Doping. Domande su una situazione complessa

Doping. Domande su una situazione complessa

04/09/2012
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04/09/2012

Il doping è nato con lo sport. Fa parte dello sport.

Lo sport ancora oggi è considerato qualcosa di “sacro”, in particolare secondo le “umanistiche” e romantiche visioni ottocentesche di De Coubertin & c.

Lo sport viene considerato come portatore di valori: fratellanza, amicizia, solidarietà, “fair play” e come strumento formativo ed educativo soprattutto per i giovani.

Il doping in questo contesto viene considerato negativamente per diversi fattori:

-il rischio legato agli effetti sulla salute degli sportivi

-la disonestà nel non competere ad “armi pari”

-il portare la competizione fuori dal solo ambito sportivo, ma in quello della ricerca tecnologica e scientifica

-la disonestà nei confronti degli spettatori

Il punto è che questi argomenti vengono spesso definiti “ingenui”. Alcune motivazioni:

E’ opinione abbastanza diffusa che il doping “livelli” le prestazioni degli atleti. Il classico argomento del ronzino che non puo’ diventare purosangue, ma che comunque grazie al doping puo’ almeno stargli dietro. Il brocco non diventerà mai campione, ma almeno ci corre assieme.

Naturale vs Artificiale

Questo livellamento non è tuttavia “etico”? Ci sono persone dotate ed altre meno dotate di “natura”. Come, naturalmente, ci sono condizioni (economiche, geografiche ad es.) che avvantaggiano/svantaggiano alcune persone. Il doping o altri ritrovati tecnici possono per l’appunto “livellare” queste differenze. Cosa c’è di “giusto” nel fatto che le persone di colore siano più dotate di fibre veloci e abbiano il dominio nelle corse veloci? E viceversa il fatto che avendo ossature più pesanti siano svantaggiate nel nuoto?

Perché delle persone che vivono a livello del mare non dovrebbero poter usufruire dei vantaggi di una tenda ad ossigeno di cui sono dotate  “naturalmente”  le persone che vivono in quota?

Si pone qui il problema del naturale e dell’artificiale. Un dibattito piuttosto centrale nell’argomento, basti pensare al caso Pistorius.

O alle prescrizioni mediche “accettate” nel caso di allergie, punture di insetti, etc…perché una reazione allergica non dovrebbe essere considerata uno svantaggio “naturale” e portare all’allontamento dell’atleta invece che permettergli di usare dei cortisonici (non naturali) e restare in gara? Perché un tiratore con l’arco miope ha il diritto di dotarsi di occhiali?

Se nello sport come nella vita “pesce grosso mangia pesce piccolo” è lecito che al pesce piccolo siano consentite pratiche per mettersi alla pari? O la natura deve sempre e comunque fare il suo corso?

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Sociale

Lo sport fa parte o no della società? O deve essere considerato come qualcosa di esterno e “fissato” secondo dei criteri teorici e/o ideologici?

E’ lecita la pretesa che gli sportivi vivano aldifuori della società e della sua evoluzione? Se cosi’ fosse perché togliere ed inserire vecchie e nuove discipline tra gli sport olimpici? E soprattutto perché vietare l’utilizzo della scienza e della tecnologia nello sport quando queste vengono da sempre utilizzate per migliorare ogni aspetto della nostra vita e raggiungere ed ottenere nuovi risultati?

La questione non è sfuggita al premio Nobel per la letteratura John Coetzee:

Gli atleti di tutto il mondo hanno assorbito il modello americano del sé e del corpo, forse per via dell’influenza della psicologia sportiva americana (che “produce risultati”). Gli atleti parlano apertamente di se stessi come di macchine di una varietà biologica che richiede certi tipi di nutrimento in determinate quantità a specifiche ore del giorno, e che viene “azionata” in vari modi dai sorveglianti così da arrivare ad una prestazione di ottimo livello.
Si può immaginare come faranno l’amore questi atleti: un’attività vigorosa, seguita dallo scoppio dell’orgasmo, spiegato come una forma di premio per il meccanismo fisico, seguito da un breve periodo di rilassamento, durante il quale il supervisore fantasma conferma che la prestazione è stata all’altezza degli standard.

J.M. Coetzee, Diario di un anno difficile, Einaudi, p. 133

Salute

Lo sport deve essere il massimo esempio di vita salutare, mentre il doping mette a repentaglio la vita e la salute degli atleti.

Correre in moto o in auto a quasi 400km/h è “salutare”? Ci sono motociclisti che dopo incidenti, pur di continuare subito si fanno amputare dita delle mani (poco salutare e persino invalidante). Idem alcuni alpinisti che nonostante siano praticamente senza piedi continuano nel loro sport. Senza parlare dei danni all’udito o dei rischi che si prendono gli amanti dell’apnea. O due pugili di 100kg che si prendono a cazzotti.

Tant’è che esiste il “KO tecnico” o addirittura l’inibizione agli incontri nel caso risonanze e TAC indichino la possibilità di lesioni permamenti o rischi più gravi. Un po’ come il limite di 50 di ematocrito per i ciclisti.

Ma non è anche questo un delegare alla scienza ed alla tecnica? E non è ammettere implicitamente che fino a quel limite fissato arbitrariamente “tutto è lecito”?

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Legalità

Si tratta forse di “tirare una linea” e poi vedere ognuno da che parte sta? Le regole servono a questo, interpretazioni a parte, ma nel caso del doping la responsabilità non è sempre un concetto cosi’ netto come stabilire chi ha tirato il grilletto nel caso di un omicidio: l’atleta è parte di un sistema in cui gli attori sono molteplici, dall’allenatore, al medico alla federazione. Federazioni che oltre a fare controlli e comminare sanzioni sono parte attiva nel promuoversi, promuovere l’atleta e cercare sponsor e finanziamenti. Senza contare l’industria farmaceutica, i laboratori di ricerca, i media, giudici e magistratura, etc. etc. Attori che qualche volta entrano in conflitto tra loro in quanto ad interessi e condizionamenti.

Senza contare, negli atleti più giovani, il ruolo degli “educatori”, a cominciare dai genitori.

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Tempo incerto

Gli ultimi fatti noti recenti hanno anche introdotto la tematica del tempo, dato che le moderne tecniche anti-doping rendono possibile verificare le positività a distanza di anni, ma con conseguenze catastrofiche per gli annali e la percezione dell’evento sportivo da parte del pubblico. Riassegnare continuamente le vittorie e ricompilare gli ordini di arrivo anche a distanze di 10 anni probabilmente ha un effetto ancora più  devastante a causa della completa incertezza che viene introdotta nelle competizioni.

Sotto un certo aspetto “giustizia viene fatta”, ma lo spettacolo sportivo che si segue in tv o dal vivo viene ad avere un elemento di incertezza che lo priva di ogni pathos e lo carica di angoscia. Lo sport viene a perdere ogni suo elemento “epico” e la storia dello sport viene a perdere ogni valenza educativa. Il campione del passato perde ogni “sacralità” diventando ” a tempo”, come un litro di latte con la data di scadenza.

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Lo sport e le emozioni che genera diventano qualcosa che si consuma “qui ed ora”.  Difficile immaginare uno sport senza più passato e con un futuro sempre incerto.

Pochi elementi che pero’, mai come ora, sono al centro di un dibattito che sicuramente esula dal solo contesto sportivo. Ma coinvolge tutti, sportivi e non, interessati e non, e merita di restare aperto perché riguarda qualcosa di più che non l’assegnare una maglia o una medaglia.

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