai verso Caldonazzo, in Trentino, per visitare l’officina di Dario. Da poco Dario era guarito da un tumore. Mi ricordo che guidai per 3h, sottovalutando la distanza, ma l’entusiasmo era tanto.

Il risultato di quella visita, la mia prima visita ad un “operatore del settore”, la potete leggere più sotto. Oggi, per caso, ho recuperato in un angolo dell’hard disk le foto che feci e che erano andate perdute nel forum dopo un cambio di software.

Mi viene tristezza a vederle, orrende e con il flash. Mi viene più tristezza a pensare che Dario non ci sia più.

Negli anni successivi lo avevo sentito qualche volta al telefono. Gli chiedevo sempre quando mi avrebbe fatto un Fina Estampa sloping e lui mi mandava a cagare. Mi ripromettevo sempre di andarlo a trovare nelle nuove sedi, ne aveva cambiate due nel frattempo, ma poi per un motivo o per l’altro non sono mai riuscito. Ed anche questo mi mette tristezza.

Rileggendo la conclusione della mia visita di 10 anni fa la conclusione mi sembrava enfatica, forse frutto dell’entusiasmo di allora. Pensandoci bene però la ritengo ancora vera. Dario ha fatto tanto per l’ambiente, per mantenere viva la tradizione, e per creare una nicchia di mercato che è tornata vitale, pur con alti e bassi. Per appassionare dei giovani “al mestiere”, e stimolarli a non fare solo “biciclette”, ma a metterci dentro la propria cultura, forzando a crearsela prima, il proprio gusto, forzando a formarsene uno prima, e a cercare di farle con “uno stile”, forzando a crearsene uno, se ne si è capaci. Tutte cose che a lui erano riuscite, pur con tutte le sue idiosincrasie.

Perché la bicicletta può essere un semplice attrezzo sportivo, ma anche un oggetto “bello” e con “stile”.

Buon viaggio Dario.

Nel frattempo mi riprometto di trovare un Fina Estampa. Meglio un usato che un rimpianto.

 

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90 kg di arrosto e niente fumo. Ecco definito Dario Pegoretti, la faccia dell’artigianato italiano all’estero.

Non l’arrosto della nonna pero’,con la salvia ed il rosmarino, ma un arrosto esotico, cucinato con strane spezie esotiche ed introvabili; spezie che una volta assaggiate fanno sembrare l’officina di Caldonazzo l’isola Chenonc’é, sospesa tra le nuvole basse che scendono dai monti e le brume che salgono dal lago in questo caldo Gennaio.
L’uomo si tradisce continuamente e tutto nel’officina/atelier di Dario tradisce qualcosa di fuori dal normale nell’ambiente: sarà la musica jazz che fuoriesce da uno stereo valvolare (“manie”), sarà per la livrea psichedelica dei Responsorium

(l’ultimo telaio sfornato da Dario) in verniciatura, sarà per il cane Jack che mi segue ovunque e mi annusa sospettoso, sarà per la cucina ricavata in mezzo a banchi di saldatura e dime  , sarà…..sarà, ma in quel di Caldonazzo c’è qualcosa di diverso.


Qui le bici nascono in una famiglia particolare, come quelle di quei figli fortunati che si ritrovano genitori artisti e giramondo e senza sforzo conoscono posti, persone e lingue che gli altri devono studiare con fatica e con risultati che non saranno mai gli stessi.


I figli viziati di Dario Pegoretti si chiamano Duende, Big Leg Emma, Love#3, GGM, Marcelo, Responsorium etc… fino ad arrivare a Luigino, che è il figlio primogenito, quello saggio e posato che è anche un po’ secondo padre degli altri, quello che ha ereditato tutto e continua la storia di famiglia.
Luigino, come il nome del maestro e suocero di Dario, Luigino Milani, l’uomo che gli ha insegnato “come si fa”, secondo i dettami della scuola Veronese, Veneta, Italiana.

Perché alla fine, ai saloni “dell’hand made”in giro per il mondo, a fare bella figura, a farci fare bella figura ci va lui, il Luigino, mica altri. Perchè alla fine son tutti bravi a parlare di tradizione, artigianato, “fatto a mano”….ma poi conta quello che fai, quello che sai fare, “perchè vendere è difficile, ma prima devi costruire quello che poi vendi” mi dice Dario mentre si beve il 2° caffé in 45 minuti (nel mondo di oggi fatto tutto di “immagine e PR” mi suona strano, ma lui lo dice come se non potesse che essere cosi’…). Se lo beve di fretta il caffè, mentre “frigge” a stare seduto e parlare: si muove, si alza, si gratta. Inquieto.

Il tempo della riflessione è di notte, non quando dorme, ma quando si mette alla scrivania e nella quiete della Caldonazzo notturna tira fuori dal cilindro nuove grafiche, nuove idee per vestire i suoi figli viziati (come in questo caso: da delle etichette pasticciate sotto al tavolo, al pc, all’idea finita

Non é un tipo paziente, come non sono pazienti le sue bici: trasudano voglia di correre, bici “da corsa” per eccellenza; in tutti i sensi. “Bici di corsa”, come di corsa è Dario. Mi fa ridere mentre, parlando di un telaio di Darryll McCullogh costruito in 200 ore di lavoro, mi dice: “non ci riuscirei mai, per farcela mi servirebbe il Lexotan“. Troppe cose da fare per restare 1 mese su un telaio solo. A Caldonazzo si lavora a ritmo di Jazz sincopato, non di sinfonie wagneriane da 8h.
Ogni strumento nella sua officina/atelier lo fa capire: da l’idea che qualcuno sia appena dovuto scappare per una attaacco aereo dovendo lasciar l’attrezzo che aveva in mano per salvarsi la pelle. Ma a guardar bene si capisce che c’è un ordine. L’ordine dell’impellenza, quella di saldare un telaio alle 4 di mattina se gli gira cosi’.

E’ l’ordine quasi perfetto pero’. Quello di chi sa cosa fa e sa spiegare perchè lo fa e perchè lo fa proprio cosi’. Senza vendere cazzate o con giri di parole, anzi con 2 “porchi” ben piazzati che fanno tenere i piedi ben piantati per terra.


Come mentre mi analizza al computer le foto di un pezzo unico, un Luigino “one of a kind”, che sotto una sottile vernice bianco perlato mostra (con numerosi ingrandimenti) delle minuscole imperfezioni. Dario è impietoso: si analizza capendo che quella cosa insignificante è un solco fatto dalla carta vetrata da 600. Si poteva fare meglio? “Si, con la 1000, ma poi mi ci voleva il Lexotan“.


Appena Dario mi chiude il portone verde alle spalle dopo avermi salutato il silenzio della sera a Caldonazzo è surreale. Uscire all’officina di Dario Pegoretti è come uscire da un vortice in cui si mischiano colori, ricordi, suoni, emozioni, esperienza, in un mix irripetibile.


Sembra di uscire da un disco degli Ozric Tentacles. E cosi’ che me ne torno a casa mentre intravedo le montagne scure sopra di me ed il lago altrettanto scuro sulla mia sinistra e ripenso alla stretta di mano con cui mi ha salutato Dario e quanto abbiano fatto quelle mani per la tradizione italiana.