C’è ancora spazio per la passione condivisa nel ciclismo?

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La domanda non è provocatoria, per niente. E non è nemmeno un rigurgito da Boomer (non cosciente quantomeno), ma qual è lo spazio per la passione condivisa nel ciclismo oggi?  Badate bene, non dico che non ci sia passione, anzi, è ovvio che ci sia, tu che stai leggendo in questo momento se sei qui è ovvio che sia perché sei appassionato di ciclismo in qualche sua forma. I miliardi di segmenti e attività su Strava testimoniano in modo tangibile che gente appassionata di ciclismo ce ne sia tanta, che fa cose incredibili, per durata, distanza, dislivello e quant’altro.


La domanda è quanto spazio ci sia per la passione non calcolata, per la novità, per il divertimento. Leggendo quotidianamente i forum da ormai due decenni ho visto come il tenore dei commenti sia cambiato negli anni. Come pian piano si sia scivolati verso una certa apatia nei confronti dei prodotti nuovi. Prodotti che ovviamente continuano ad essere comprati, pur a prezzi sempre più alti, pur se con scelte tecniche “imposte” dai soliti poteri forti, dal marketing, dalla pressione della micro-società ciclistica. Ma prodotti di cui raramente leggo entusiasmo condiviso. O persino diatribe accese. Solo una litania di lamentele, sarcasmo, sfiducia. Gli epocali dibattiti sulle 29ers (le Mtb attuali) o sui freni a disco nella Bdc sono ormai roba vecchia di un decennio. Qualche giapponese sull’isola deserta che ne discute ancora con livore c’è ancora, ma appunto si tratta di folklore.

Non che sia particolarmente nostalgico di quelle infinite e ripetitive discussioni in cui alla fine si scontravano delle visioni del mondo e delle personalità più che altro, ma erano comunque segno di una certa vitalità, di un avere a cuore qualcosa, che ovviamente non era il prodotto in se, ma la propria passione.

Ma perché quei prodotti facevano discutere e suscitavano animosità? La mia idea è che perché erano figli di persone appassionate appunto (si, anche i freni a disco). Non è una questione di “una volta era tutto più bello”. Non lo era. Se si prende la storia della Mtb per esempio, è stata costellata di prodotti che oggi non possono che fare orrore. Sia per quelli dimenticati (o rimossi) come tutta la serie di biciclette full-suspended (o bi-ammortizzate) atroci che sono state proposte da gente con idee vaghe (eufemismo) di come funzioni una sospensione, sia per tutti quei prodotti che oggi sono ammantati di una patina di mitologia, ma che in realtà erano o degli accrocchi mal pensati o proprio di pessima qualità, come tutta la paccottiglia anodizzata che andava di moda negli anni ’90 (ma che resta mitica anche per me) fino ai deragliatori CNC. Però erano appunto prodotti frutto della passione di chi li inventava perché piacevano a loro.

Ogni Mtbiker ricorda i Mount Tam Maniacs, quel gruppetto di giovani hippies che sul californiano Mount Tamalpais alla fine degli anni ’70 aveva deciso, per divertimento, di buttarsi giù da una montagna con delle Schwinn modificate con gomme grosse, quelle che poi sarebbero state chiamate Mountain bikes. In quel gruppetto di appassionati c’erano Mike Sinyard, Gary Fischer, Tom Ritchey. Chi ha preso il loro posto nell’industria ciclo in quanto appassionati praticanti (o influencer come si dice oggi) ora che sono dei CEO ultra 70enni?

Chi ha preso il posto di un personaggio come Jobst Brandt (il ciclista a 360° che ho sempre avuto come modello) oggi? Ovvero un praticante competente che sperimentava (il gravel come inteso oggi è stata una sua idea) ed era anche ascoltato dalla aziende? (se non sapete chi sia compratevi questo libro). Oggi le aziende foraggiano decine e decine di influencer, ma poi ne ascoltano i feedback per creare o perfezionare i propri prodotti? O li usano come moderni strilloni e basta?

Certo, le aziende sono piene di marketing manager, product manager, etc.. che sono appassionati ciclisti praticanti, ma che libertà hanno questi di sperimentare, di proporre? Quanti non sono piuttosto appiattiti sul trend del momento? Quanti hanno la libertà di dire che certi prodotti non vanno incontro alle reali esigenze dei loro clienti? E soprattutto perché i clienti non vengono quasi più ascoltati? Che certe aziende molto grandi lo facciano magari non stupisce, mosse più da una mentalità da trend-setter in cui si vuole innovare per avere un vantaggio competitivo sui concorrenti e se poi il prodotto serve o non serve fa niente, ma le tante medie e piccole imprese? Perché non ascoltano i propri clienti? Perché si sono ficcate nel buco nero del cercare solo Likes e pollicini per sentirsi dire quanto sono bravi ed ogni critica (costrutttiva) se la legano al dito?

Chiaramente una risposta sta nel modo in cui il settore è cambiato negli anni dal punto di vista economico. Gran parte delle aziende hanno delocalizzato, smobilitando tutto in oriente, e questo, ormai è noto, non è solo un fenomeno del settore ciclo. Mentre le piccole imprese sono state messe fuori gioco dalla rincorsa all’high-tech, per cui è difficile inventarsi qualcosa in garage da soli a colpi di brugola. Idem il fatto che un settore che ha vissuto un boom epocale abbia visto l’ingresso dell’economia che conta, coi vari fondi di investimento a gestirne le sorti. Certo, in Cina è pieno di imprese di tutte le dimensioni che possono produrre qualunque cosa, bene e velocemente. Ma quanti lo fanno di loro o aspettano semplicemente che qualcuno da qui glielo chieda? Quanti di loro vanno in bici per davvero? Quanti invece sono solo interessati a prendere il posto degli occidentali nel business?

Ma tutto questo non ha forse portato uno scollamento tra chi il prodotto lo propone e l’appassionato che pedala? Che spazio c’è, veramente, per la mentalità “disruptive” (come piace dire ad ogni produttore di magliette prima di ogni Tour de France) oggi nel settore?

E non è un discorso che riguarda solo il CEO in giacca e cravatta a cui del pedalare frega niente, ma anche al praticante. Che interesse ha a pensare a qualcosa di nuovo, sia in termini di prodotto che pratica quando spesso è solo interessato a imbroccare l’editing giusto del video per Youtube per farci su 4 soldi? O a inventarsi l’ennesima scusa della riffa benefica per qualche causa per giustificare il fatto che farà il record di 1 milione di metri di dislivello in 48h o il record sul tratto Capo Horn-Cape Columbia per pompare il proprio ego? Quand’è che per fare un giro in bici è diventato necessario farlo sapere a qualcuno e monetizzarci sopra?

Quand’è l’ultima volta che vi siete appassionati per un prodotto utilizzandolo? C’è ancora spazio per la passione, e basta? Non quella personale, che nessuno mette in dubbio (il problema sono sempre gli altri, è la cifra di quest’epoca) , ma quella condivisa. Condivisa dagli appassionati, che siano il pedalatore della domenica, l’ossesso da 30.000km all’anno, l’artigiano o la grossa azienda. Perché io credo che sia la passione condivisa, l’entusiasmo condiviso, lo stato di salute di un settore.

Commenti

  1. marco:

    scusami, ma che vita di merda è? Ti compri la bici con i soldi che ti darebbero finalmente indipendenza dai genitori?
    Ma è quello che succede.
    La società è sempre più povera e spende sempre di più per il superfluo.. non ha i soldi per il dentista ma per l'ultimo iPhone si
  2. Siamo arrivati all' Entry level: una definizione inconciliabile col concetto di BDC ( Bici Da Corsa) e di competizione in generale. Come notato da @bicilook , nessuno comprerebbe una BMC ( ma anche una Pina, Scott etc) entrylevel per andarci a correre, non avrebbe senso: compra quella "ultimo grido" che costa uno sproposito . Oppure " quella che si può permettere" che di fatto diventa la sua entrylevel.
  3. marco:

    ma chi si compra anche solo 6000 euro di bici, un ventenne che inizia a lavorare?
    I prezzi folli hanno come target solo il signore di mezza età. Il resto è wishful thinking.
    Hai perfettamente ragione.....basta guarda quando si esce in bici (almeno dalle mie parti) le top le hanno 50/60 enni con la panza (senza offesa....sono anche io di quella categoria) mentre il ragazzetto di 20 anni.....boh e chi li vede più i 20 enni su una bici da corsa.....
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