Otto Meyer, il boia di Colonia

Otto Meyer, il boia di Colonia

30/04/2019
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30/04/2019

Il ciclismo è uno sport totalizzante, che lascia poco spazio per altre attività, ma agli albori e nell’epoca dei pionieri c’era anche spazio per escursioni nella cronaca. Celebre sarà l’attaccamento del pubblico per la storia pruriginosa (per i canoni dell’epoca) della “dama bianca” di Coppi, ma 40 anni prima un’altra storia aveva tenuto incollati ai giornali il pubblico, quella di Otto Meyer, un pistard tedesco ormai quasi dimenticato. Ecco la sua storia, una brutta storia.

Otto Meyer nacque l’8 novembre 1882 a Ludwigshafen, grossa città tedesca nella regione del Palatinato, sul fiume Reno. Figlio di Heinrich, operaio prima in acciaieria e poi alle ferrovie, il quale ci teneva che Otto finisse i propri studi. Ma Otto abbandonò presto la scuola per iniziare a fare l’apprendista meccanico. Ben presto però cominciò a correre da amatore in pista, e nel 1899 divenne professionista.

Nel 1908 terminò 2° ai campionati nazionali sprint, mentre nel 1909 conquistò il titolo. Nel 1911 fu campione del mondo della specialità, ma non ufficialmente, in quanto un contrasto tra l’UCI e l’associazione dei corridori tedeschi (cominciavano a sentirsi venti di guerra in Europa) portò quest’ultima ad organizzare dei propri “campionati del mondo” a Dresda.

Tra il 1910 ed il 1914 fu anche un lottatore, grazie al fisico possente, per non dire altro, tanto da essere soprannominato Dicke Otto (“Otto il grasso”). Cosa che però lui prese con certo spirito, facendosi ricamare una maglia da corsa con il proprio faccione paffuto sopra il manubrio.

Otto Meyer al Vel d’Hiv, Paris, 1913

Meyer, corse anche gare in pista in Italia, su tandem, assieme al collega Bettinger, ma in Germania aveva spesso un concorrente, Otto Breuer, uno stayer dell’epoca, conosciuto soprattutto per le spese folli a cui ogni tanto si abbandonava, offrendo feste sontuose e altro. Il 21 Ottobre 1908 Breuer fu arrestato dalla polizia francese con l’accusa di aver assassinato il signor Mathonet, mugnaio, nei pressi del paese di Aix-la-Chapelle, ucciso con un colpo di pistola.

Al momento dell’arresto la polizia trovò su Breuer la somma di 40.000 franchi (circa 85.000eu odierni), senza che lo stesso sia stato capace di giustificarne la provenienza.

Breuer era da tempo sospettato di essere un ricattatore. In particolare nell’ambiente omosessuale. Breuer adescava delle vittime per poi ricattarle (ed all’epoca l’omosessualità era praticamente ovunque un reato in Europa).

Dopo un processo Breuer fu giudicato colpevole di omicidio, ricatto ed altri reati. Consegnato alle autorità tedesche fu condannato a morte. La città tedesca più vicina era Colonia, dove le pene capitali erano (come in tutta la Germania) effettuate da un boia che tagliava la testa dei condannati con un’ascia.

Per arrotondare i proventi delle corse ciclistiche, Otto Meyer, Otto il grasso, aveva trovato lavoro “part-time” proprio come boia per la città di Colonia. All’epoca dell’esecuzione di Breuer ne aveva già compiute sette.

La stampa dell’epoca si gettò a capofitto su questa storia, in particolare in Francia, dove gli vennero dedicate persino le prime pagine dei maggiori quotidiani.

Otto il grasso, come detto, aveva un certo spirito, e in occasione delle vittorie in pista era solito esordire con una simpatica battuta: “Ho tenuto la testa, ma lottando…“. Nel caso di Breuer la testa la tenne letteralmente e quello fu ovviamente il loro ultimo incontro.

Il destino di Otto Meyer però non si limita a questa storia. Le sue sorti sono avvolte nel mistero. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, Meyer fu arruolato nel 73° reggimento di fanteria Albrecht von Pruessen, in cui militarono anche gli scrittori Ernst Jünger ed Hermann Löns (che mori proprio nell’attacco del 26 settembre 1914). Inviato al fronte combatté contro i francesi a Villers-Franqueux, a nord-est di Reims. Le truppe francesi, il 27 settembre 1914, riuscirono ad invadere la cittadina tenuta dai tedeschi e farne prigionieri un centinaio, tra questi Meyer. Da li in poi si persero per sempre le sue tracce. Forse morì in in campo di prigionia francese nel 1915, ma non esistono documenti ufficiali a provarlo. Un’altra fonte lo vuole emigrato negli Stati Uniti dove sarebbe stato attivo politicamente per l’indipendenza del Palatinato.

In ogni caso si persero le sue tracce.