La Paris-Roubaix, l’inferno del nord, non solo è la classica monumento più dura e pazza, ma ha anche uno storico di vittorie contestate. L’edizione n°31, nel 1930 è forse non la più conosciuta in questo senso, ma è anche quella che lo è rimasta con sviluppi sino ai nostri giorni.

All’epoca il gruppo ed il seguito era già diventato abbastanza grande da consigliare di spostare la partenza dal centro di Parigi. Solo le prime due edizioni della classica del pavé partirono dal centro di Parigi, Porte de Maillot, dove oggi c’è il centro congressi che ospita l’annuale presentazione del percorso del Tour de France. Già dalla terza edizione si spostò a Chatou, appena fuori dalla cerchia urbana, quindi progressivamente sempre un po’ più in fuori: a Suresnes, quindi negli anni ’20 a Le Vesinet (accanto a Chatou) e poi negli anni ’30 ad Argenteuil ed appena dopo la seconda guerra a St.Denis, ultima fermata prima di traslocare definitivamente a Compiègne dagli anni ’50, da dove parte ancora oggi.

Alle 7.45 del 20 aprile 1930 da avenue de Verdun ad Argenteuil, periferia di Parigi, 86 corridori presero la via per Roubaix. All’epoca per dirigersi verso i settori in pavé i corridori dovevano subito affrontare delle salitelle, e su una di queste, la côte des Cormeilles, a pochi km dalla partenza, si ebbe il primo attaccante: Jean Maréchal della squadra Colin-Wolber. Maréchal aveva 20 anni, e fin da piccolo aveva praticato con successo la boxe, poi attorno ai 16 anni si era dato alla bicicletta, ottenendo buoni risultati. Un suo amico gli faceva da allenatore, e Maréchal era noto per essere molto meticoloso nella sua preparazione, simile a quanto appreso nella boxe. La sua squadra prendeva il nome da Pierre Colin, un piccolo fabbricante di biciclette di Parigi, e da Wolber, che gli forniva i tubolari, ed era una squadra praticamente creata attorno a Maréchal, con 3 gregari amici dello stesso.

Maréchal fu ripreso quasi subito, ma rimase accanitamente agganciato al gruppo di testa. Il gruppo continuamente si spezzettò in varie fughe ed inseguimenti, sino ai -40km, quando riuscirono ad isolarsi Maréchal ed i belgi Leander Ghyssels e Julien Vervaeke.

La Francia all’epoca era in crisi di risultati: dopo il dominio degli anni ’10, dal 1920 avevano collezionato solo 2 vittorie, con Henri Pellisier e Leducq, ma a parte la vittoria dello svizzero Suter nel 1923 il resto era stato un dominio belga (che sarebbe continuato ancora a lungo), ed anche al Tour, a parte sempre Pellissier nel ’23 non vincevano dal 1911, subendo il dominio belga intervallato solo dai 4 Tour vinti da Frantz (lussemburghese) e Bottecchia (italiano).

Ghyssels venne infine distanziato: in crisi di fame si fermò a mangiare dei sandwich. Quindi Maréchal riuscì a staccare Vervaeke e prendere un piccolo vantaggio. La sfortuna lo colse però e forò nei pressi di Carvin, una 30 ina di km dal traguardo. Maréchal riuscì a rigonfiare il tubolare e ripartire e riprendere il belga. A quel punto il direttore sportivo di Vervaeke, il francese Ludovic Feuillet, impose al belga di non tirare un metro. Va detto che se Maréchal correva per una squadra poco più che amatoriale, Vervaeke correva per la Alcyon, che era l’analogo odierno della UAE, e Feuillet un personaggio molto influente nel mondo del ciclismo dell’epoca.
A questo punto il caso: su una strada stretta a 5km dal traguardo, delimitata da un lato da un marciapiede ed un fossato, Vervaeke tenta il sorpasso saltando sul marciapiede, Maréchal, per evitare il pavé copia la manovra e salta anche lui sul marciapiede, ma viene in contatto spalla-a-spalla con Vervaeke, che perde l’equilibrio e cade nel fossato. Maréchal resta in piedi e si invola al traguardo.
All’epoca l’arrivo non era al leggendario velodromo, ma in avenue de Villas a Roubaix, non lontana dal Parc Barbieux dove sorgeva il velodromo che sarebbe stato utilizzato in seguito. Maréchal è l’eroe della Roubaix e fa suonare la Marsigliese nel tripudio locale.
Il trionfo dura solo 24″ però, il ritardo sul traguardo di Vervaeke. Il belga, piange ed è furente, tanto che cerca Maréchal per mettergli le mani addosso, ma lo trova svenuto vicino all’auto della propria squadra, esausto. Quindi, assieme a Feuillet si dirige verso i commissari di gara per fare ricorso.
Dopo 1h30′ dalla fine della gara, mentre Maréchal fa il bagno all’Hotel du Nord, viene chiamato nella hall dell’albergo. Vi trova i commissari, Vervaeke, Feuillet ed una piccola folla. I commissari vogliono squalificarlo, ma la procedura è totalmente irregolare: il reclamo andrebbe fatto alla U.V.F., Union vélocipédique de France, l’antesignana della federazione francese attuale (che nascerà proprio negli anni ’30 per dissidi interni alla UVF), e solo dopo un procedimento potrebbe assegnare squalifica e/o vittoria, con le due evidentemente collegate, in quanto nel caso si assegni la vittoria al 2° dovrebbe essere per squalifica del 1°. Ma la Paris-Roubaix, come il Tour de France, era organizzata dal quotidiano l’Auto, (da cui la Gazzetta dello Sport copierà l’idea del Giro e la maglia del colore del giornale), di cui l’Alcyon era un grande inserzionista.
Il risultato viene quindi cambiato: Vervaeke 1°, Maréchal 2°, senza squalifica.
Per Maréchal si compie un’ingiustizia che lo perseguiterà a vita. Jacques Goddet l’indomani, su l’Auto scriverà: “Non piangere piccolo Jean, tutto il mondo saprà“. Intanto però nelle pagine successive dello stesso numero appare un piccolo inserto pubblicitario di Pierre Colin che cita “il miglior tempo” di Maréchal, “portacolori del ciclismo francese”:
Ben più vistosi quelli degli sponsor di Vervaeke (che riportano il nome del fratello, Félicien, corridore anche lui, ma di 8 anni più piccolo e che non vise mai la Roubaix -ma 6 tappe al Tour-).
Maréchal nello stesso anno si prese almeno la soddisfazione di vincere la Paris-Tours (Vervaeke 22°), e l’anno successivo il Criterium des As, ma non andò oltre le 4 vittorie in carriera, pur correndo sino al 1940.
Dopo aver appeso la bicicletta al chiodo diventò direttore sportivo della squadra della regione Ile de France al Tour 1950 e per quella parigina del 1951, per poi fare anche per un anno il selezionatore della nazionale ungherese. Uscito dal mondo del ciclismo, pur rimanendo amico ed apprezzato da molti corridori, si concentrò sul business delle scuole guida, aprendone varie. Di cui una ancora oggi esistente a Parigi, gestita da un nipote.
Jean Maréchal è morto nel 1993 a 83 anni, ma seppur conscio della propria sfortuna (l’UVF ad un certo punto per altri motivi gli chiese indietro anche dei premi ottenuti da dilettante) non fu mai astioso nei confronti di Vervaeke, tanto che già nel 1931 li si vede braccio-a-braccio in una foto in corsa, posseduta dal nipote (in copertina). Nipote che nel 2015 scrisse una lettera al presidente UCI, allegando copiosa documentazione per rendere giustizia al nonno chiedendo la riassegnazione della vittoria. Che ovviamente non è potuta arrivare non essendo l’UCI competente su una gara del 1930 e per avvenuta prescrizione dei fatti sportivi dell’epoca. In ogni caso Maréchal prima di morire disse: “Se avessi vinto sarei stato uno dei tanti vincitori dimenticati, invece con questo caso tutti si ricordano di me“.

Ben più triste destino quello di Vervaeke. Precedentemente alla vittoria alla Roubaix aveva vinto 2 tappe al Tour centrando il 3° posto in generale nel 1927. Dopo vinse solo la Paris-Bruxelles nel ’32. Arrivò 4° alla Liegi del ’30 e 2° alla Roubaix del ’33, con un’altra piccola controversia: in fuga con il compagno di squadra, il debuttante Sylvère Maes (che avrebbe vinto 2 Tour in futuro), tradusse al compagno in fiammingo quello che il DS gli disse in francese dall’auto, ovvero di lasciargli la vittoria, che la sua (di Maes) occasione sarebbe arrivata in futuro. Maes non si fidò e lo batté in volata (e fu l’unica classica monumento vinta da Maes). Cosa avesse detto realmente il DS non si seppe mai.

Di Vervaeke si persero poi le tracce per più di un anno nel 1940. Dopo il ritiro aperse un bar a Menen, sul fiume Lys, sul confine tra Francia e Belgio, a pochi kilometri da Roubaix. Quando i tedeschi invasero il Belgio la zona rimase una sacca di resistenza inglese, ed i soldati inglesi, pare, scelsero il bar di Vervaeke come punto di resistenza. Secondo alcune voci i soldati inglesi volevano prendere cibo e bevande gratis dal bar, secondo altri i mobili per fare delle barricate. Resta il fatto che Vervaeke si oppose in qualche modo e venne portato via con la forza. Nel 1942 in una fossa comune venne trovato il suo corpo. Era stato fucilato.












(ho anche imparato che il passato remoto di aprire ha anche la forma "aperse" non lo sapevo, mia ignoranza :-)xxxx )
Ma è una mia impressione e/o una questione di prospettiva o dalle foto sembra che sia Marechal (che gambotte :mrgreen: ) che Vervaeke abbiano la muscolatura delle gambe piuttosto asimmetrica?
PS: fortuna che non lo ha trovato subito dopo il traguardo, sfidare un ex pugile non è proprio un idea brillante...oggi avremmo letto un'altra storia