Ormai il 2025 è agli sgoccioli, e tra preparativi per cenoni a base di lenticchie, riso e salmone annaffiati da maltodestrine per preparare il tradizionale lungo del 1° gennaio si può anche fare il giochino di esprimere dei desideri per il 2026 ciclistico.
Sarà l’anno di nuovi record di Tadej Pogačar? L’alieno sloveno vincerà il 5° Tour? Finalmente la Sanremo? La Roubaix? Tutte le classiche monumento? Per quanto riguarda le classiche monumento l’unico ostacolo sembra essere Mathieu van der Poel, che però dovrà essere in formissima per fare da argine ad un Tadej che sembra stimolato dalle classiche più che da ogni altra cosa. In particolare dai GT che ormai corre più per obbligo che altro. Non per tirargliela, ma in generale si: a meno di intoppi che non si augurano a nessuno il protagonista dovrebbe essere sempre lui, intoccabile per il 99% del gruppo e pronto a far man bassa di vittorie e record. Record ed albi d’oro a parte però si potrebbe sperare di vedere nuovi duelli e rivalità reali, in particolare con tanti dei nuovi giovani campioni che ogni giorno sembrano fiorire, ma a cui viene chiesto pronti via di competere con i campioni generazionali. Perché a parole sono tutti bravissimi a dire che va dato il giusto tempo per crescere ed evolversi ai giovani, ma poi all’atto pratico questo è palesemente falso e sa tanto di retorica ipocrita. I giovani oggi sono spremuti tutti e subito, per la pressione di sponsor e tifosi. Questa pressione non è solo dannosa per lo sviluppo di tanti giovani, aia livello fisico che psicologico, ma per la stessa competizione, perché si perdono tanti talenti vittime di questa foga, sia di sviluppo che in gara, con incidenti ed infortuni sempre più frequenti.
Con Pogačar vincente è facile pronosticare anche una UAE ancora vincente, sulla scorta della stagione stratosferica appena passata. E vincenti quindi anche le loro Colnago. Ed anche qui il trend è chiaro: sempre più enfasi viene data dalle aziende alle soluzioni aerodinamiche. Gli amatori nonostante le perplessità non possono rimanere immuni ovviamente, in particolare rispetto la bici con cui la squadra emiratina ha dominato la stagione, la Colnago Y1Rs. La risposta delle altre aziende ovviamente non si è fatta attendere, con la nuova Cervélo S5, che resta il benchmark per ogni confronto in galleria del vento, e la nuova Factor One, dal design (almeno della forcella) radicale in questo senso. Bici sempre più spinte sotto l’aspetto aerodinamico, che non vuol dire solo forcelle e carri posteriori ad ali di gabbiano, ma tutta la geometria impostata a sfruttarne i vantaggi, con posizioni in sella che sfidano tanti punti fermi consolidati negli anni in materia. I prezzi, al rialzo, seguono, ma d’altronde la tecnologia si paga, no?
Resta da vedere se l’amatore medio sia disposto pure lui a pagare e seguire le aziende su questa traiettoria. Bici da 12-13-14-15k euro, con telai che da soli ormai passano abbondanti i 6000eu per arrivare agli 8000eu, sono difficilmente alla portata, non tanto dell’amatore medio, ma dell’umano medio, almeno come reddito. Ci sono sempre liberi professionisti in abbondanza, ma che tutti questi 50enni alto spendenti si coalizzino per tenere in piedi il settore pare poco probabile. In particolare se poi devono pedalare questi razzi aerodinamici con le ginocchia proiettate all’orizzonte e la schiena piegata a libro. Una riflessione in merito quindi non sarebbe una cattiva idea, se non altro sul modo di comunicare sulla materia aerodinamica, che dopo anni di tabelle e test in galleria del vento non sembrano aver chiarito assolutamente niente all’utente medio, che tanto sa solo che la bici nuova è più veloce della precedente e questa è più aero delle altre, così come tutte la altre. Insomma, non sarebbe male tirar fuori dal cilindro qualche altra strategia di comunicazione, che non sia basata solo sul watt in meno. E basta foto sfocate, vi prego. Chi ha lanciato questo trend idiota andrebbe bruciato in piazza.
E questo porta alle inevitabili considerazioni sull’andamento del mercato ciclistico, che pur con i vari distinguo relativi alle varie nicchie, resta asfittico, con ancora avanzi dell’epoca covid a intasare magazzini, sconti perenni su quello che si fa fatica a vendere e prezzi per quello che si vende che hanno la stratosfera come limite. L’impressione è che negli ultimi 4 anni le aziende si siano messe in modalità standby, in attesa che “arrivi la primavera”, che il settore riparta con semplicemente gli sconti da cancellare ed i listini belli pronti ed aggiornati ed adeguati ai ciclisti milionari sempre pronti a spendere senza un domani per l’ultima cazzatina che ti fa guadagnare 1 Watt a 40kmh. Dopo 4 anni abbondanti però il settore come prima non tornerà, perché inevitabilmente è cambiato.
I terzisti cinesi stufi di aspettare al palo che la strategia degli sconti portasse da qualche parte hanno preso in mano la situazione e si sono messi a vendere in prima persona. L’aftermarket delle ruote è stato invaso di prodotti, un po’ tutti uguali, ma di ottima qualità a prezzi che sono la metà di quelli delle aziende “istituzionali”. Il mercato dei telai sta seguendo a ruota (…) pur se con qualche resistenza dovuta al fatto che certi brand possiedono ancora un valore. Fin che dura. E sopratutto va ricordato che questo valore nel 99% dei casi si è costruito con le sponsorizzazioni ed i prodotti “vincenti”. L’ingresso di marchi asiatici nel WorldTour, seppur discreto, sia con bici intere che con singoli componenti farà rapidamente il resto. Comunque chi vivrà vedrà, almeno di sicuro i prodotti non mancheranno.

Quello che sembra mancare invece è la base, ovvero i giovani, da un lato scoraggiati dai prezzi ed un’immagine di un certo ciclismo sempre più “esclusivo”, dall’altra, più preoccupante, dalla mancanza di sicurezza sulle strade. Ormai è chiaro che i ciclisti su strada sono ospiti sgraditi, e realmente in pericolo. L’unica cosa che non impedisce di mettersi in sella è il meccanismo di autodifesa del pensare che le news che leggiamo quotidianamente siano qualcosa che succede sempre e solo agli altri e non a noi. Il 2026 dovrebbe portare ad una presa di coscienza in tal senso da parte dei pochi organi competenti, che dovrebbero cominciare a realizzare che se niente si fa il ciclismo su strada non ha futuro.
E quando parliamo di ciclismo su strada intendiamo la pratica sportiva, quindi la risposta non possono essere le solite pezze delle ciclabili e discorsi che riguardano la mobilità dolce e sostenibile. Serve adeguare il codice della strada e pensare a circuiti e strade protette per la pratica. Cose che non richiedono sforzi erculei, ma solo buona volontà (o volontà e basta). Ed in questo potrebbero essere funzionali proprio anche le aziende, che dovrebbero cominciare a curare i propri clienti-utenti, ricordandosi che finiti quelli…quindi qualche soldo bisognerebbe cominciare a spenderlo anche per le infrastrutture ed un sano lobbying presso le amministrazioni locali e non per creare un ecosistema che si alimenti di nuovi appassionati-clienti. Invece che pensare solo di vendere la bici e le scarpe di Pogačar a 60enni per poi incoraggiarli e mandarli a fare gravel.
Per concludere, come nota positiva, resta quello che conta: muoversi, divertirsi in bici, scambiarci opinioni e tenerci attivi. Il resto sono dettagli su cui magari ci scanniamo nei forum, ma che non cambiano la nostra voglia di pedalare.
Buon 2026 a tutti!





Vorrei per il mondo in cui vivo che ci fosse più empatia e rispetto verso il prossimo e verso l'ambiente e che noi tutti prendessimo coscienza che non vale la pena di spaccarsi la schiena e fare sacrifici solo per avere una bici/auto/scarpe/mobili/paytv/ecc ecc strafighi che dopo qualche anno sono cacca con il solo risultato di aver contribuito ad arricchire i turbocapitalisti.
Vorrei, molto, che riacquistassimo la coscienza per scendere in piazza a manifestare.
Per essere felici bastano una bici, del cibo, degli amici, una/un compagna/a e qualche buon libro/film ... magari anche una bella partita di rugby