Precisazioni sull’operazione Aderlass

Precisazioni sull’operazione Aderlass

09/04/2019
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09/04/2019

L’operazione Puerto 13 anni dopo. Cosi è stata definita l’operazione Aderlass da Michel Audran, direttore del laboratorio dell’antidoping francese e membro della commissione esperti della WADA che analizza i passaporti biologici.

L’organizzazione e le tecniche sono simili, confida Audran a L’Équipe. Ci sono però anche delle novità nella metodologia.

Il dottor Mark Schmidt (a sx) ai tempi della Gerolsteiner

Intanto, il dottor Mark Schmidt ha commesso alcune imprudenze: faceva alloggiare gli atleti vicino alla propria abitazione di Erfurt, a Seefeld, in appartamenti che affittava a proprio nome. Questa è stata la traccia principale seguita dalla polizia tedesca per arrivare a lui. Schmidt li faceva arrivare, gli praticava la trasfusione e poi li rimandava a casa. Questo ha comportato notevoli rischi per alcuni atleti, quelli che poi hanno fatto lunghi viaggi in aereo. Schmidt, per evitare che fossero vittime di trombosi, li imbottiva di anticoagulanti. Questo sarà un capo d’accusa nei suoi confronti nell’inchiesta.

La grossa differenza riscontrata coi casi precedenti conosciuti, è che Schmidt praticava le trasfusioni il mattino stesso della competizione. In realtà l’ideale è farle da 12 a 24h prima della gara. Audran spiega il perché: “durante la loro conservazione i globuli rossi perdono una sostanza, il 2.3 B-glicerofosfato (2.3 DPG) che aiuta l’emoglobina a liberare l’ossigeno a livello dei tessuti. Ci vogliono almeno 12h dopo una trasfusione per ricostituirne lo stock. Una trasfusione giusto prima la competizione è probabilmente meno efficace di una trasfusione fatta il giorno prima“.

Quindi perché Schmidt le praticava il giorno stesso? Audran risponde solo con un’ipotesi: “penso attendesse il passaggio dei controllori antidoping“.

Spesso infatti vengono eseguiti dei controlli a sorpresa il giorno della gara negli hotel degli atleti. Controlli che spesso non sono casuali, ma mirati in base a indagini, “soffiate” ed inchieste su specifici atleti.

Le trasfusioni sono facilmente riscontrabili all’antidoping nel caso siano eterologhe (sangue proveniente da donatori universali, Rh0) o omologhe (sangue proveniente da un donatore con stesso gruppo sanguigno e Rh), ma non nel caso di trasfusioni autologhe (sangue proprio).

Il laboratorio antidoping di Barcellona ha già da tempo trovato un metodo per rilevarle, tracciando nelle urine un metabolita di una sostanza plastica, un ftalato (il di-2-etilesilftalato o DEHP, DOP) presente nelle sacche utilizzate per conservare il sangue. La WADA non lo ha mai omologato però perché è difficile provare che questi metaboliti non provengano da altri contenitori alimentari, come le bottigliette d’acqua ad esempio.

Un altro metodo è in corso di elaborazione da parte del laboratorio dell’antidoping francese di Châtenay-Malabry in cui si cercano i marker che sarebbero caratteristici della conservazione del sangue.

Il Dottor Michel Audran

Al momento però l’unico metodo è il passaporto biologico. Le trasfusioni lasciano delle tracce immediatamente dopo un’iniezione. L’emoglobina aumenta ed i reticolociti si abbassano. Il copro cerca di ristabilirne l’equilibrio. “Ecco perché il passaporto biologico calcola quello che si chiama off-score: il rapporto tra emoglobina e reticolociti. Questo parametro aumenta per qualche tempo dopo una trasfusione o un trattamento di EPO“, spiega Audra,

Le variazioni dell’off-score allertano le autorità antidoping. Anche se esiste un metodo per “nascondere” questo parametro, e sono le iniezioni di acqua salata. Ma Audran spiega che “Queste iniezioni fanno abbassare l’emoglobina, ma non i reticolociti, che si esprimono in percentuale, quindi non sono molto efficaci in realtà“.

Ecco che qui entra in gioco il metodo di Schmidt: gli atleti si prelevavano il sangue subito dopo una competizione. In questo modo si impediva la variazione dell’off-score. Ma come nota Audran questo protocollo ha due limiti: non bisognava assolutamente essere controllati all’arrivo, e gli atleti miravano solo prove di un giorno, perché se nascondete le tracce di una trasfusione ne cancellate anche gli effetti benefici.