Joseph “Joe” Montgomery è morto lo scorso 2 gennaio, aveva 86 anni. Joe Montgomery è stato uno dei 4 fondatori di Cannondale, e come qualcuno una volta ha scritto: “Joe non era Cannondale, ma Cannondale non sarebbe mai stata Cannondale senza Joe“. Vale la pena di ricordare perché.
Cannondale non è nata come azienda di bici.
Joe Montgomery era il figlio di Ed Montgomery. Ed Montgomery negli anni ’30 nel garage di casa aveva inventato dei nuovi guanti da lavoro, inzuppando dei guanti di cotone in gomma sciolta di vecchi copertoni. Poi aveva applicato questa invenzione producendo appunto guanti da lavoro prima e per svariati usi poi (golf, ciclismo, etc.) acquistando una fabbrica abbandonata a Coshocton in Ohio.
Joe, pur figlio di un industriale di successo, è cresciuto in una fattoria smontando trattori, e con il sogno di creare anche lui una propria impresa e perseguire quello che (al tempo) era il sogno americano.
Il mettersi in proprio si concretizzò con un’osservazione: un giorno, mentre passeggiava col figlio Scott, vide un tizio coi capelli lunghi sbuffare in salita su una bici con un grande zaino sulle spalle. Scott riporta che il padre disse “Dio, che modo assurdo di andare in giro“.
Trovati altri soci affittò un piccolo ufficio sopra un laboratorio di produzione (chiamato da loro “The Lab“)di cetriolini sottoaceto a Wilton, Connecticut. E cominciarono a produrre borse da bici. Non era una novità mondiale, ma per gli USA abbastanza, tanto da aver lanciato il Bikepacking. Non producevano solo borse, ma anche sacchi a pelo, zaini, tende ed altri accessori da campeggio. Persino cucce per cani (vendute da LL Bean).
Era il 1971, e dopo 2 settimane che si erano installati sopra la fabbrica di cetriolini l’azienda non aveva ancora un telefono. Quindi Joe chiese a Pete Meyers, il loro unico impiegato, “capo del reparto spedizioni”, di andare al telefono pubblico dall’altra parte della strada per ordinare alla compagnia telefonica un’utenza. Peter eseguí, ma l’operatore della compagnia gli chiese il nome dell’azienda. Non ne avevano ancora uno. Allora Meyers buttò l’occhio dall’altra parte della strada, dove c’era la minuscola fermata del treno locale, e rispose “Cannondale Corporation”.

Gli affari andavano bene e la produzione si ampliava, dagli accessori da campeggio all’abbigliamento alle scarpe. Quindi arrivò la necessità di avere un sito produttivo più grande, e scelsero, per praticità, una fabbrica di scarpe dismessa a Bedford, in Pennsylvania, 350 miglia da Wilton, trasferendo anche vari impiegati. Bedford sarebbe stato il sito produttivo di Cannondale fino al 2009.
La svolta però venne quando Cannondale decise di produrre, oltre che cavalletti e portabici da auto, un carrellino per bici, il leggendario Bugger, nel 1974. Un carrellino molto più leggero di quelli in commercio, realizzato in acciaio tubolare, ruote da 24′ e con la parte in tessuto presa da quella delle tende da campeggio. Il Bugger ha preceduto il passaggio a Bedford, e veniva assemblato a mano da 2 impiegati nell’ufficio di Stamford, sempre in Connecticut.
A quel punto il logico passaggio successivo erano le biciclette. Ma Joe Montgomery non voleva fare bici come gli altri, ma bici che fossero come il Bugger: più leggere delle altre. Proprio in quegli anni, uno studente del MIT di Boston, Gary Klein, aveva brevettato, ed iniziato a costruire, delle bici con tubi di grosso diametro in alluminio. Montgomery si era affidato ad un ingegnere, David Graham, che sviluppò un proprio telaio in alluminio, con tubi maggiorati, ma con la particolarità delle saldature limate, un segno distintivo che sarebbe rimasto il marchio di fabbrica delle bici di Montgomery. Nel 1983 fu presentata la FT500, una bici da turismo completata dai vari accessori già a catalogo di Cannondale.
Intanto però era esplosa in tutti gli USA la febbre della Mountainbike. E chiaramente anche Cannondale doveva averne una. All’epoca però la cultura della Mtb era divisa in due grandi fazioni: quella della costa ovest e quella della costa est. La prima era rappresentata dai pionieri del monte Tamalpais: Gary Fischer, Charlie Kelly, Joe Breeze, Mike Sinyard. Con in particolare i primi due che avevano concretizzato le loro idee su come dovesse essere una Mtb col telaista Tom Ritchey. I sentieri della West Coast erano scorrevoli, fluidi, veloci. Nella East Coast invece erano più tecnici e rocciosi, e la loro interpretazione si era concretizzata grazie alla visione di Chris Chance, un giovane che aveva imparato a saldare in un cantiere navale, dove saldava sottomarini per la US Navy. In seguito Chance aveva trovato lavoro alla Witcomb USA, un’azienda britannica che aveva appena aperto la filiale statunitense grazie a due impiegati che avevano fatto l’apprendistato in UK: Richard Sachs e J.P. Weigle (poi sostituito da Ben Serotta) e li aveva imparato l’arte di fare biciclette. Dopo 8 anni Witcomb USA chiuse i battenti e Chance si mise in proprio aprendo la Fat City Cycle, poi diventata Fat Chance (e ancora poi Independent Fabrication), e per rendere più agili le proprie mtb ed adatte ai Trails della east coast pensò di montare una ruota da 24′ al posteriore. Alla Cannondale, anche lei della East Coast, copiarono l’idea, ma invece di usare telai in acciaio saldobrasati, come faceva Chance, usarono tubi in alluminio oversize ed una geometria sloping. Era il 1986 quando nacque la Beast from the East:
Da li in poi Cannondale decollò letteralmente, diventando il primo fabbricante a produrre telai in alluminio oversize su scala industriale. Anche Joe Montgomery volava, pilotandolo, il proprio Jet personale da Wilton a Bedford e ritorno più volte alla settimana, portando disegni, campioni di materiali, ospiti e persino giornalisti. Uno dei più influenti dell’epoca, Chipps Chippendale, della rivista inglese Mtb Pro, fu uno dei primi ad essere portato (assieme a due spagnoli) nel sito produttivo di Bedford da Montgomery in persona, in un viaggio tra le nuvole (ed un atterraggio nella nebbia) che diventò un celebre articolo che propulse l’immagine di Montgomery e Cannondale ancora di più nel mito. Perché quella è sempre stata un’idea chiave di Montgomery: l’immagine dell’azienda, la sua identità. E Cannondale in questo è sempre stata L’Azienda, con le maiuscole. Non solo per la ricerca spasmodica di nuove soluzioni tecniche (inutile ricordarle tutte, dalla forcella Headshock, alla Fatty, alla Lefty, alle guarniture Coda, il BB30, etc..), ma anche ai propri testimonial, che veicolavano un’immagine anche solo grazie alla loro personalità: Missy Giove
Tinker Juarez
Myles Rockwell (sulla leggendaria Fulcrum da DH, una bici mai prodotta che nei prototipi per la squadra costava 20-30k $ a pezzo)
Cedric Gracia (che al mondiale di 4X di Le Gets, rimasto indietro, deliziò almeno il pubblico con un backflip in gara)
Fino al 1997, quando il figlio di Joe, Scott, in Toscana firmò un contratto con Sergio Zappella, fondatore con lo svizzero Arthur Schmed (inventore della macchina per caffé automatica), della Sergio, Arthur e Compagnia (Saeco). Iniziava l’era di Re Leone e della rottura degli schemi del ciclismo vecchia scuola
Fino ad arrivare a Peter Sagan
Perché Joe Montgomery era si un imprenditore, ma con una visione chiara e coerente di cosa e come dovesse essere la propria azienda. Prodotti dirompenti, sia nella sostanza che nell’immagine, e pronto ad assumersi i (tanti) rischi delle proprie scelte, sempre coraggiose e mai banali.
Fino alle conseguenze estreme, quando decise di entrare nel mondo del motocross. Dove voleva entrare appunto con un prodotto rivoluzionario, la MX400.
Una moto con soluzioni particolari, come il cilindro rovesciato, l’aspirazione nella parte anteriore (grazie ad un’apertura praticata direttamente nel telaio in alluminio scatolato disegnato da Chris D’Aluisio, l’inventore della Lefty, e tutt’ora impiegato da Specialized -sua la Diverge-), cambio a sei marce estraibile, alimentazione ad iniezione elettronica e avviamento elettrico (nel 2000).
Una moto completamente costruita a Bedford, il cui sviluppo era costato 80 milioni di dollari. Ma che mancava di potenza rispetto la concorrenza ed era afflitta da un numero incredibile di difetti, tra cui il passaggio dell’olio sopra il telaio, che lo rendeva incandescente e costava bruciature ai piloti, al fatto che si spegneva a regimi troppo bassi e non si accendeva più se troppo calda. Un buco nell’acqua clamoroso che fece fallire Cannondale. Il resto è storia: le vendite prima a Pegasus (che mantenne Montgomery in sella e non stravolse il management né l’identità dell’azienda) e poi Dorel e quindi PON.
Ed oggi quello che manca sono proprio persone come Montgomery: imprenditori, ma con visione, appassionati, coerenti ed entusiasti, capaci di contornarsi di gente con la stessa visione e valori.
Grazie comunque per averci fatto sognare per 50 anni.



















Ma non fosse per questo tanti avrebbero letteralmente chiuso.
Detto questo, il tempo delle invenzioni in garage, in ogni campo, è bello che andato...
Nel mondo dei soldi opinione del ceo di giant conta 1000, opinione del fondo che finanzia Pon bike conta 2000, opinione dell banche i colossi finanziari dietro altre aziende contano 5000, poi ci sono le opinioni delle riviste che contano 0,001.
Tu rivista puoi anche avere un idea ma non sarà mai l'idea di una persona che è responsabile di migliaia di dipendenti e di milioni di dollari di investimenti e macchinari e che quindi ragiona in modo ben diverso.
Il settore è vero oggi va male, ma siamo così sicuri che con scelte diverse sarebbe andato meglio? E va male in confronto a cosa? Oggi tolto il settore AI e big tech, praticamente tutti i settori sono in contrazione rispetto ai picchi post covid, magari il settore bici è semplicemente uno dei meno peggio.